venerdì 22 febbraio 2019

CASS MCCOMBS - TIP OF A SPHERE (Anti, 2019)

Cass McCombs riesce sempre a metterti in difficoltà, sia quando fa il disco che non ti aspetti, sia quando esce con il disco che ti aspetti, che poi, dopo pochi ascolti, ti rendi conto che è di gran lunga migliore anche di ogni più rosea aspettativa. Comunque sia, è proprio quando pensi di averlo inquadrato, che McCombs scarta dal seminato, lasciandoti completamente spiazzato. E in definitiva, è proprio questo senso di sorpresa che rende la sua musica così incredibilmente interessante.
All'ascolto iniziale, Tip Of The Sphere potrebbe suonare come il logico successore di Mangy Love (2016), il disco della maturità, o quella che potremmo definire la vetta della sua discografia. Eppure, le differenze rispetto a quel lussureggiante capolavoro, si sentono, eccome.
Tip Of The Sphere, a differenza degli altri lavori, infatti, ha avuto una genesi breve e una lavorazione molto rapida presso il Figure 8 Studio di Brooklyn; circostanza, questa, non di poco conto, perché il disco possiede un’inusuale immediatezza. Che non risiede certo nella durata delle canzoni (quasi tutte oltre i quattro minuti), ma quanto nel fluire del suono, nella scioltezza di certi arrangiamenti, nella spontaneità con cui nascono alcune derive sperimentali, fluttuanti, morbide, mai forzate.
Un aspetto immediatamente evidente nell’iniziale I Followed the River South to What, sette minuti di musica liquida e rigogliosa, che si srotola su un ripetuto arpeggio di chitarra, sorretto da un drumming sottilmente urgente e da una vaporosa linea di basso (ottimo lavoro di Dan Horne), mentre la voce di Cass forza la serratura delle emozioni, con il consueto cantato impressionistico e quei testi enigmatici, peculiari alla sua scrittura (Il potere corrompe! Sto costruendo una torre di cannella).
Se il pop rock esuberante di The Great Pixley Train Robbery è uno dei momenti più accessibili e orecchiabili del disco, Estrella si abbandona languidissima sul tessuto damascato di un blu notte intenso ed evocativo, Absentee evapora in volute quasi prog, mentre Sidewalk Bop After Suicide, passo lento e scorbutico interplay fra chitarra elettrica e sintetizzatori, apre scenari decisamente inquietanti (“Ho sanguinato, vomitato e pianto qui / E ho sognato di essere morto”).
La pedal steel avvolge di echi country le atmosfere amniotiche di Prayer For Another Day, in cui la voce di McCombs galleggia letteralmente su un ordito di chitarra acustica, mentre American Canyon Sutre getta lo sguardo sulla situazione politica degli States attraverso una lente scura e un ferale tocco di elettronica. Chiudono il disco Tying Up Loose Ends, con echi dal Van Morrison più sperimentale, e la lunga Rounder, dieci minuti di country rock che lentamente si eccita in un groove jammistico per pianoforte elettrico, pedal steeel e chitarra.
Un’ora scarsa, tanta è la durata del disco, in cui suono, arrangiamenti e produzione sono pressoché perfetti, e in cui Cass McCombs si abbandona nuovamente a quella libertà creativa che lo rende una delle figura più complesse, insolite ed enigmatiche, ma anche incredibilmente affascinanti, del panorama alternativo a stelle e strisce.

VOTO: 7,5





Blackswan, venerdì 22/02/2019

giovedì 21 febbraio 2019

PREVIEW




Don't Wait 'Til Tomorrow è il risultato di un anno di duro lavoro, anno che ha visto gli YONAKA crescere fino a diventare una delle più interessanti e seguite band del panorama rock inglese. Il nuovo album è caratterizzato dalla sfrenata energia che da sempre contraddistingue gli YONAKA. Si tratta di un album di debutto estremamente personale e traboccante di vita e caos. “Don’t Wait ‘Til Tomorrow” vede la formidabile frontwoman e compositrice Theresa Jarvis scavare nel profondo del proprio io, documentando le forti esperienze personali legate al delicato tema della salute mentale e l’affetto di chi le è sempre stato vicino. Alla durezza degli argomenti trattati si contrappongono perfette armonie che abbracciano la complessità emozionale dell’amore. L’album è stato interamente prodotto dalla band, decisione che rappresenta l’ennesima testimonianza della forte natura degli YONAKA.
“Scrivere ‘Don’t Wait ‘Til Tomorrow’ è stata un'esperienza catartica per me”, spiega Theresa Jarvis. “Abbiamo prodotto da soli l’intero album, che comprede 9 brani inediti più 3 canzoni già pubblicate in precedenza, tra le quali il secondo brano scritto insieme: ‘Awake’. Il titolo ‘Don’t Wait ‘Til Tomorrow’ è un invito a non aspettare, a fare quella telefonata, a sentire quella persona, ad assicurarsi che sia tutto ok... La title track è uno dei miei brani preferiti. Non vediamo l’ora di pubblicare l’album e speriamo che i nostri fan lo ameranno tanto quanto lo amiamo noi”.
Lo scorso agosto gli YONAKA hanno pubblicato “Teach Me To Fight” (secondo EP dopo “Heavy” del 2017) e il singolo “Fired Up” ha immediatamente catturato l’attenzione delle radio inglesi scalando velocemente le classifiche fino a raggiungerne la vetta. Alla fine del 2018 è arrivato il terzo EP “CREATURE” e la title track ha portato la band ancora una volta in cima alle classifiche.
Descritti dal The Times come “una band che si prepara a riempire le più grandi arene del mondo”, gli YONAKA hanno trascorso gran parte del 2018 on the road, concludendo l’anno in tour con Bring Me The Horizon e FEVER 333. Ora gli YONAKA si prerano a pubblicare quello che sarà uno dei più importanti album rock del 2019.





Blackswan, giovedì 21/02/2019

mercoledì 20 febbraio 2019

THE KENTUCKY HEADHUNTERS - LIVE AT THE RAMBLIN' MAN FAIR (Alligator, 2019)

Per gli amanti del southern rock, i Kentucky Headhunters sono una sorta di istituzione, un marchio di fabbrica che in trent’anni di carriera (ma sono stati attivi fin dagli anni ’70 sotto l’egida Itchy Brothers) ha tenuto la schiena dritta, mantenendo vivo con genuina coerenza un suono, onorato da undici album in studio (il loro esordio del 1989, Pickin’On Nashville gli è valso pure un Grammy) e un paio di dischi dal vivo, tra cui, appunto, questo Live At The Ramblin’ Man Fair, testimonianza del primo tour europeo, resa, nello specifico di questo concerto, in un festival tenutosi in terra d’Albione.
Line up agguerritissima, con Richard Young alla ritmica, il fratello Fred a maltrattare le pelli, Doug Phelps a randellare il basso, e Greg Martin a darci dentro con la solista e la slide, per un repertorio solidissimo, che vede in scaletta, oltre a brani originali, anche tre cover.
La prima, Big Boss Man, presa dal repertorio di Jimmy Reed, apre le danze, infiammando la platea e cavalcando tonnellate di ruvidissimi decibel, la seconda, Have You Ever Loved a Woman?, torrido blues preso in prestito da Freddie King, e, quindi, posta a chiusura del live act, la rilettura di Don’t Let Me Down dei Beatles, che sfocia in una corale e definitiva Hey Jude.
In mezzo, una scaletta di rock blues sudista e sudato, con canzoni scalpitanti, rocciose e rumorose, che danno vita a un concerto inconsistente dal punto di vista dell’imprevedibilità, ma che si gioca le carte migliori nel tiro incrociato (e infuocato) delle chitarre e in un approccio verace e sanguigno.
A chiusura del cd, tre tracce in studio, registrate nel 2003, che ripropongono il piatto forte della casa, cucinato, questa volta, con la partecipazione del grande Johnnie Johnson, leggendario pianista braccio destro di Chuck Berry, e noto, altresì, per aver suonato con tutti i migliori interpreti del genere, tra cui John Lee Hooker e Buddy Guy.
Disco potente, vibrante e ad altissimo contenuto alcolico, da ascoltare a tutto volume, mulinando un’immaginaria air guitar fino allo stremo. Per fan e appassionati.

VOTO: 7





Blackswan, mercoledì 20/02/2019

martedì 19 febbraio 2019

PREVIEW




Ci sono sempre stati molti elementi politici nella scrittura di Jay Farrar, fin da quando, ventenne, insieme al compagno di band Jeff Tweedy, con gli Uncle Tupelo, raccontava gli effetti della postindustrializzazione e gli anni reaganiani, filtrati attraverso attraverso la lente della loro educazione da blue collar, cresciuti a Belleville, Illinois. Anni dopo, con i Son Volt, Farrar ha puntato il dito anche contro l’amministrazione di George W. Bush, con Okemah And Melody of Riot, un album liberamente ispirato allo spirito di Woody Guthrie.
Farrar è ora pronto a pubblicare, a fine marzo, via Transmit Sound / Thirty Tigers, Union, uno dei suoi album più apertamente politici, di cui quattro delle tracce, non è un caso, sono state registrate al Woody Guthrie Center di Tulsa, in Oklahoma.
Il primo singolo, The 99, lo potete ascoltare qui sotto.





Blackswan, martedì 19/02/2019

lunedì 18 febbraio 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO




Mentre Silvietto pensa che gli italiani siano fuori di testa perché non lo votano, a Strasburgo volano torte in faccia. Capita che il premier Conte si trovi a doversi spogliare del suo proverbiale aplomb e rispedire al mittente (il liberale belga Guy Verhofstadt) l'offensivo epiteto di "burattino mosso da Salvini e Di Maio". Un episodio avvilente che da' l'immagine plastica del clima irrispettoso che ormai caratterizza la dialettica politica in generale.
Eppure tutta questa acredine nei confronti del Movimento 5 Stelle fa riflettere. Vuoi per la stampa non certo benevola, vuoi per un elettorato esigente, deluso dalla sinistra, e che ora che si è ritrovato, suo malgrado, a votare il partito fondato da Beppe Grillo. Vuoi anche per certe sortite non sempre condivisibili di Luigi Di Maio e dai suoi collaboratori dettate spesso da scarsa avvedutezza e improvvisazione. Fatto sta che in casa 5 Stelle tira un vento siberiano, soprattutto dopo la scoppola delle elezioni abruzzesi.
È di tutta evidenza che la base, la cosiddetta ala dura del movimento, guardi con una certa preoccupazione l'invincibile armata leghista. Matteo delle Felpe incassa gradimento e miete consensi come se piovesse. E si atteggia a pacificatore verso l'alleato di governo: nulla cambierà (per ora). Bontà sua, ma è di tutta evidenza che per Di Maio e compagnia, i guai non sono che all'inizio: si approssimano la votazione on line sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini sul caso Diciotti e le elezioni in Sardegna.
E se Atene piange, stavolta Sparta ride. C'è chi scende e chi, invece, prende un'altra strada. Come il sempiterno Matteo da Rignano. Renzi, lo statista incompreso, il senatore, il conferenziere, il documentarista, lo scrittore, presenta l'ultima fatica letteraria. Ritorna alla ribalta con il libro manifesto "Un'altra strada". Chi pensa sia il preludio di un partito nuovo, chi invece è più attendista. Di certo c'è l'antipatia innata di un uomo incline solo a una autoreferenzialita' senza eguali. "Sono stato dipinto spesso come un uomo non avvezzo a fare autocritica, una sorta di Arthur Fonzarelli di Happy Days, incapace di proferire le parole 'mi sono sbagliato' ". È il solito Renzi, un film già visto con una interpretazione manieristica nemmeno degna di un premio David di Donatello.

Cleopatra, lunedì 18/02/2019