venerdì 10 luglio 2015

BACHMAN – HEAVY BLUES



L’erba cattiva non muore mai. Anzi, certa gramigna più passa il tempo, più si fa coriacea e resistente. Per cui non c’è proprio nulla da stupirsi se Randy Bachman, alla veneranda età di settantun anni, sforna uno dei suoi dischi più gagliardi e rispolvera la gloria dei bei tempi che furono. Gli anni gloriosi dei The Guess Who e di American Woman (era il 1970) sono lontani quasi mezzo secolo, più o meno come You Ain’t Seen Nothing Yet e i Bachman-Turner Overdrive, che scalarono le classifiche di mezzo mondo, scrivendo una pagina leggendaria nella storia del rock canadese. Eppure, per parafrasare il titolo della canzone appena citata, non avevamo visto abbastanza, non tanto insomma da poter archiviare definitivamente la carriera dell’arzillo vecchietto. Il quale, giova ricordarlo, ha più o meno la stessa età del nostro ex presidente del consiglio, Mario Monti. Poi, metti sul piatto questo Heavy Blues e ti rendi conto che, al di là del mero dato anagrafico, fra i due ci sono almeno cinquant’anni di differenza. Già, perché questo ultimo full lengh non solo è un disco di cazzutissimo rock and roll, ma suona così rumoroso e selvaggio, che si consiglia l’ascolto al solo pubblico adulto. Supportato da una sezione ritmica in quota rosa (Dali Anni Brindon alla batteria e Anna Ruddick al basso) e capace di randellare molto meglio di tanti agguerriti maschietti, il buon Randy sfodera tutto il repertorio classic rock che impazzava negli anni ’70, regalandosi anche lo sfizio di sfidare sullo stesso campo ben più giovani e altrettanto quotate band (Ton Of Bricks plasma alla grande il power rock dei Foo Fighters). Undici canzoni che citano gli Who (il ringhio belluino dell’iniziale The Edge) e i Cream (Bad Child, insieme all’onnipresente Joe Bonamassa), scavano alle radici del grunge (l’arcigna Little Girl Lost, in cui rockeggia anche uno splendido zio Neil), e fondono riff pesi e melodia, trasformando Peter Frampton in un rocker incattivito che pare aver dimenticato le morbidezze del passato (Heavy Blues). E Bachman riesce anche, letteralmente, a resuscitare i morti: in Confessin’ To The Devil recupera dagli archivi un duetto registrato in studio con il grande Jeff Healy, adattandolo al contesto di una canzone nuova di zecca (anche se qualcuno riconoscerà nel pattern un classico blues). Heavy Blues è in definitva un disco divertente e gagliardo come pochi, rock di primissima qualità, senza forse grandi sorprese compositive, ma solido e potente dall’inizio alla fine. Alla faccia dei settant’anni. Cazzo duro e senza bisogno del Viagra.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 10/07/2015

mercoledì 8 luglio 2015

NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL - THE MONSANTO YEARS



Ho una teoria. Penso che quando un artista si stia avvicinando a fine carriera (cioè, alla fine della propria esistenza), spesso venga preso da un eccesso di ipercreatività, da una verbosa esternazione di tutte le idee che ha in testa, buone o cattive che siano. Anche perchè, raggiunta una certa età, non devi scendere più a compromessi con nessuno, e se, come nel caso di zio Neil, sei una leggenda su due gambe, per calcolo o per riconoscenza, le case discografiche ti pubblicano tutto quello che vuoi. Il grande canadese, splendido esempio di come il rock sia un elisir di giovinezza di gran lunga migliore del Gerovital, a settant'anni quasi compiuti, continua a sfornare album con un ritmo martellante. Dal 2012 ad oggi, infatti, sono usciti a sua firma la bellezza di cinque full lengh in studio: uno davvero notevole (Psychedelic Pills), un altro più che sufficiente (Americana), altri due, invece, decisamente sottotono (la follia di A Letter Home e Storytone). Il nuovo The Monsanto Years è un disco che lascia perplessi. Da un lato, si apprezza la voglia del vecchio Neil di non mollare il colpo, di stare sul pezzo dell'impegno civile come ha sempre fatto fin dagli anni d'oro; dall'altro, non possiamo non accorgerci che l'uomo ha musicalmente sparato quasi tutte le cartucce che aveva nella bandoliera. Quasi. Perchè in fin dei conti in The Monsanto Years, primo album con a fianco i Promise Of The Real, nuova band composta dai due figli di Willie Nelson, Micah e Lukas, qualche buono spunto non manca (Big Box è una gran bella cavalcata in stile Crazy Horse) e il disco possiede un piglio da rock rurale e campagnolo che mette in evidenza un'energia ancora intatta nonostante mezzo secolo di carriera. Come dicevamo, poi, è apprezzabile anche lo spunto che ha generato questa ennesima prova, e cioè, l'attacco diretto, populista e grossolano quanto si vuole, ma indubbiamente sincero, alle corporation (Monsanto, Chevron, Starbucks) che si stanno mangiando la terra e livellando la nostra qualità della vita. E si potrebbero anche perdonare i testi non particolarmente icastici e centrati, a volte ai limiti della banalità, se ci fossero delle canzoni che si facessero ricordare: invece, salvo qualche sporadico episodio (la citata Big Box e A New Day For Love) tutto scorre in un anonimato senza infamia e senza lode, che non riesce a trasmetterci palpiti. Prendere o lasciare: questo è Neil Young, un artista che per troppo osare, sbaglia anche molto. Ma quando centra il bersaglio è ancora comunque in grado di regalarci cose splendide.

VOTO: 6





Blackswan, mercoledì 08/07/2015

martedì 7 luglio 2015

JOSH SMITH - OVER YOUR HEAD



Quello di Josh Smith è un talento indubbiamente precoce, visto che il chitarrista losangelino pubblicò il suo album di debutto, Born Under A Blue Sign, a soli quattordici anni. Oggi, a distanza di quasi un ventennio da quell'esordio, Smith torna con il suo ottavo album in studio, confermando, se mai ce ne fosse bisogno, di essere uno dei chitarristi più interessanti del panorama del modern blues. Sceglie un'ottima sessione ritmica, Calvin Turner al basso e Leman Carter alla batteria (ascoltare l'iniziale How Long per capire di quanto dinamismo siano dotati i due), si fa affiancare da turnisti scafatissimi (Jeff Babko alle tastiere, Charles Jones alla voce e Chicco Gussoni alla chitarra) e si regala pure tre ospitate d'eccezione, portando in studio Joe mr. prezzemolino Bonamassa, Kirk Fletcher (ex chitarrista dei Fabulous Thunderbirds) e l'armonica leggendaria di Charlie Musselwhite. Ispirato ai suoi mentori di sempre (Jimi Hendrix e Stevie Ray Vaughan sono i costanti riferimenti del chitarrista), Josh Smith apparecchia un roccioso disco di rock blues, energico e tirato dall'inizio alla fine, ma capace anche di regalare agli ascoltatori qualche momento più elegante, come nelle atmosfere jazzy di Still Searching. Se da un lato, il disco è suonato magnificamente e Smith da saggio di una tecnica invidiabile e di un suono fluido, pieno, ricco di sfumature soul e funky, dall'altro non si può dire che in queste dodici canzoni regni sovrana l'originalità. I clichè di genere, infatti, ci sono proprio tutti, l'abito è classicissimo e la sartoria è quella dei nomi già citati. Ma la grande prova di una sezione ritmica davvero coi fiocchi e la pulizia di tocco del nostro, rendono Over Your Head un disco gagliardo, sincero, godibilissimo. Consigliato a tutti i dipendenti cronici della sei corde.

VOTO: 7





Blackswan, martedì 07/07/2015