I fratelli D’Addario tornano questa primavera con il loro terzo album Songs For The General Public in
uscita l’01 maggio su 4AD, distribuzione Self. Il nuovo album è stato
scritto, registrato e prodotto dai giovani fratelli Brian e Michael
D’Addario nel loro home studio di Long Island, ai Sonora Studios di Los
Angeles e presso l’Electric Lady di New York City. “The One” è il primo singolo estratto dall’album ed accompagnato da un video diretto da Michael Hili e interpretato da Brian e Michael.
Nel 2016 il talentuoso duo è apparso sulle scene con il nome di The Lemon Twigs debuttando con l’album Do Hollywood,
le cui melodie sensazionali hanno permesso loro di guadagnare fan del
calibro di Elton John, Questlove e Jack Antonoff. Nel
2018 l’ambiziosa rock opera di 15 brani Go To School, li ha
aiutati a consolidare la propria reputazione di duo abile nel costruire
imponenti muri di suono attorno a concept audaci.
Songs For The General Public sarà
disponibile dall’ 01 maggio in digitale, su CD, vinile trasparente
rosso in edizione limitata (disponibile solo nei negozi indipendenti e
sul sito della 4AD) e vinile nero standard. I primi 200 pre-ordini
effettuati sul sito della 4AD riceveranno una stampa in edizione
limitata firmata dai fratelli.
Eccoci
di fronte all’ennesimo supergruppo, definizione, questa, che fa
storcere il naso a molti, visto che solitamente i side project nascono
senza un intento unitario e non sempre sono motivati da quella
ispirazione artistica che può portare a grandi risultati. Nello
specifico, però, siamo di fronte a un disco che, per quanto legato a un
suono noto e prevedibile, è comunque in grado di trasmettere vibranti
emozioni.
I
Black Swan sono Reb Beach, chitarrista dei Whitesnake, Jeff Pilson, dal
2004 bassista dei Foreigner, ma con una militanza di lunga data nei
Dokken e nella band di Ronnie James Dio, Matt Starr, batterista dei Mr.
Big e Robin McAuley, cantante per tanto tempo alla corte di Michael
Schenker. Una line up, quindi, di tutto rispetto, composta da gente di
grande esperienza e che tecnicamente non si discute.
Il
disco, infatti, e questo è il primo punto a favore dei Black Swan, è
suonato benissimo, con la perizia di un gruppo di veterani, i quali,
come surplus, aggiungono alla bravura tecnica una potenza di tiro
pazzesca e un entusiasmo da giovincelli. Un lavoro, quindi, impeccabile
da un punto di vista formale, a cui, però, non manca la sostanza, grazie
a una scaletta di canzoni ispirate e, soprattutto, divertentissime.
Niente di nuovo e di sconvolgente, visto che per Shake The World stiamo parlando di un suono “stagionato”,
che trova i suoi riferimenti stilistici nelle band di provenienza dei
musicisti che compongono il progetto: Whitesnake, Foreigner e Mr Big su
tutti. Tuttavia, il piglio con cui il gruppo affronta un repertorio
abbastanza scontato è quello delle grandi occasioni: un hard rock
vecchia scuola, certo, ma grintoso, potente, trascinante, e capace anche
di notevoli picchi melodici.
Impossibile non innamorarsi fin dal primo ascolto di canzoni come la title track, piazzata come una bomba in apertura, Immortal Souls, con quel ritornello che stende, o la martellante Long Road To Nowhere.
I
Black Swan, però, fanno le cose per bene anche quando abbassano il
ritmo, forgiando un lentone da sballo in quota Foreigner (Make It
There), un po' zuccherino, forse, ma melodicamente perfetto. Chiude
un’ottima prova, la clamorosa Divided/United, una ballata appassionata che sboccia poi in un finale convulso e rabbioso.
Shake The World
non è certo il disco che vi cambierà la vita, ma se il tema è quello di
sparare i volumi dello stereo a manetta e divertirsi, l’occasione è più
che ghiotta. Provatelo.
I BiffyClyro hanno conquistato subito tutti con il nuovo singolo “Instant History”. Unendo rock esplosivo ad apocalittici synth e roboanti beat, il brano è stato presentato in anteprima da Annie Mac durante il programma Hottest Record in the World su BBC Radio 1 ed ha subito raggiunto la vetta delle classifiche radiofoniche in UK.
Ora i BiffyClyro annunciano la pubblicazione del loro attesissimo nuovo album in studio dal titolo “A Celebration of Endings” in uscita venerdì 15 maggio. “A Celebration of Endings” arriva dopo “Ellipsis” (2016) ed “Opposites” (2013), che hanno debuttato entrambi #1 nella classifica di vendita degli album in UK.
L’approccio
della band al loro ottavo album è stato semplice. Creare stupore e
mantenere gli occhi ben fissi sull’obiettivo. Sorprendere se stessi e
tutti gli altri. Spingere tutto all’estremo. Il primo passo verso questa
nuova era è stato rivolgersi a un vecchio amico Rich Costey, produttore di “Ellipsis”.
“Questo è un album molto lungimirante da una prospettiva sia personale che sociale”, spiega il frontman Simon Neil. “Il
titolo fa riferimento al vedere la gioia nel cambiamento, piuttosto che
la tristezza. Cambiare significa progredire ed evolvere. Puoi
conservare tutto ciò che hai amato ma dimentica tutte le cose brutte! Si
tratta di riprendere il controllo”.
Questa
idea si manifesta in diversi modi. A livello personale, come una
relazione che ha raggiunto il punto in cui ambo le parti hanno interesse
a separarsi. Ad un livello più ampio, con lo scopo di lottare per ciò
in cui si crede.
Musicalmente i Biffy Clyro spingono all’estremo il livello raggiunto con il loro suono, spesso nello stesso brano. L’opening track “North of No South” colpisce duro prima di lasciare spazio alle armonie vocali in stile Queen dei fratelli Johnston. Mentre prima del pianoforte di “The Champ”, uno script cinematografico (realizzato da Rob Mathes , collaboratore di BruceSpringsteen, agli AbbeyRoad) e la jam ritmica dei Biffy si uniscono senza mai perdere la propria raffinatezza.
Altri brani sono più diretti. “Tiny Indoor Fireworks”
è il miglior inno rock scritto dalla band. E’ un brano accattivante,
melodico e leggero, talmente naturale da far pensare di essere stato
concepito in pochi minuti. “Space” è il naturale successore delle hit “Many of Horror” e “Rearrange”, un sincero messaggio di riconciliazione per qualcuno che si ama, uno dei momenti più teneri nella carriera dei Biffy Clyro.
Come concludere un album con così tali diversità? I Biffy si lanciano a testa bassa in “Cop Syrup”. C’è la frenesia di “The Vertigo of Bliss”, una breve deviazione nello stile grunge del SubPop e urla maniacali che non stonerebbero in un album dei Liturgy. Poi cambia di nuovo, prima in un’orchestrazione eterea e poi in una conclusiva esplosione di potenza. Un finale da celebrare.
In occasione dell’annuncio dell’album, i Biffy Clyro presentano anche il nuovo brano “End Of”. L’aggressività è quella dei vecchi Biffy ma l’improvvisa apertura di pianoforte e i conclusivi furiosi riff sottolineano l’attuale e affascinante imprevedibilità.
Quanto
Laura e Lydia Rogers fossero talentuose e dotate, l’avevamo capito da
tempo. Eppure, come spesso accade nello show businness, scrivere grandi
canzoni non sempre è sufficiente per uscire dall’anonimato. Infatti,
perché la carriera delle Secret Sisters, duo originario di Muscle
Shoals, avesse una svolta, è stata necessaria una “sponsorizzazione” di peso, avvenuta tre anni fa con l’uscita del terzo full lenght, You Don't Own Me Anymore.
Quel
disco, infatti, fu santificato dalla produzione di Brandi Carlile, che
prese sotto l’ala protettrice le due sorelle, facendole registrare nel
suo studio casalingo, con il supporto degli Hanseroth Twins, da sempre
sodali della songwriter di Seattle. Le belle canzoni contenute in quel
disco e l’egida Carlile portarono per la prima le sorelle Rogers sotto i
riflettori, dando alla loro musica un’esposizione prima sconosciuta.
Non è un caso, quindi, che la collaborazione con la Carlile sia alla
base anche di questo quarto, bellissimo, Saturn Return.
Un disco che si apre con le armonie vocali di Silver,
brano di matrice folk, in cui le due sorelle sfoggiano subito la
specialità della casa, e cioè il perfetto interplay delle due voci. Un
brano molto legato alla tradizione, dall’andamento potente ma
carezzevole nella melodia, una foto in bianco e nero che racconta con
delicatezza la terza età (“Guarda tua madre e l'argento nei suoi capelli/Consideralo la corona più santa che tu possa indossare”) e che rende inevitabile il paragone con, mi si perdoni l’azzardo, gli Everly Brothers.
Con il secondo brano in scaletta, Late Bloomer, si cambia registro: il pianoforte, le delicate venature soul e la dolce melodia fanno pensare a una ballata di Carole King. Cabin
è, invece, il brano più rock del lotto, cresce lentamente su un’armonia
di pianoforte e chitarra acustica, e si gonfia sempre più in una
seconda parte che vibra di sferragliante elettricità. La successiva Hand Over My Heart,
mette al tappeto con una melodia che sembra rubata a una radio FM di
metà anni '70: il groove languido e l’arrangiamento zuccherino evocano
le estati di Laurel Canyon e il pop dei Mamas & Papas. Il folk in
purezza di Fair, chiude in bellezza la prima parte di un disco che fosse tutto di questo livello sarebbe da beatificare.
Da
qui in avanti, pur in un contesto di qualità, il linguaggio si fa più
prevedibile e le canzoni, comunque buone, mancano del quid di
originalità che aveva caratterizzato la prima metà (Hold You Dear è una ballata un pò troppo sentimentale per cogliere davvero nel segno e Tin Can Angel un country dall’elegante tessitura ma abbastanza scontato nello svolgimento).Chiude la melodia per grandi spazi di Healer In The Sky, brano meravigliosamente arrangiato, in cui le sorelle Rogers si cimentano in un’altra suntuosa prova vocale.
In definitiva, Saturn Return
ripropone, nella forma e nella sostanza, la consueta miscela di
americana, country e pop, declinata attraverso il suggestivo interplay
di due voci splendide, che aveva informato anche i dischi precedenti.
Mai come in questo caso, però, le due sorelle hanno trovato l'esatto
punto di fusione fra roots e mainstream, mantenendo peraltro altissima
la qualità del songwriting.
Gary
Moore se n’è andato troppo presto, a soli cinquantotto anni, lasciando
un grande vuoto nel cuore di tutti quelli che amavano la sua
scintillante chitarra. E’ passato quasi un decennio da quel triste 6
febbraio del 2011, ma il ricordo del chitarrista e bluesman
nordirlandese resta vivido negli occhi e, soprattutto, nelle orecchie di
tanti appassionati, non solo grazie alla corposa discografia costruita
in vita, ma anche a una serie di uscite postume, tutte di ottimo
livello.
Live At Montreaux 2010, pubblicato l’anno successivo, lo strepitoso Blues For Jimi, uscito nel 2012, Live At Bush Hall, rilasciato nel 2014, e da ultimo, questo nuovo Live From London:
un filotto di dischi dal vivo, la cui pubblicazione, lontana da logiche
meramente commerciali, ha contribuito a rinsaldare la memoria Moore,
gettando nuova luce sulla potenza di tiro e la debordante energia
sprigionata durante i suoi show.
Registrato la sera del 2 dicembre del 2009 alla The 02 Islington Academy, Live In London
propone un set di tredici canzoni, in cui i grandi successi della
carriera di Moore si alternano a svariate cover e a brani tratti da Bad For You Baby, ultimo album in studio del chitarrista irlandese, datato 2008.
Il
live, diciamolo subito, è davvero notevole, sia per la registrazione
delle tracce, pressoché perfetta, sia per la potenza esplosiva di una
backing band rodatissima (Vic Martin alle tastiere, Peter Rees al basso e
Steve Dixon alla batteria) sia per il repertorio presentato, che si
concentra sul meglio della produzione del chitarrista irlandese, quella
post 1990, quando Moore, abbandonate velleità folk e hard rock, tornò a
dedicarsi completamente al blues.
In scaletta, come anticipato, si alternano canzoni tratte da Bad For You Baby (la title track e Down The Line, entrambe tirate e poste in apertura dopo la reinterpretazione di Oh, Pretty Woman di Albert King), un pugno di cover rilette con gusto e passione (All Your Love di Otish Rush, Have You Heard
pescata dal repertorio di John Mayall) e i grandi immancabili classici
con cui Moore si è consegnato alla leggenda: una calda e vibrante Still Got The Blues e la chiosa, come sempre, dedicata alla struggente e malinconica Parisienne Walkaway, scritta a quattro mani con l’amico Phil Lynott.
Un concerto intenso e appassionato, che trova il suo vertice in una cover impressionante di I Love You More Than You’ll Ever Know
di Al Kooper, dodici minuti pazzeschi di lenta combustione blues, in
cui Moore tira fuori dalla sua sei corde tutto lo scibile umano in
termini di tecnica e ardore.
Disco imprescindibile per i fan del chitarrista, Live From London
è consigliatissimo anche a coloro che volessero approfondire la
conoscenza dell’artista irlandese o che, semplicemente, amano la
chitarra elettrica.