Come sempre fine anno porta con sé il tempo dei
bilanci. Quindi, viene spontaneo domandarsi: qual è il miglior disco del 2015?
Per le classifiche del killer c’è ancora qualche giorno di tempo. Il vostro
disco, invece, potete votarlo subito, cliccando sull’elenco posto alla destra
della pagina. Per motivi di spazio ho ristretto la cerchia dei candidati a una
quindicina di titoli che coprissero il più ampio spettro di generi possibile.
Mi scuso fin da ora per tutti quei bei dischi (tanti) che non ho inserito nel
sondaggio, ma spero che riusciate comunque a individuarne qualcuno di vostro
gradimento. Vi ricordo che la scelta è multipla e che potete votare fino al 27/12/2015.
Dopo aver ascoltato il quinto full lenght a firma dei
canadesi Sheepdogs, la prima cosa che mi è venuta voglia di fare è cancellare
la parola Future dal titolo. E poi, riscrivere almeno altre dieci volte la
parola Nostalgia. Il gruppo originario di Saskatoon regala infatti alle nostre
orecchie il disco più vintage dell'anno, in perfetta linea con una
passione filologica consolidata fin dagli esordi della band, datati
2007. Diciotto tracce, per circa cinquanta minuti di musica, in cui viene
citato quasi tutto lo scibile americano risalente agli anni '70: a ciascun
ascoltatore, il compito, non particolarmente arduo, di individuare le
fonti di questo piccolo zibaldone di storia del rock a stelle e strisce. Dal
rock californiano al rock blues più arcigno fino agli afrori black del
suono sudista, in Future Nostalgia compaiono in ordine sparso Allman Brothers
Band, Crosby, Stills & Nash, Creedence Clearwater Revival e chi più ne
conosce, più ne citi. Sferraglianti chitarre al vento a dare pienezza al suono
e un gusto per la melodia radiofonica sono le armi vincenti di un disco che si
fa ascoltare volentieri, anche se si perde un po’ in un finale
sfilacciato, e che comunque, è fuor di dubbio, fa venire voglia di
abbassare il finestrino dell'auto, premere il piede sull'acceleratore e
puntare verso l'orizzonte, volume dello stereo a manetta. Un paio di brani
graffianti in quota rock blues e taglio southern a iniziare la
giostra (Gonna Be Myself e Really Wanna Be Your Man), e poi, ad
alternarsi, melodie irresistibili (la soul ballad, Jim Gordon), mid tempo
bluesy (Bad Leutenant), la California dei CS&N (Help Us All e Plastic
Man), hard rock ruffiano (Back Down), space folk (Jim Sullivan) e una
strana (perchè fuori contesto) ballata soul che ricorda, un pò troppo,
Dancing In A Moonlight dei Toploader (Nothing All Of The Time). Tutto
divertente, ma nulla di memorabile. Semmai, come si diceva, nostalgia a
palate e un suono vintage seventies, che non si schioda di
un decibel da quello originale. Tanto che, occorre fare
molta attenzione: al terzo ascolto vi verrà voglia di farvi crescere i
basettoni e indossare zeppe e zampe di elefante. Con buona pace del futuro
(e di quarant'anni di storia).
In attesa della consueta Super Classifica di fine anno,
vi propongo, a puntate e in ordine sparso, le dieci canzoni che hanno caratterizzato il mio 2015. Canzoni
finite sul mio ipod il giorno del primo ascolto e mai più uscite. I gusti sono,
come sempre, personalissimi, ma non è escluso che qualcuna di queste possa
essere condivisa.
Sono passati diciotto
lunghissimi anni prima che Peter Walsh decidesse di emergere dalla coltre
ascetica nella quale si era nascosto, per tornare finalmente a rivedere la
luce, a respirare musica. Quattro
dischi, nel corso degli anni ’90, avevano trasformato gli Apartments in una
band di culto, amata soprattutto da quei cuori malinconici grati ai languori
della penombra. Come un Burt Bacharach dalle movenze notturne, Peter Walsh
declinava un pop dalle trame dense, spesso arrangiate per archi e fiati, e dai
testi amari e mai condiscendenti. Poi, quando, nel 1997, esce Apart, per Walsh tutto
cambia, la vita si impone prepotentemente sulla musica e il mood malinconico
delle canzoni viene spazzato via dall’urlo senza requie della tragedia: la
malattia del figlio, il calvario, il lutto. Gli Apartments svaniscono, Walsh si
richiude in se stesso, per cercare una cura alle proprie ferite interiori. Ci
vuole tempo perché l’arte riesca a metabolizzare il dolore della perdita, a
lenire un destino che non da scampo alla speranza. Ci sono voluti esattamente
diciotto anni per riuscire a scrivere otto canzoni che chiudano in conti con il
passato. Otto canzoni che non sono plumbee e contrite come ci sarebbe potuto
aspettare, ma che nemmeno celebrano con enfasi una rinascita. No Song, No
Spell, No Madrigal ha invece il passo di un uomo che torna a camminare sulle
proprie gambe, ad attraversare quei boulevard parigini che erano i luoghi di
una giovinezza ormai lontana. C’è grazia, e misura, e una nota sottostante di
nostalgia, che nasce da un incanto perduto, da una passione non obliata, ma solo
stemperata dall’età adulta. La tensione non è mai invasiva, non viene imprigionata
dallo struggimento. C’è semmai uno sguardo che si scioglie in un sorriso
triste, quello sguardo affettuoso e consapevole con cui la maturità si guarda
dietro le spalle, ricordando i giorni andati, con pacatezza. Non ci sono
lacrime in No Song, No Spell, No Madrigal, ma un’eleganza espressiva che rende
sostanziale la perfezione della forma, con la consapevolezza che per raccontare
il dolore, bisogna soprattutto saperlo scrivere bene. Delle otto canzoni che
compongono la scaletta non ve n’è una, mi pare, che non sia decisiva, che non
sappia raccontarci una storia, che non finisca per trovare riparo nei nostri
cuori. Le poche note di piano che innescano il crescendo di Twenty One, la marmellata
amara dal retrogusto eighties di Black Ribbons, il pulsare romantico della
title track, la consanguineità ai Blue Nile di Paul Buchanan della
straordinaria Looking For Another Town sono alcune delle cose più emozionanti
ascoltate quest’anno. Canzoni che spingono l’inaspettato ritorno di Walsh verso
il novero ristretto dei migliori dischi del 2015.