mercoledì 17 aprile 2019

LA DISPUTE - PANORAMA (Epitaph, 2019)

Il mare d’inverno, soprattutto. Un cielo livido, freddo come l’acciaio: i nembi si addensano, ribollenti di pioggia e di oscuri presagi, che si materializzano proprio là in fondo, dove l’orizzonte sfiora con le dita il filo sottile dell’acqua e un ultimo barbaglio di sole svanisce. Gli smeraldi rilucenti del mare trasmutano la propria gioia in un’afflizione torbida, sgranando gli ultimi verdi riflessi nel grigio opalescente della nostalgia. Un’increspatura, un breve mulinello, e poi gorghi sempre più ampi, la marina ribollente, l’impeto sempre più feroce della risacca e, quindi lo schianto di un’onda, rumoroso e brutale, come solo la natura sa essere.
C’è il mare in inverno nel quarto disco dei La Dispute, quel mare che accerchia il Michigan, paese di provenienza della band. Il panorama, però, non è quello che trovi sulle cartoline: lo sguardo, semmai, è pervaso da un romanticismo febbrile e disperato, uno sturm und drang musicale che ha lo stesso suono del mare: il monotono sciabordio dell’acqua, l’errante vagabondare delle onde, e poi, grido nella notte, improvviso arriva il fragore, che spezza il cuore, come un dolore inaspettato e definitivo.
E’ questo lo sviluppo sonoro delle dieci canzone che compongono Panorama, full lenght che sublima la poetica di Jordan Dreyer, leader, cantante e paroliere di una band che ha sempre messo al centro della narrazione un lirismo duro e disperato: l’incedere morbido, talvolta avvolgente e amniotico, che all’improvviso deraglia, trasfigurando lo spoken word del cantante (il cui timbro ricorda quello di un Robert Smith alle prese con attacchi di panico) in improvvisi accessi di rabbia belluina.
Ecco allora le montagne russe emotive di Fulton Street I, il cui dipanarsi monotono del drive di chitarra progredisce ciclicamente verso improvvisi crescendo, come se un pensiero, prima dolcemente malinconico, prendesse lentamente le sembianze di uno sconforto gonfio di lacrime sapide di ineluttabile consapevolezza. Una consapevolezza, che permea di voluptas dolendi le chitarre slintiane di There You Are (Hiding Place), spazzate via da una disperazione urlata, urgente e repentina, come solo la disperazione sa esserlo, quando tocca le corde dell’anima.
E’ un saliscendi senza freni, Panorama, una giostra impazzita, che ci costringe a fare i conti con un’emotività insistente e invasiva. Si potrebbe parlare di emo-core, ma facendo ben attenzione a non travisare la definizione. In Panorama la melodia non serve a compensare l’impeto, non è il contraltare alla forza bruta, come succede in certe band bimbominchia, che non hanno coraggio di essere cattive fino in fondo, e hanno bisogno di escamotage radiofonici per non spaventare e essere plausibili verso un vasto pubblico. In queste canzoni, l’impianto melodico è, invece, strutturato come una tappa di un percorso emotivo che porta, sempre, inevitabilmente, a un’angosciosa afflizione. Canzoni che hanno un nobile pedigree, grazie a quel costante richiamo delle chitarre agli Slint, e che guardano in faccia senza timore reverenziale un capolavoro dell’emo-core, come The Devil And The God Are Raging Inside Me dei Brand New. Disco emozionante ed emozionato: godetevi il Panorama.

VOTO: 8




Blackswam, mercoledì 17/04/2019

martedì 16 aprile 2019

PREVIEW




Arlo Day è il moniker di Alice Barlow, una giovane cantautrice e chitarrista londinese, il cui orecchio unico per le melodie, la voce incantevole e le chitarre rombanti, le hanno fatto guadagnare un ottima reputazione a Londra. Nuova signing dell'iconica etichetta indie Domino, Arlo Day condivide oggi il suo singolo di debutto "Bad Timing" accompagnato da un video emotivo. "Bad Timing" è tratto dal suo primo EP omonimo in uscita il 31 maggio su Domino.




Blackswan, martedì 16/04/2019

lunedì 15 aprile 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO



"Chiedere scusa? Di cosa? Per cosa? Non c'è nessuna relazione tra le percosse dei carabinieri e la morte di Cucchi: lo dicono le perizie. La morte di Stefano Cucchi è avvenuta per una serie di concause tra cui la tossicodipendenza e il fisico debilitato. La droga è una delle cause della morte. La verità è che a casa di Cucchi hanno trovato marijuana e cocaina già pronte per lo spaccio. Non è un benemerito, io dico no a una strada in suo nome. Non è come Cavour e Garibaldi"

James Russell Lowell affermava che solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione. Carlo Giovanardi, ex ministro per i rapporti con il Parlamento ed ex sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio durante il governo di Silvietto, non ha cambiato idea sulla morte di Stefano Cucchi. Il fondamentalista ultra cattolico ed ex ministro del centrodestra è un uomo coerente. Ossessionato dalla convinzione che lo sventurato giovane sia morto per inedia, ma coerente. Talmente coerente che neppure la confessione choc resa dal carabiniere Francesco Tedesco, imputato assieme ad altri commilitoni, lo ha fatto indietreggiare di un millimetro. Giovanardi non chiede scusa alla famiglia Cucchi ne' alla sorella Ilaria. E ci mancherebbe pure. "Non credo agli asini che volano" ha affermato nella trasmissione radiofonica "La Zanzara". Noi invece crediamo agli asini che stanno a terra. E tra i politici ce ne sono a bizzeffe. Crediamo fermamente che le vittime dello stato siano una cosa seria. Meritano la considerazione di noi tutti, asini inclusi. Il rispetto per la vita dovrebbe essere un richiamo costante in ogni ambito delle attività umane. Purtroppo, la realtà dimostra il contrario. E allora in casi come questi, bisognerebbe fermarsi un attimo e riflettere. Anche gli asini potrebbero almeno provarci.

Cleopatra, lunedì 15/04/2019

sabato 13 aprile 2019

PREVIEW




“Doubt It” è un brano che parla di un incontro romantico e racchiude il viaggio musicale dei The Amazons nel corso degli ultimi due anni.
Il cantante Matthew Thomson afferma, “Doubt It racconta di quando si sta per prendere una decisione potenzialmente stupida per via della cecità causata dal forte desiderio sessuale. Affronta i dubbi persistenti, ciò che resta della morale e il soccombere alle tentazioni.”

“Future Dust”, il secondo album dei The Amazons, è esplosivo come ce lo si immaginava ed è ricco di sorprese. Un album che riprende il rock oscuro del passato. Groove blues, riferimenti religiosi e cori in falsetto riempiono brani che esplorano problematiche quali dipendenza da social media, disturbi alimentari e depressione, ma non trascura i momenti per cantare in coro.
“Stavamo cercando un sound più duro e lo abbiamo trovato esplorando il blues,” afferma Matthew Thomson. “Grazie ai Led Zeppelin abbiamo scoperto Howlin’ Wolf e ci siamo immersi nella sua discografia. Ho letto Hellfire, la biografia di Jerry Lee Lewis, e mi sono innamorato del linguaggio biblico che veniva utilizzato per descrivere la sua ‘musica del diavolo’.

"Tanto quanto le canzoni, sono le storie e i personaggi che amiamo. Suonare un piano boogie-woogie in club oscuri oggi è una cosa tranquilla, ma a quei tempi era pericoloso. Volevamo catturare ciò con un sound più sporco, più sensuale, più sexy.”
The Amazons sono stati tra le band più gettonate del 2017, con l’album di debutto all’ottava posizione nella classifica ufficiale UK. Dalle A list su BBC Radio 1 e 6, ad un tour sold out, tra cui una data al Kentish Town Forum di Londra, i The Amazons sono una rock band pronta a fare grandi cose nel 2019.





Blackswan, sabato 13/04/2019

venerdì 12 aprile 2019

MOLLY TUTTLE - WHEN YOU'RE READY (Compass, 2019)

Ci sono predestinati ed è fuori di dubbio che Molly Tuttle sia uno di questi. Raramente, infatti, un’artista ha vinto premi importanti senza pubblicare un solo full lenght. Parlano i fatti. La Tuttle si è portata a casa due onorificenze di peso: quella della alla Folk Alliance International per la canzone dell’anno (You Didn’t Call My Name) e quella dell'International Bluegrass Music Association come chitarrista dell'anno, entrambe grazie al suo Ep Rise datato 2017.
Le sette canzoni contenute in quell’Ep, se da un lato, collocavano saldamente la Tuttle nell’ambito folk/bluegrass, dall’altro, evidenziavano la tendenza a esplorare contaminazioni al genere, evidenziando premesse (e promesse) poi mantenute in questo impressionante album di debutto. Le conferme arrivano in primo luogo dalle strabilianti capacità tecniche nel suonare la chitarra, già evidenziate clamorosamente in Super Moon, uno dei brani più riusciti del precedente Ep.
Si sente tutta l’eredità dei grandi, in Molly, da John Fahye a Leo Kottke, con cui la Tuttle condivide il suono vigoroso, quasi percussivo, e un fingerpicking di precisione cristallina (ascoltate qui la clamorosa Take The Journey). Poi, c’è la voce, che in due anni è migliorata tantissimo e che ha acquisito nuove sfumature, espressività, e un timbro che ricorda vagamente quello di Suzanne Vega.
Una duttilità che la Tuttle usa per trasmettere la frustrazione e la tristezza a causa di una relazione spezzata di cui si assume la responsabilità nell’opener Million Miles Away o la rabbia dell’amara Messed With My Mind (in cui canta: Caught you lighting up a fire in my kitchen / And now you’re acting like you never did me no harm), o i cupi presagi di Take The Journey (You can control the weather/ But the rain inside you is still gonna fall).
Forse i fan della prima ora potranno storcere il naso, per la presenza di una backing band e arrangiamenti più robusti, e ritenere, in parte a ragione, che l’autenticità roots della Tuttle si sia diluita in ragione di un crossover dall’appeal più commerciale. Tuttavia, nonostante qualche incursione in sonorità maggiormente rock (Light Came In) e in melodie di facile presa (la citata Million Miles Away), il retroterra folk country rimane ben identificabile e l’uso di batteria, chitarra elettrica e sintetizzatori danno maggior sostanza e una più forte identità alle composizioni.
Insomma, la Tuttle ha fatto bene ad aspettare prima di rilasciare il suo primo full lenght, perché è riuscita ad affinare il talento e le idee che già affioravano nel precedente Ep. Doveva essere pronta, come recita il titolo dell’album, ed effettivamente When You’re Ready è un esordio solidissimo che fa presagire una luminosa carriera. Qui c’è tutto quello che piace in un disco di roots: suono, melodia, tradizione e, questo è il valore aggiunto, una tecnica chitarristica, che farà innamorare gli appassionati dello strumento.

VOTO: 7,5





Blackswan, venerdì 12/04/2019