martedì 10 ottobre 2017

PEARL JAM - LET'S PLAY TWO (Republic Records/ Universal, 2017)

Uscirà il 17 novembre, in formato dvd e blu-ray, Let’s Play Two, documentario a firma del fotografo e regista Danny Clinch, che immortala i Pearl Jam durante due serate tenutesi il 20 e il 22 agosto, presso il Wrigley Field di Chicago. Non si tratta però del classico rock movie: Clinch, infatti, racconta anche la storia d’amore della band con la città di Chicago (che ha dato i natali a Vedder) e coglie l’occasione per celebrare la vittoria dei Cubs, che nel novembre del 2016, dopo 108 anni di attesa, sono tornati a vincere le World Series di Baseball. Rock e sport, fan dei Pearl Jam e dei Cubs, il Wrigley Field, soprattutto, che da luogo sacro del baseball si trasforma nel teatro di due serate ad alto contenuto di adrenalina musicale. In attesa che esca la pellicola, la band di Seattle ha rilasciato la traccia musicale di diciassette dei brani eseguiti in quelle due serate. Tutti coloro che attendono impazientemente da quattro anni il nuovo disco in studio (l’ultimo è Lightning Bolt del 2013), questa è un’occasione ghiotta per riassaporare il sound di una band che, pur essendo in circolazione ormai da cinque lustri, non sembra mostrare alcun segno di cedimento. Il live act , infatti, è convincente e travolgente e, per quanto le canzoni siano prevalentemente slegate tra loro, perché prese da diverse serate, la scaletta trasmette comunque l’atmosfera magica vissuta durante quelle due performance. Non c’è nulla che non sia già stato sentito, soprattutto da coloro che hanno collezionato negli anni il ponderoso numero di uscite live (solo i bootleg ufficiali a tutt’oggi ammontano a 314); tuttavia, i Pearl Jam sanno sempre come accendere la miccia dell’entusiasmo, reinterpretando brani noti in modo diverso. Inoltre, questa volta, la scelta delle canzoni in repertorio è meno ovvia (non molto, ma lo è) di quanto ci sarebbe potuto aspettare. Così, a fianco di hit imprescindibili come Alive, Better Man, Jeremy, Black e Crazy Mary (queste ultime due rese, ancora una volta, magnificamente), ecco che compaiono Black, Red And Yellow, All The Way (la canzone scritta da Vedder nel 2007, su richiesta di Eddie Banks, vecchia gloria dei Cubs, per celebrare l’amore per la squadra e la città), I’ve Got A Feeling, riuscitissima cover da Let It Be dei Beatles, e Inside Job, la più bella fra le canzoni minori dei Pearl Jam. Tra gli high lights del disco, le fucilate punk di Go e Last Exit, e una straordinaria versione del super classico Corduroy, che vede Eddie Vedder duettare col pubblico in un call and response dal sapore antico. Vale la pena acquistare un nuovo ed ennesimo album dal vivo dei Pearl Jam? Probabilmente no, e per quelli che non sono fans sfegatati della band, meglio attendere l’uscita del documentario, che si preannuncia originale e interessantissimo. Invece, per tutti i completisti, tra cui anche il redattore del presente articolo, l’acquisto di Let’s Play Two (il film prende il titolo da una frase proprio di Ernie Banks: It’s A Great Day For A Ball Game, Let’s Play Two!) è, ovviamente, irrinunciabile. Chi mai, infatti, potrebbe perdere scientemente, anche una sola nota dell’ultima grande rock band del pianeta?

VOTO: 7,5






Blackswan, martedì 10/10/2017

lunedì 9 ottobre 2017

IL MEGLIO DEL PEGGIO




La galleria degli orrori della politica italiana si arricchisce di una nuova figura: Valeria Fedeli, ministra dell'Istruzione, Università e della Ricerca del governo guidato da Gentiloni. Pensavamo, a torto, di avere toccato il fondo con la berluschina Gelmini e il celebre tunnel tra il Cern e il Gran Sasso. Non ci siamo del tutto ripresi dallo spernacchiamento globale che suscitarono i neutrini, che già ci ritroviamo alle prese con le gesta di Valeria dai capelli rossi. In questa infornata, è bene ricordare che ci troviamo di fronte a un vero e proprio portento al servizio del Miur. La nostra Valeria ha promesso una vera rivoluzione copernicana: innalzamento dell'obbligo scolastico a 18 anni, il conseguimento del diploma in quattro anni per licei e istituti tecnici e, udite udite, l'introduzione dello smartphone in classe. Come se i giovani (e non solo loro) non fossero già abbastanza rincitrulliti dall'(ab)uso dello smartphone. Ma come nasce un talento come Valeria Fedeli? L'esordio della ministra dal "pelo rojo" non è stato rassicurante, linguisticamente parlando. "Io non penso alla propria sedia", affermò con risolutezza durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale, lasciando intendere che avrebbe mollato la cadrega in caso di vittoria del no. Non passa molto tempo dalla debacle referendaria che indusse Matteone alle dimissioni, che la vedi giurare sulla Costituzione da neo Ministra. E per di più dell'Istruzione, roba da fare rivoltare nella tomba il Sommo Poeta. Profetico e decisivo fu quello scivolone lessicale che indusse il mite Gentiloni ad affidarle la cattedra, guarda caso, dell'istruzione e dell'università. E cacofonie e sgrammaticature a parte, la Ministra vanta un curriculum di tutto rispetto: è stata sindacalista ed ex vice presidente del Senato. Ha conseguito pure un diploma di laurea in scienze sociali. E qui casca l'asino. Già perchè la Fedeli, nel redigere il curriculum, ha fatto propria una celebre locuzione di Totò: abbundandis in abbundandum, cioè fai vedere che abbondiamo. Peccato che il diavolo fa le pentole e non i coperchi e la Ministra, accusata di avere mentito, ha dovuto sbianchettare la parola " laurea" modificando la voce "incriminata" in diploma per assistente sociale. Quisquilie, direbbe qualcuno del PD. In fondo, la Fedeli non è bugiarda. Come direbbe il suo illustre collega Angelino Alfano, altro genio della politica italiana, è solo diversamente sincera.

Cleopatra, lunedì 09/10/2017

domenica 8 ottobre 2017

PREVIEW




E’ prevista per il prossimo 24 novembre l’uscita di Topographic Drama, nuovo album dal vivo degli Yes, comprendente registrazioni tratte dal loro ultimo tour. Il disco uscirà in due formati, doppio cd e triplo vinile, e avrà la copertina disegnata dal mitico Roger Dean. Il titolo del disco deriva dal fatto che in scaletta verranno riproposti per intero Drama, album datato 1980, e la prima e la quarta parte di Tales From Topographic Oceans (1973), ma non mancheranno comunque vecchi cavalli di battaglia, quali Roundabout, And You And I e Heart Of The Sunrise. Il compianto Chris Squire è stato sostituito sul palco da Billy Sherwood.





Blackswan, domenica 09/10/2017

sabato 7 ottobre 2017

RADIO MOSCOW - NEW BEGINNINGS (Century Media Records, 2017)

Avevamo lasciato I Radio Moscow l’anno scorso alle prese con Live! In California, nerboruto disco dal vivo che celebrava i primi dieci anni di attività della band originaria dello Iowa (i ragazzi provengono da Story City). Oggi, il terzetto pubblica il quinto disco in studio sulla lunga distanza dall’illuminante titolo New Beginings, quasi a volere sancire l’inizio di una seconda parte di carriera. In realtà, di nuovo, in questo full lenght non c’è proprio nulla, a parte la bella copertina, opera di Courtney Cole. Registrato presso i Lost Ark Studios di San Diego e prodotto da Mike Butler e dallo stesso Parker Griggs (cantante, chitarrista e leader del combo), New Beginnings continua a proporre il piatto della casa senza alcuna variante sostanziale, e cioè una versione incandescente e ad alto tasso psichedelico di quel blues rock da power trio che andava per la maggiore negli anni '60 e '70.  Immediatamente riconoscibili, dunque, i riferimenti storici che stanno alla base della proposta: approccio lo-fi e primordiale alla Blue Cheer, e assoli torrenziali, riff aggressivi e tonnellate di fuzz, che hanno come padri putativi Jimi Hendrix, i Cream e gli Edgard Broughton Band. Una spruzzata di southern e una di stoner completano la preparazione della pietanza. Una volta ascoltata la title track, anfetaminico assalto alla baionetta, tutto il disco suona più o meno nello stesso modo. Già, perché questa è musica a tasso di creatività zero e, ne converranno anche gli adepti più accaniti, già ascoltata migliaia di volte. Tuttavia, ciò che proprio non si può imputare ai Radio Moscow è la mancanza di energia e sincerità, visto che sotto questo profilo il terzetto non ci fa mancare proprio nulla. New Beginnings risulta, infatti, un disco diretto, tutto sangue e sudore, che scorre fino alla fine senza un attimo di tregua. Sezione ritmica martellante, chilometriche cavalcate, e adrenalina come se piovesse. Le canzoni sono così così, ma gli amanti del rock tutto muscoli e cazzo duro troveranno più di un motivo per eccitarsi.

VOTO: 6





Blackswan, sabato 07/10/2017

giovedì 5 ottobre 2017

SIMO - RISE & SHINE (Provogue, 2017)

Uscito a fine 2015 negli States, l’esordio bomba dei Simo (in realtà c’è anche album precedente prodotto su bassa scala) è arrivato da noi prima come eco, poi, finalmente, a fine gennaio 2016, in versione cd e vinile, trasformandosi fin da subito nell’oggetto del desiderio degli amanti del rock blues targato seventies. La storia legata al gruppo è una consueta storia di gavetta, di centinaia di concerti in giro per piccoli locali, di una partecipazione come seconde linee a un paio di grossi festival, e del colpo di culo di essere stati notati e messi sotto contratto dalla Provogue. JD Simo, cantante, chitarrista e leader in pectore della band (che porta il suo nome) è cresciuto come tanti ragazzini ascoltando i dischi del papà e cimentandosi precocemente alla chitarra, strumento che fin dall’età di dieci anni già suonava discretamente. Il blues nel cuore, una prima band e un Ep dal vivo a distribuzione limitata, la vita vagabonda del musicista, l’attività di sessionista intrapresa per sbarcare il lunario, le canzoni tenute nel cassetto, l’incontro con il batterista Adam Abrashoff e il bassista Frank Swart (ora sostituito da Elad Shapiro) e, quindi, la nascita dei Simo. Poi, sudore e passione, un girovagare senza meta fra pub e music hall e finalmente il successo con Let Love Show The Way. Un disco che nasceva già con le stigmate della leggenda, visto che fu registrato a Macon, Georgia, nella Big House in cui vissero per un po’ di tempo gli Allman Brothers Band (Simo, durante le sessioni di registrazione, ha potuto imbracciare e suonare la mitica Gibson Les Paul datata 1957 di Duane Allman). Quell’esordio era un disco di rock blues tagliato hard con spezie retrò anni ’70. Niente di nuovo, ovviamente, e anzi una scrittura smaccatamente derivativa che si ispirava alla potenza dei grandi power trio del passato (Cream, Jimi Hendrix Experience, James Gang e i primi Gov’t Mule), e che citava anche hard blues anglosassone (Led Zeppelin, Edgar Broughton Band) e southern (gli Allman e i Black Crowes). Tuttavia, nonostante i Simo rimasticassero veramente tutto lo scibile del genere, piacquero da morire per il furore che ci mettevano, per quel fuoco sacro che accendeva il cuore dell’ascoltatore quando gli strumenti partivano al galoppo, senza che fosse chiaro fin dove potessero arrivare. Giunti alla seconda prova in studio, Simo e soci, pur non tradendo il loro retroterra rock blues (aggiungendo, forse, un pizzico di soul in più), tentano di mischiare almeno un poco le carte, lavorando molto sul suono in fase di (auto)produzione. Il risultato è un disco più ragionato e molto meno immediato e le canzoni finiscono talvolta per invischiarsi in un eccesso di effettistica, sia nell’uso della chitarra che delle voci. Quando i ragazzi fanno il loro, cioè quello che avevamo apprezzato nel precedente Let Love Show The Way, strappano applausi a scena aperta: Light The Candle e Be With You, ad esempio, travolgono con una potenza di suono spinta ai limiti del noise. Per converso, in altri casi, (Return, per tutte) sembrano perdere il filo della matassa e fare molta confusione, pasticciando con un genere che sarebbero, invece, in grado di interpretare al meglio. Chiudono il disco l’inutile acustica The Light, copia carbone di In The Pines di Leadbelly, e I Pray, pretenzioso rock psichedelico, appesantito da un lungo intermezzo strumentale (cose che facevano i Led Zeppelin dal vivo quarant’anni fa). Rise & Shine, dunque, se da un lato ribadisce le grandi potenziali dei Simo, irresistibili quando giocano la carta dell’immediatezza, dall’altra testimonia del momento interlocutorio della band che, in tutta evidenza, sta cercando, con risultati non brillantissimi, di rimodernare il proprio suono. Non bocciati, certo, ma rimandati al prossimo disco, si.

VOTO: 6





Blackswan, giovedì 05/10/2017