venerdì 4 agosto 2017

1977,LA (FINTA) RIVOLUZIONE DEL PUNK





Il 1977 è l’anno in cui il R’n’R riprese ciò che era già suo. L’anno del Punk, o meglio, l’anno in cui il Punk esplose perché la sua gestazione fu lunga e articolata, dalle band americane etichettate in seguito come Proto-Punk, quali Stooges, MC5, New York Dolls fino agli esordi di Patti Smith e Ramones avvenuti prima rispettivamente nel ‘75 e nel ‘76. Esemplificando si può affermare che tutto nacque negli USA (principalmente a Detroit e New York) - come istintiva reazione e possibile via d’uscita dal cul de sac in cui il Rock s’era infilato per colpa dei suoi “Dinosauri” nella prima metà degli anni ’70 - per poi trovare in Inghilterra la patria d’adozione dove il Punk crescerà freneticamente diffondendosi alla velocità della luce. La definizione di “Dinosauri del Rock”, che i punkers faranno propria per etichettare la maggior parte degli artisti over 30 sopravvissuti agli anni ‘60, è da attribuire a Robert Fripp che in seguito al primo scioglimento dei King Crimson avvenuto nel ‘74 ebbe a dire: “Il mondo sta cambiando. Noi viviamo in un periodo di transizione tra il vecchio ed il nuovo. Il vecchio era caratterizzato da quello che un filosofo contemporaneo ha definito “la civiltà dei dinosauri”. Unità enormi, massicce, non molto intelligenti, proprio come i dinosauri. Un esempio, nel campo della politica, può essere una superpotenza come gli Stati Uniti. Oppure, in ambito musicale, un supergruppo Rock, con decine di tecnici, tonnellate di materiale, milioni di dollari d’investimenti. Tali unità, all’origine, sono nate per rispondere ad un bisogno reale. Poi si sono messe a fabbricare bisogni artificiali per prolungare la loro esistenza. In altri termini, sono divenute dei vampiri. Il nuovo mondo appartiene alle piccole unità mobili, indipendenti ed intelligenti. Al posto delle città, comunità che si organizzano da sole, una versione moderna dei villaggi. Al posto di grande gruppo come i King Crimson, una piccola unità mobile, indipendente ed intelligente.” (1)
Nonostante Fripp fosse tra coloro aspramente criticati dalle frange più integraliste del movimento Punk, aveva capito tutto e con largo anticipo. Infatti quando riformerà la band nell’80, riuscirà a ritagliarsi un posto di rilievo facendo proprie molte delle sonorità del Punk e della New Wave americana (vedi la trilogia del periodo 81/84 che s’inaugura con Discipline). E’ dunque il Rock che divora se stesso, “il salto dello squalo” come si dice nel mondo dello spettacolo quando l’esagerazione incongrua è l’ultima delle carte da giocare. Nel Rock furono devastanti passaggi epocali come l’introduzione della musica classica (i Deep Purple che registrano con la Royal Philharmonic Orchestra), l’affermarsi dell’Heavy Metal melodico con il suo portato di misoginia e cattivo gusto, il Prog (un movimento quasi del tutto immemore delle influenze del Blues) che mieteva vittime a colpi di suite, tecnica strumentale accademica, ostentata e sovraccarica (chitarre a due/tre manici, terrazzamenti di tastiere, batterie come fungaie), live set interminabili ed oltremodo risibili in tante sue rappresentazioni. Riferimenti al fantasy e al suo combinato disposto: leggende nordiche,  hobbit, gnomi, fate, etc. (a questo proposito il geniale e divertentissimo mockumentary This Is Spinal Tap di Rob Rainer esemplifica l’argomento meglio di tanti scritti).
Una follia se pensiamo a come Presley, Chuck Berry e gli altri leggendari capiscuola del R’n’R erano riusciti a cambiare il mondo della musica (e non solo), con una formula semplice quanto efficace prendendo le sonorità tradizionali Blues e Country e forgiandone materia originalissima ad uso esclusivo delle nuove generazioni. Bastarono un paio di etichette discografiche coraggiose (la Sun Records su tutte), chitarre, (contra)basso e batteria, jeans attillati e giubbotti alla Marlon Brando: la rivoluzione musicale e culturale più desiderata ed immediata della storia. Sponsor migliori tutte le lobby conservatrici dell’America di quegli anni (integralisti cattolici, anticomunisti, associazione per la salvaguardia della famiglia tradizionale), uno per tutti il mitico giornalista di Variety che nel 1955 affermò: “Il Rock’n’Roll morirà entro giugno.
Per il Punk non si può quindi asserire che fu una vera e propria rivoluzione musicale rappresentò, più semplicemente, il necessario tentativo di restaurazione delle forme originarie del Rock facendo proprie alcune caratteristiche dei sixties prima dell’avvento dei mega concerti negli stadi e dei contratti a sei zeri che, in meno di un decennio, trasformò il Rock prima in star-system e poi in inammissibile show-business. Tra le similitudini più evidenti il ritorno alle esibizioni nei piccoli club come il CBGB’s a New York e il Roxy a Londra, il 45 giri come mezzo promozionale economico e di più facile distribuzione (gli album arriveranno più in là). Un ruolo importante lo ebbero anche le etichette indipendenti, così come le intendiamo ancora oggi, le fanzine che contribuiranno alla crescita e all’affermazione di tutto il movimento (tra le più popolari Sniffin’ Glue in UK e Slash negli Usa) e alcuni dj radiofonici come il mitico John Peel della BBC. Tra i generi preferiti dai punkers, il Mod, il Garage, lo Ska. Insomma tutta la musica degli anni ‘60 che non seppe mai incontrare pienamente le preferenze del grande pubblico.   





La vera novità va invece ricercata nell’apparato scenico disturbato e disturbante, questo sì del tutto inedito. In primo luogo l’impatto visivo volutamente scioccante con musicisti e pubblico abbigliati spesso allo stesso modo: capigliature con creste moicane, jeans strappati, t-shirt personalizzate su cui veicolare istanze nichiliste ed incitamenti tout court alla disobbedienza civile e sociale, oggetti del quotidiano decontestualizzati utilizzati come accessori (spille da balia, catenelle strappate agli scarichi dei wc, vecchie medaglie, collari per cani, etc), la sporcizia come sfondo identitario, metafora di un diffuso malessere giovanile soprattutto tra il proletariato delle periferie inurbate. Una nuova moda che nacque all’insegna del trash che rimarrà prerogativa dei vicoli e delle strade solo per poco riempiendo presto le vetrine del fashion. Un’altra peculiarità del movimento Punk fu che molte band si organizzarono attorno a figure femminili carismatiche, fenomeno rarissimo prima d’allora: Siouxsie, Poly Styrene, Debbie Harris, Joan Jett, le Runaways come le Slits e le Raincoats.
Con l’arrivo delle major il Punk diventa un affare a tutto tondo, EMI, Virgin, Elektra, Polydor si buttano a capofitto offrendo contratti milionari a chiunque avesse il look giusto a scapito della qualità musicale. Un enorme emporio a cielo aperto in cui acquistare di tutto un po’ e che vedrà tra i suoi massimi protagonisti quel Malcon McLaren, regista per nulla occulto, dell’ascesa alla notorietà mondiale dei Sex Pistols e della “Grande truffa del Rock’n’Roll”, il docu-film di Julian Temple che fece dubitare dell’autonomia e della genuinità dei Pistols ma anche delle altre band di primo piano. Gli stessi Clash furono accusati di aver ucciso lo spirito originario del movimento quando firmarono per la CBS che produsse il loro omonimo esordio. Il Punk che divora se stesso!
In questi episodi le contraddizioni di un movimento complesso e diversissimo nelle sue manifestazioni che comunque darà luogo a decine di esordi memorabili (tante le pietre miliari) che cambieranno per sempre le vicende del Rock. Ne menzioniamo solo alcuni, tutti venuti alla luce nel ’77. In Gran Bretagna: Clash, Damned, Wire, Stranglers, Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, Ultravox. Negli Stati Uniti: Talking Heads, Television, Dead Boys, Richard Hell & The Voidoids, Suicide, Chrome, Devo, Johnny Thunders & The Heartbreakers. In Australia: Saints e Radio Birdman. In giro per il mondo vale la pena citare i francesi Métal Urbain, i tedeschi Kraftwerk, i canadesi Viletones, e, qui da noi, i Chrisma e gli Skiantos. Questi ultimi affini al movimento studentesco bolognese che vide in Radio Alice uno dei pochissimi mezzi di diffusione in Italia ad occuparsi ampiamente del fenomeno Punk. Qualche anno dopo nasceranno le nostre riviste musicali storiche: Mucchio Selvaggio, Rockerilla, Musica 80, sulle quali si formeranno tutti gli appassionati italiani del vecchio come del nuovo Rock’n’Roll, ovvero il Punk.       
In conclusione, senza l’avvento del Punk e delle innumerevoli digressioni prese dalla New Wave nei tre/quattro anni successivi, difficilmente avremmo vissuto stagioni musicali altrettanto esaltanti nelle decadi a noi più vicine. Hardcore, Paisley Underground, Grunge, Indie, Alternative, Stoner, etc. tutti figli, imbastarditi finché si vuole, di quella incredibile, esaltante, “rivoluzionaria” annata.

(1) "IL ROCK, star-system e società dei consumi. David Buxton (Ed. Lakota, 1987)





Porter Stout, venerdì 04/08/2017

giovedì 3 agosto 2017

TOM DRURY - LA FINE DEI VANDALISMI (NNE, 2017)



Il mondo di Grouse County è una ragnatela di cittadine sparse in un immaginario Midwest, dove le vite sono intrecciate da legami di amicizia, affetto o semplice conoscenza. È qui che Louise Darling decide di divorziare da Tiny e fa visita alla madre, Mary, per portarla fuori a pranzo prima della seduta del consiglio comunale, dove si discutono le sorti di un cane mordace.
Nel frattempo, lo sceriffo Dan Norman si trova a dare la caccia al marito di Louise, per atti vandalici commessi nella scuola durante il ballo contro i vandalismi. E così Dan incontra Louise, se ne innamora, Tiny la perde per sempre, e Louise ritrova finalmente se stessa.Tom Drury sceglie di non dirigere i suoi personaggi come burattini, ma al contrario, con piccole pennellate, dai loro incontri attinge la forza per creare l’epica di Grouse County.Leggero e profondo, divertente e malinconico allo stesso tempo,
La fine dei vandalismi racconta la vita, quella di ogni giorno, che macina gioie e tristezze senza sosta. E lo fa senza seguire traiettorie premeditate, accettando la fatalità dell’esistenza, in un inno alla sua pacata e ingovernabile casualità. Questo libro è per chi ama la furia della pioggia d’aprile, che allontana l’inverno e accoglie la primavera, per chi guarda la via Lattea come una strada che conduce davvero da qualche parte, per chi ascolta Feeling good di Nina Simone, e per chi si trova a camminare verso la felicità a piccoli passi, come se stesse procedendo su un cornicione sospeso nel vuoto.





Una contea immaginaria, centro narrativo per eccellenza di molta letteratura americana, da William Faulkner a Sherwood Anderson. L’America rurale, quella dei campi di grano a perdita d’occhio, delle case roulotte, delle fattorie con veranda, dei piccoli drugstore, dei diner, delle main streets come coagulo della vita sociale. Un’umanità semplice alle prese con una vita ordinaria, fatta di piccole cose, di piccoli tragitti, di piccoli cambiamenti, lontana da un mondo che, si sa, è là fuori, ma è più simile a un’ipotesi o a un’intuizione che a una concreta realtà. La struttura portante di La Fine Dei Vandalismi di Tom Drury, primo romanzo di una trilogia che verrà pubblicata interamente da NNE, ricorda da vicino quella dei romanzi di Kent Haruf: la contea come stato mentale e centro dell’anima, l’ordinarietà di vite che si intrecciano raccontando il particolare di una caducità che si fa, poi, universale. Eppure, a differenza dei personaggi di Haruf, sempre costretti a fare i conti con il proprio passato, moralisti di facciata ma dilacerati da inemendabili rimorsi, l’umanità di Drury è cristallina, vive il presente e guarda al futuro. Dan, Louise, Tiny, Mary e tutti i protagonisti del libro conducono vite anonime, difficili e, per certi versi, insulse; eppure, non smettono mai di crederci, di lottare, di pensare a un domani migliore, di realizzare la propria peculiare visone del sogno americano. La prosa minimal di Drury (anche in questo vi è un’ulteriore similitudine con Haruf) racconta la storia d’amore fra Dan e Louise, intorno alla quale gravita il mondo della cittadina di Grafton. Una storia come tante altre, che si nutre di serenità, che si accende nella gioia della condivisione, che vacilla quando il dolore bussa alla porta di casa. Non c’è sentimentalismo né compassione, però: sono solo le stagioni della vita (così come lo sono per tutti), che Drury racconta con disincanto ma mai con cinismo. Lo scrittore, anzi, resta a fianco dei suoi personaggi, li osserva con ironia, certo, e li fotografa nelle loro debolezze, negli infiniti dubbi, nei tentennamenti etici. Non li giudica mai, però, e rendendoli elementari e prevedibili nelle dinamiche e nelle pulsioni, crea, al contrario, una sorta di immedesimazione fra loro e il lettore, tanto ovvia quanto lo sono le nostre vite. Li tiene per mano, insomma, perché possano sbagliare ma sappiano anche ritrovare la strada di casa, e non smette mai di poggiare su di loro uno sguardo tenero e quel carezzevole velo di malinconia che sottende all’eroismo di vivere il quotidiano. Asciutto e cadenzato come lo scorrere delle stagioni nello Iowa, La Fine Dei Vandalismi è un romanzo che all’apparenza non decolla mai e che sembra crogiolarsi in un contraddittorio immobilismo, come la macchina senza ruote di Dan o come quella casa roulotte, ripresa anche in copertina, simbolo di una precaria stanzialità, in cui confluiscono il desiderio di mettere radici ma anche lo spiraglio per una possibile fuga. Eppure, chiusa l’ultima pagina del libro, sembra di aver intrapreso, insieme a Dan e Louise, quel lungo viaggio che separa ogni uomo dal raggiungimento della consapevolezza e della felicità.


Blackswan, giovedì 03/08/2017

mercoledì 2 agosto 2017

CANZONI



Se ne vociferava già da tempo, ma ormai la notizia è certa, e quella che sembrava una chimera è prossima a trasformarsi in realtà. The Queen Is Dead (1986), capolavoro a firma The Smiths e uno dei dischi più seminali degli anni ’80, uscirà in una nuova e ricca edizione. La reissue sarà nei negozi il prossimo 20 ottobre e si comporrà di due cd, uno contenete il disco originale rimasterizzato e il secondo, invece, composto di demo e b-side. In attesa di poter ascoltare la versione aggiornata di quel capolavoro, godiamoci una delle canzoni più belle tratte dal disco. Enjoy!





Blackswan, mercoledì 02/08/2017

martedì 1 agosto 2017

RUBY FORCE – EVOLUTIONARY WAR (Ruby Force Records, 2017)



Ruby Force: Evolutionary War suona un po’ come il titolo di un nuovo lungometraggio targato Marvel. Invece, dietro il moniker Ruby Force, non si nasconde un super eroe, bensì Erin McLaughlin, songwriter e cantante californiana che esordisce sulla lunga distanza con un disco di dieci canzoni, in cui è l’alt country a farla da padrone (anche se rivisitato con l’aggiunta di qualche chitarra elettrica e un po’ di synth). Sarebbe tuttavia riduttivo parlare di alt country tot court: nella musica della MacLaughlin confluiscono, infatti, disparati elementi, e oltre al roots vero e proprio si possono ascoltare echi di Sheryl Crow, Lucinda Williams, Nikki Lane, solo per citare alcune artiste con cui si potrebbe azzardare paragoni. Country, dunque, ma anche rock, pop e folk. Erin, che ha imparato a cantare fin da piccola nel coro della chiesa vicino a casa, ci mette poi la sua bella e duttile voce, che quasi sempre sta al centro della scena per raccontare storie di vita e di amori vissuti.  Non è un disco immediato, Evolutionary War, e ci vuole qualche ascolto per entrare in sintonia con un songwriting apparentemente lineare, che solo lentamente, invece, svela una buona vena e qualche brillante intuizione che rendono la scaletta varia e ricca di ottime canzoni. L’inizio è affidato a Church And State, un classico e sonnacchioso country con cui Erin racconta la propria città natale e la propria infanzia (nessun riferimento politico, nonostante il titolo induca a crederlo). Memory è una splendida ballata di americana in purezza con cui la songwriter ricorda un amore importante della sua vita. Il registro, però, cambia con Ode To Vic Chesnutt, mid tempo dai cromatismi indie e dal ritornello irresistibile, con cui la singer californiana rende omaggio al grande musicista morto a Athens nel 2009. Cowboy, il primo singolo tratto dall’album, sviluppa sonorità più classiche vicine all’honky tonk, che sono le stesse che animano sotto traccia Damn Your Love, un’intensa ballata elettroacustica. Le carte migliori Erin se le gioca quando esce un po’ dagli schemi, sfoderando il riff rumorosissimo di Dancing As I go (il pensiero va direttamente a Lucinda Williams) o giocando sul parossismo della tensione nella conclusiva e drammatica Why Do You Leave, saliscendi emotivo di elettricità e tristezza. Un disco solido, dunque, in bilico fra classicità e alternative, con cui la ragazza californiana dimostra di poter far bene entrambe le cose, senza perdere il bandolo della matassa. Non è certo un super eroe, Erin, ma con questi poteri non è escluso che riesca ad arrivare molto, molto in alto.

Voto: 7





Blackswan,  martedì 01/08/2017