sabato 11 luglio 2015
venerdì 10 luglio 2015
BACHMAN – HEAVY BLUES
L’erba cattiva non muore
mai. Anzi, certa gramigna più passa il tempo, più si fa coriacea e resistente. Per
cui non c’è proprio nulla da stupirsi se Randy Bachman, alla veneranda età di
settantun anni, sforna uno dei suoi dischi più gagliardi e rispolvera la gloria
dei bei tempi che furono. Gli anni gloriosi dei The Guess Who e di American
Woman (era il 1970) sono lontani quasi mezzo secolo, più o meno come You Ain’t
Seen Nothing Yet e i Bachman-Turner Overdrive, che scalarono le classifiche di mezzo
mondo, scrivendo una pagina leggendaria nella storia del rock canadese. Eppure,
per parafrasare il titolo della canzone appena citata, non avevamo visto
abbastanza, non tanto insomma da poter archiviare definitivamente la carriera
dell’arzillo vecchietto. Il quale, giova ricordarlo, ha più o meno la stessa
età del nostro ex presidente del consiglio, Mario Monti. Poi, metti sul piatto
questo Heavy Blues e ti rendi conto che, al di là del mero dato anagrafico, fra
i due ci sono almeno cinquant’anni di differenza. Già, perché questo ultimo
full lengh non solo è un disco di cazzutissimo rock and roll, ma suona così
rumoroso e selvaggio, che si consiglia l’ascolto al solo pubblico adulto.
Supportato da una sezione ritmica in quota rosa (Dali Anni Brindon alla
batteria e Anna Ruddick al basso) e capace di randellare molto meglio di tanti
agguerriti maschietti, il buon Randy sfodera tutto il repertorio classic rock
che impazzava negli anni ’70, regalandosi anche lo sfizio di sfidare sullo
stesso campo ben più giovani e altrettanto quotate band (Ton Of Bricks plasma
alla grande il power rock dei Foo Fighters). Undici canzoni che citano gli Who
(il ringhio belluino dell’iniziale The Edge) e i Cream (Bad Child, insieme all’onnipresente
Joe Bonamassa), scavano alle radici del grunge (l’arcigna Little Girl Lost, in
cui rockeggia anche uno splendido zio Neil), e fondono riff pesi e melodia,
trasformando Peter Frampton in un rocker incattivito che pare aver dimenticato le
morbidezze del passato (Heavy Blues). E Bachman riesce anche, letteralmente, a
resuscitare i morti: in Confessin’ To The Devil recupera dagli archivi un
duetto registrato in studio con il grande Jeff Healy, adattandolo al contesto
di una canzone nuova di zecca (anche se qualcuno riconoscerà nel pattern un
classico blues). Heavy Blues è in definitva un disco divertente e gagliardo
come pochi, rock di primissima qualità, senza forse grandi sorprese
compositive, ma solido e potente dall’inizio alla fine. Alla faccia dei settant’anni.
Cazzo duro e senza bisogno del Viagra.
VOTO: 7
Blackswan, venerdì 10/07/2015
giovedì 9 luglio 2015
mercoledì 8 luglio 2015
NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL - THE MONSANTO YEARS
Ho una teoria. Penso che quando un artista si stia
avvicinando a fine carriera (cioè, alla fine della propria esistenza), spesso
venga preso da un eccesso di ipercreatività, da una verbosa esternazione
di tutte le idee che ha in testa, buone o cattive che siano. Anche perchè,
raggiunta una certa età, non devi scendere più a compromessi con nessuno, e se,
come nel caso di zio Neil, sei una leggenda su due gambe, per calcolo o per
riconoscenza, le case discografiche ti pubblicano tutto quello che vuoi. Il
grande canadese, splendido esempio di come il rock sia un elisir di giovinezza
di gran lunga migliore del Gerovital, a settant'anni quasi compiuti, continua a
sfornare album con un ritmo martellante. Dal 2012 ad oggi, infatti, sono usciti
a sua firma la bellezza di cinque full lengh in studio: uno davvero notevole
(Psychedelic Pills), un altro più che sufficiente (Americana),
altri due, invece, decisamente sottotono (la follia di A Letter Home
e Storytone). Il nuovo The Monsanto Years è un disco che lascia perplessi. Da
un lato, si apprezza la voglia del vecchio Neil di non mollare il colpo, di
stare sul pezzo dell'impegno civile come ha sempre fatto fin dagli anni d'oro;
dall'altro, non possiamo non accorgerci che l'uomo ha musicalmente sparato
quasi tutte le cartucce che aveva nella bandoliera. Quasi. Perchè in fin
dei conti in The Monsanto Years, primo album con a fianco i Promise Of The
Real, nuova band composta dai due figli di Willie Nelson, Micah e Lukas,
qualche buono spunto non manca (Big Box è una gran bella cavalcata in stile
Crazy Horse) e il disco possiede un piglio da rock rurale e campagnolo
che mette in evidenza un'energia ancora intatta nonostante mezzo
secolo di carriera. Come dicevamo, poi, è apprezzabile anche lo spunto che ha
generato questa ennesima prova, e cioè, l'attacco diretto, populista
e grossolano quanto si vuole, ma indubbiamente sincero, alle corporation
(Monsanto, Chevron, Starbucks) che si stanno mangiando la terra e livellando la
nostra qualità della vita. E si potrebbero anche perdonare i testi non
particolarmente icastici e centrati, a volte ai limiti della banalità, se ci
fossero delle canzoni che si facessero ricordare: invece, salvo qualche
sporadico episodio (la citata Big Box e A New Day For Love) tutto
scorre in un anonimato senza infamia e senza lode, che non riesce a trasmetterci palpiti.
Prendere o lasciare: questo è Neil Young, un artista che per troppo osare,
sbaglia anche molto. Ma quando centra il bersaglio è ancora comunque in grado di
regalarci cose splendide.
VOTO: 6
Blackswan, mercoledì 08/07/2015
martedì 7 luglio 2015
JOSH SMITH - OVER YOUR HEAD
Quello di Josh Smith è un talento indubbiamente
precoce, visto che il chitarrista losangelino pubblicò il suo album
di debutto, Born Under A Blue Sign, a soli quattordici anni. Oggi, a distanza
di quasi un ventennio da quell'esordio, Smith torna con il suo ottavo album in
studio, confermando, se mai ce ne fosse bisogno, di essere uno dei
chitarristi più interessanti del panorama del modern blues. Sceglie un'ottima
sessione ritmica, Calvin Turner al basso e Leman Carter alla batteria
(ascoltare l'iniziale How Long per capire di quanto dinamismo siano dotati i
due), si fa affiancare da turnisti scafatissimi (Jeff Babko alle tastiere,
Charles Jones alla voce e Chicco Gussoni alla chitarra) e si regala pure tre
ospitate d'eccezione, portando in studio Joe mr. prezzemolino Bonamassa,
Kirk Fletcher (ex chitarrista dei Fabulous Thunderbirds) e l'armonica
leggendaria di Charlie Musselwhite. Ispirato ai suoi mentori di sempre (Jimi
Hendrix e Stevie Ray Vaughan sono i costanti riferimenti del chitarrista), Josh
Smith apparecchia un roccioso disco di rock blues, energico e tirato
dall'inizio alla fine, ma capace anche di regalare agli ascoltatori
qualche momento più elegante, come nelle atmosfere jazzy di Still Searching. Se
da un lato, il disco è suonato magnificamente e Smith da saggio di una tecnica
invidiabile e di un suono fluido, pieno, ricco di sfumature soul e funky,
dall'altro non si può dire che in queste dodici canzoni regni sovrana
l'originalità. I clichè di genere, infatti, ci sono proprio tutti, l'abito
è classicissimo e la sartoria è quella dei nomi già citati. Ma la grande prova
di una sezione ritmica davvero coi fiocchi e la pulizia di tocco del nostro, rendono
Over Your Head un disco gagliardo, sincero, godibilissimo. Consigliato a tutti
i dipendenti cronici della sei corde.
VOTO: 7
Blackswan, martedì 07/07/2015
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