martedì 15 dicembre 2015

IL 2015 IN DIECI CANZONI - Prima Parte





In attesa della consueta Super Classifica di fine anno, vi propongo, a puntate e in ordine sparso, le dieci canzoni che hanno caratterizzato il mio 2015. Canzoni finite sul mio ipod il giorno del primo ascolto e mai più uscite. I gusti sono, come sempre personalissimi, ma non è escluso che qualcuna di queste possa essere condivisa.
Buon Ascolto!








Blackswan, martedì 15/12/2015



lunedì 14 dicembre 2015

IL MEGLIO DEL PEGGIO





Riceviamo dalla nostra freelance Cleopatra e integralmente pubblichiamo.

La Leopolda è tornata in scena. Il reality renziano, giunto alla sesta edizione, abbandonata l'ambientazione da garage con i tavoli di lavoro, si presenta in gran spolvero con un titolo che è tutto un programma. "Terra degli uomini", dal libro di Antoine De Saint- Exupery, per sottolineare un incontro di cittadini semplici, di uomini e donne che credono nei valori della politica. Ma vi è di più. 
Mai come quest'anno, la Leopolda ha lo scopo di rilanciare l'immagine del Premier, ultimamente in sofferenza nei sondaggi.
Tanti nomi alla adunata renziana ma anche qualche defezione illustre come quella di Federica Pellegrini e Samantha Cristoforetti, volti di un'Italia vincente. Si diceva dei valori della politica. Ma a quali si riferisce, esattamente, il Magnifico Matteo?
Restare solo al comando, attorniato da innocui e riverenti subalterni? Depauperare la Costituzione? Flirtare disinvoltamente con i poteri forti e marginalizzare le parti sociali? Spacciarsi per rottamatore per poi rivelarsi un conservatore di ferro, tenendosi stretti i De Luca e i Bassolino? Stringere accordi con i mercenari della politica alla Denis Verdini? Elargire mance e bonus come un Babbo Natale qualunque? Sancire la libertà di licenziamento per le aziende? Garantire la non punibilità agli evasori? Salvare le banche amiche? La verità è che Renzi con le sue compulsive suggestioni ha smarrito, se mai ce l'abbia avuto, il senso della misura e delle proporzioni.
Se la terra degli uomini è quella vaneggiata dal nostro Premier forse converrebbe trasferirsi altrove.

Debora Serracchiani, vittima del decreto salva-banche: "Io e mio marito siamo tra coloro che hanno perso dei soldi, circa 18mila euro. Non tantissimi, ma assicuro che non è una bella sensazione".

Lara Comi, eurodeputata forzista: "Sono di nuovo single: rieccomi sul mercato".

Alfio Marchini, candidato sindaco di Roma: "Voglio fare Enrico Vanzina senatore a vita per Roma".

Cleopatra, lunedì 14/12/2015

P.S. Il Meglio del Peggio va in vacanza. Auguri di Buone Feste a tutti. 

sabato 12 dicembre 2015

JOHNNY MARR – ADRENALIN BABY (LIVE)



Cinquantadue anni, più di trenta dei quali passati a scrivere musica e a suonarla insieme a Smiths, The The , Electronic, The Healers, Modest Mouse, e poi Brian Ferry, Talking Heads, Pet Shop Boys, Oasis, The Charlatans, Neil Finn, Crowded House, e un’infinità di altri artisti, i cui nomi occuperebbero l’intera pagina, qualora decidessi di elencarli tutti. Per trovare una propria dimensione artistica, che non fosse quella di apprezzato e lussuoso sessionista o membro di band più o meno conosciute, Marr ha impiegato mezzo secolo di vita, esordendo con il primo album solista, The Messenger,  addirittura nel 2013. Visto l’inaspettato successo e consapevole ormai che il proprio talento potesse vivere anche in villetta singola e non solo in condominio, il chitarrista mancuniano ha, come si suol dire, battuto il ferro finché è caldo, sfornando l’anno successivo un altro buon disco Playland e celebrando, oggi, con un album live, gli ultimi due anni di carriera, con vista, però, anche sul passato meno recente (leggi Smiths). Adrenaline Baby è dunque la summa di tre concerti tenutesi tra Manchester (piace vincere facile, eh?), Glasgow e Brixton, in cui il nostro eroe, accompagnato da una solida band, in cui spicca l’ottimo bassista Iwan Gronow, ripropone in versione “adrenalinica” il contenuto dei due dischi solisti, alternando però la scaletta con classici del repertorio Smiths e una cover I Fought The Law, grande classico di Sonny Curtis, già rimasticato da centinaia di artisti (vedi Clash, ad esempio). Passano gli anni, but the song remains the same : Marr continua a proporre (e a suonare bene) il suo pop rock di estrazione mancuniana e fortemente innervato in un sound che, con qualche tocco di modernità (vedi Easy Money), resta ancorato, quasi inevitabilmente, a quei leggendari anni ’80. Le canzoni di Marr puntano tutto su un chitarrismo colorato, luccicante, a volte addirittura stralunato, giocato su cascate di morbidi arpeggi che compensano adeguatamente una voce, in tutta franchezza, sempre al minimo sindacale (Johnny: lo vogliamo trovare un cantante?). Non resteranno comunque delusi i nostalgici dei bei tempi andati, dal momento che Marr non fa mancare i grandi classici che hanno marcato a fuoco la storia del brit pop. Vi potrete pertanto godere le sue personali riletture (peraltro sempre molto fedeli all’originale) di The Headmaster Ritual, di Bigmouth Strikes Again (il riff continua a essere folgorante), di How Soon Is Now? (vi ricordate un glissando altrettanto bello?) e di una There Is A Light That Never Goes Out, cantata con il contributo significativo di tutto il pubblico. Ottima anche la resa live (e più energica) di brani senza storia, ma dignitosissimi (Playland, Getting Away With It, Back In The Box), muscolare ma non esaltante, invece, la cover di I Fought The Law. In definitiva, un buon disco per intrattenere i fans in vista della già annunciata biografia, in uscita, pare, nell’autunno del 2016.

VOTO: 7





Blackswan, sabato 12/12/2015

giovedì 10 dicembre 2015

KING 810 - MEMOIRS OF A MURDERED



Flint, cittadina del Michigan di poco più di centomila anime, è un posto di merda. Basta fare un rapido giro nel web per rendersi conto che da queste parti il numero annuale di morti ammazzati, fa impallidire la trama di uno qualsiasi dei film di Bruce Willis, e regge molto bene il confronto con il clima salubre che si respira a Ciudad Juarez, vedete voi quale paragone ritenete più acconcio. La chiamano Murder Town non a caso, e da qui arrivano i King 810, band nu metal, a cui il 2015 ha portato un inaspettato successo. Il battage pubblicitario della casa discografica, la mitica e controversa Roadrunner, e il proliferare delle storie che, anche in questo caso, potete trovare senza fatica in rete, ha prodotto nei confronti della band capitanata dal cantante David Gunn un'attenzione mediatica davvero notevole, soprattutto se si tiene conto che stiamo parlando di un gruppo con solo due Eps e un album, questo Memoirs Of A Murderer, all'attivo. I motivi di tanta attenzione risiedono nella storia di Gunn, cresciuto tra gang, pistole e coltelli, e ridotto in fin di vita, qualche anno fa, nel corso di una rapina; ma anche nell'esito spesso funesto dei concerti tenuti dai King 810, divenuti luoghi di culto per gli amanti delle risse e del delirio a prescindere. Qualcuno obbietta che la loro storia sia una montatura creata ad arte; altri, invece, sono pronti a giurare che sia tutto vero, e che Gunn e soci riflettano nel modo più sincero possibile il mondo in cui sono cresciuti. Probabilmente, come spesso accade, qualcosa di vero c’è, e questa parte di verità è stata gonfiata a bella posta, consentendo così al combo statunitense di raggiungere l'auspicata visibilità. Fatta la premessa, corre tuttavia l'obbligo di entrare nel merito dell'ascolto, che, al netto di tutte le suggestioni poco sopra riportate, lascia alquanto interdetti. Questa musica, con qualche tocco di modernità in più, è vecchia di vent'anni: un tempo si chiamava nu metal, e annoverava fra i suoi alfieri gruppi del calibro degli Slipknot e dei Korn (i primi Korn, ovviamente). Non è, però, questo il vero problema. Mi pare, invece, che a parte l'altisonante battage pubblicitario, la proposta della band risulti alquanto artefatta. Nel tentativo di creare un suono diversificato, che si discosti dagli ovvi modelli di genere, i King 810 perdono infatti un pò il bandolo della matassa, risultando molto meno sinceri di quanto ci si sarebbe aspettati da chi, vista la premessa, dovrebbe essere tutto rabbia e furore. Alcuni skit inseriti (Anatomy 1:2, Anatomy 1:3), infatti, sembrano messi lì per allungare il brodo da gangsta band; le aperture melodiche, in bilico fra acustico (Take It) ed elettronica (Eyes), invece di sparigliare le carte in tavola, appesantiscono l'ascolto e, a parte la buona Devil Don't Cry, non brillano certo per creatività. Il resto, cioè la parte consistente della proposta, è nu metal costruito su riffoni pesantissimi, voce in screaming e batteria pestata usque ad finem, capace talvolta di ottimi risultati (War Outside), e più spesso solo di un dignitoso minimo sindacale (Killem All). Memoirs Of A Murderer, in definitiva, non è un disco brutto e forse nemmeno totalmente inutile, ma, più semplicemente, patisce le aspettative eccessive che si sono create intorno al nome della band. Una band che, ho l'impressione, potrebbe produrre cose migliori, asciugando il suono e liberandosi dalle pose di cattivi a tutti i costi. Un pò di rabbia sincera, insomma: ecco cosa manca ai King 810.

VOTO: 6





Blackswan, giovedì 10/12/2015