mercoledì 12 agosto 2020

WHY DOES IT ALWAYS RAIN ON ME? - TRAVIS (Sony, 1999)

Quante sono le canzoni dedicate alla pioggia? Provate a pensarci e scoprirete che sono tantissime: Rain dei Cult, Have You Ever Seen The Rain e Who’ll Stop The Rain? dei Creedence Clearwater Revival, Rain When I Die degli Alice In Chains, Here Comes The Rain Again degli Eurythmics, solo per citarne alcune, le prime che mi sono venute in mente. E si potrebbe andare avanti per ore, dal momento che la pioggia è un elemento naturale di per se evocativo, che genera introspezione e malinconia, ed è un ottima compagna per i momenti di solitudine e tristezza. Insomma, la pioggia è per sua natura poetica, si mescola alle lacrime, suggerisce riflessioni esistenziali: in poche parole, è una grande fonte d’ispirazione.

Lo sa bene Francis “Fran” Healy, cantante e frontman degli scozzesi Travis, che con Why Does It Always Rain On Me?, canzone da lui composta e terzo singolo tratto da The Man Who, album datato 1999, porta la band in cima a tutte le classifiche anglosassoni. E’ il giro di boa della band, che dopo un esordio piacevole, ma non particolarmente centrato (Good Feeling del 1997), con The Man Who (1999) rifinisce il proprio stile, prima acerbo e troppo virato verso il brit pop, e trova consenso di pubblico e critica, divenendo al contempo fonte d’ispirazione per molti gruppi che verranno (Coldplay, Keane, Snow Patrol, etc.).

Influenzati dai Beatles e dai coevi Radiohead, con il loro secondo album i Travis aprono le porte a un soft rock dai contorni decisamente mainstream, eppure mai prevedibile e banale, alternando ballate malinconiche, perfettamente in linea con i gusti e il mood di fine decennio (The Fear, As You Are, Slide Show), a chicche effervescenti di pop da stadio, leggere, sbarazzine, irresistibili (Driftwood).

Il brano che però sposta gli equilibri è proprio Why Does It Always Rain On Me?, che ad agosto del 1999 entrò nella top ten delle charts britanniche, consegnando la band a un’evidenza mediatica fino ad allora sconosciuta.

La canzone è un pop cadenzato, di facile presa, tratteggiato dal falsetto ammiccante di Healy, che cresce fino a esplodere in un ritornello contornato d’archi e dalla melodia killer, che stende al primo ascolto. Una canzone il cui titolo evoca la sfortuna che spesso ci si accanisce insensatamente contro qualcuno, e che diventa quasi un inno liberatorio per tutti gli sfortunati e i reietti di questo mondo.

In realtà, Why Does It Always Rain On Me? ha una genesi più prosaica che riguarda il mero dato meteorologico. La canzone, infatti, fu scritta da Healy mentre era in vacanza in Israele, dove si era recato, perché nella sua città natale, Glasgow, continuava incessantemente a piovere. Volò, pertanto, per una breve vacanza fino alla città di Eilat, nota per le costanti temperature estive anche durante il periodo invernale. E indovinate un po’? Appena Healy arrivò nella meta vacanziera tanto agognata, iniziò…a piovere.

Ecco, Why Does It Always Rain On Me? è una canzone sulla pioggia, ma in un’accezione meno lirica ed evocativa di quello che si potrebbe credere. Un brano malinconico, certo, e volendo anche triste (quei versi: “Perché piove sempre su di me? È perché ho mentito quando avevo diciassette anni? Perché piove sempre su di me? Anche quando il sole splende, non posso evitare il lampo. Non sopporto me stesso…”, non sono di sicuro un inno alla gioia e tradiscono il tormento interiore dell’autore); tuttavia, a volergli attribuire un significato più pedestre, è soprattutto un’invettiva nei confronti del tempo uggioso.

Tempo uggioso che, qualche mese dopo, si vendicò di Healy. Quando nel 1999 i Travis salirono sul palco assolato del Glastonbury Festival per il loro live act, il sole che splendeva fino a poco prima, svanì all’improvviso e si mise a piovere. Proprio quando iniziarono a suonare Why Does It Always Rain On Me?

Maledetta pioggia.

 

 

 

Blackswan, mercoledì 12/08/2020

lunedì 10 agosto 2020

PRETENDERS - HATE FOR SALE (BMG, 2020)

Settant’anni e non sentirli, istruzioni per l’uso. A voler riderci un po' sopra, questo potrebbe essere il sottotitolo di Hate For Sale, undicesimo album in studio dei Pretenders, band anglo americana capitanata dall’immarcescibile Chrissie Hynde. La cantante e frontwoman, prossima alla veneranda età citata poco sopra, è più in forma che mai e ne dà prova in questo nuovo full lenght, decisamente breve, ma assai incisivo e ispirato.

Che “la ragazza” di Akron fosse lontana dalla pensione e avesse ancora qualche asso nella manica lo avevamo capito già con l’ultimo Alone, un ritorno sulle scene dopo otto anni di iato, che aveva rinsaldato la fiducia dei fan sul futuro della band. Oggi, Hate For Sale conferma che i Pretenders, nonostante le defezioni (le scomparse premature di James Honeyman-Scott e Pete Farndon), i cambi di line up e il tempo trascorso, sono ancora una band che ha qualcosa da dire, grazie all’inossidabile stato di forma della Hynde (che canta con la grinta di una ragazzina) e al suo feeling con James Walbourne, chitarrista che ha affiancato la leader nella composizione di tutte le tracce in scaletta (gli altri sono lo storico batterista Martin Chambers e il bassista Nick Wilkinson).

Hate For Sale, è, dunque, un disco rapido e pulsante (dieci canzoni per trentuno minuti di durata) che coagula alla perfezione quel suono e quello stile che album superbi come Learning to Crawl (1984) hanno cristallizzato nel tempo: il consueto impianto rock che pesca dal punk e dalla new wave e si concede qualche strizzatina d’occhio al pop. La scelta del minutaggio breve è vincente e ben si adatta a queste dieci canzoni che viaggiano veloci su arrangiamenti scarni e puntano dritte e dirette il centro del bersaglio.

La partenza con la title track è la classica bordata punk rock nel classico stile Pretenders, che si ripete con efficacia nelle ottime Turf Accountant Daddy e I Didn’t Know When To Stop. Duri, puri e scalpitanti. Ci sono, però, anche momenti decisamente più leggeri e virati verso il pop: il libeccio chitarristico che soffia melodia sulla solare Maybe Love In NYC, le chitarre croccanti che spingono il singolo The Buzz verso territori radiofonici o You Can’t Hurt A Fool, lentone appassionato dall’anima soul e retrogusto sixties.

Se Junkie Walk è poco più di un riempitivo e risulta il momento più debole del disco, stupiscono, invece, positivamente il reggae di Lightning Man, sorretta da un sensualissima linea di basso, e la conclusiva e struggente Crying In Public, ballata per pianoforte e voce, avvolta in un sottile velo d’archi.

Hate For Sale è il “solito” disco dei Pretenders, laddove l’aggettivo “solito” è, come in questo caso, spesso sinonimo di qualità. Se nel nuovo millennio la Hynde aveva trasmesso qualche segnale, se non di stanchezza, quanto meno di prevedibile appagamento, gli ultimi due dischi sembrano aver riacceso il sacro fuoco di un tempo. Consigliato.

VOTO: 7 



Blackswan, lunedì 10/08/2020

sabato 8 agosto 2020

PREVIEW

 

"Sorry" è il nuovo singolo di beabadoobee estratto dall'attesissimo album d’esordio Fake It Flowers, in uscita il 16 ottobre su Dirty Hit. Un brano dall’atmosfera oscura e affascinante, in cui si scontrano archi e chitarre, che ci presenta l’era di Fake It Flowers in tutto il suo splendore. Da questo brano risulta evidente l’ampio spettro di influenze che ritroveremo in tutto il progetto, dagli Smashing Pumpkins a Daniel Johnston. “Sorry” sarà presentata in anteprima da Zane Lowe durante il suo show Beats1 alle ore 18 del 5 agosto.

Riguardo al nuovo singolo, Bea afferma: “Sorry è un modo per scusarmi, confessando gli errori commessi in un’amicizia e guardando qualcuno che amo disintegrarsi e sparire in quanto persona. È l’idea di scartare qualcosa perché mi sembrava fosse troppo vicino a me e un promemoria personale a non dare mai per scontato cosa avesse potuto avere quella persona.”

Il mese scorso Beabadoobee ha condiviso il primo singolo dal suo album di debutto, “Care”, trasmesso in anteprima da Annie Mac su BBC Radio 1 per Hottest Record In The World ed è stato ascoltato in streaming oltre un milione di volte.

 

 

 

Blackswan, sabato 08/08/2020

venerdì 7 agosto 2020

DEPECHE MODE - LIVE SPIRITS SOUNDTRACK (Columbia/Sony, 2020)

Dopo il notevole successo ottenuto al box office, i Depeche Mode e Columbia/Sony Music Entertainment hanno deciso di pubblicare in DVD e Blu-Ray il rivoluzionario film-concerto Depeche Mode: SPiRiTS in the Forest. Il cofanetto speciale contiene quattro CD divisi in due DVD e due CD audio. I due DVD contengono il documentario SPiRiTS in the Forest e LiVE SPiRiTS SOUNDTRACK, che riproduce fedelmente la registrazione dell’intero concerto della band alla Waldbühne di Berlino durante le ultime date del Global Spirit Tour. Si tratta di un filmato inedito, in quanto mai mostrato al pubblico nella sua interezza.

Oltre ad essere contenuto nel cofanetto, il doppio CD audio LiVE SPiRiTS SOUNDTRACK con le registrazioni dal vivo di tutti i brani, è disponibile per l’acquisto anche singolarmente.

Fatta questa premessa di carattere meramente informativo, occorre ora soffermarsi sull’aspetto che maggiormente ci interessa, e cioè sul contenuto audio dei due cd, che fotografano una serata davvero riuscita e una band che, a dispetto degli anni che passano, è ancora in stato di grazia. Inutile dire che il live è registrato benissimo e che i Depeche Mode dal vivo sono un autentico spettacolo, per tecnica, idee e passione. I fan, o in generale, chi ha avuto modo di vederli sul palco, sa già cosa aspettarsi da questa nuova uscita, il cui valore, è vero, risiede soprattutto nel film documentario, ma che saprà comunque dare grandi soddisfazioni anche nel più economico formato cd.

Due dischi, dicevamo, che rappresentano l’intero repertorio eseguito dalla band al Waldbühne di Berlino. Il primo cd contiene, ovviamente, qualche estratto da Spirits (Going Backwards, Cover Me, Poison Heart), e generalmente brani relativi alla seconda parte di carriera, quella che parte da Violator, per intenderci, tra cui brillano alcuni classici molto apprezzati dal pubblico (World In My Eyes, Useless, It’s No Good).

Il secondo cd, invece, è zeppo raso di hit, ed è sicuramente il disco che sarà più apprezzato anche da coloro che non sono fan accaniti della band, visto che le canzoni ivi contenute sono state tutte, o quasi, veri e propri tormentoni radiofonici.

Si parte con Where’s The Revolution da Spirits e poi il filotto di canzoni che segue è da capogiro: Everything Counts, Stripped, Enjoy The Silence, Personal Jesus, solo per citarne qualcuna. La sorpresa è la cover di Heroes di David Bowie, resa magnificamente con un arrangiamento che, pur non stravolgendone la struttura originaria, crea la rilettura estremamente interessante e lontana da banali copia incolla.

Live splendido e consigliatissimo, quindi, che ha il merito ulteriore di non essere stato artefatto in fase di post produzione, lasciando vivido e appassionato il singalong del pubblico, membro aggiunto della band e protagonista di una serata fantastica.

VOTO: 8

 


 

 Blackswan, venerdì 07/08/2020

giovedì 6 agosto 2020

JOEL DICKER - L'ENIGMA DELLA CAMERA 622 (La Nave Di Teseo, 2020)

Un fine settimana di dicembre, il Palace de Verbier, lussuoso hotel sulle Alpi svizzere, ospita l'annuale festa di una importante banca d'affari di Ginevra, che si appresta a nominare il nuovo presidente. La notte della elezione, tuttavia, un omicidio nella stanza 622 scuote il Palace de Verbier, la banca e l'intero mondo finanziario svizzero. L'inchiesta della polizia non riesce a individuare il colpevole, molti avrebbero avuto interesse a commettere l'omicidio ma ognuno sembra avere un alibi; e al Palace de Verbier ci si affretta a cancellare la memoria del delitto per riprendere il prima possibile la comoda normalità. Quindici anni dopo, un ignaro scrittore sceglie lo stesso hotel per trascorrere qualche giorno di pace, ma non può fare a meno di farsi catturare dal fascino di quel caso irrisolto, e da una donna avvenente e curiosa, anche lei sola nello stesso hotel, che lo spinge a indagare su cosa sia veramente successo, e perché, nella stanza 622 del Palace de Verbier.

Uno scrittore sull’orlo di una crisi sentimentale si trova, suo malgrado, a indagare su un misterioso omicidio avvenuto quindici anni prima in un lussuoso hotel delle Alpi svizzere. Una ragazza intraprendente e sensuale, appena divorziata, lo aiuta a ricostruire cosa accadde nei giorni immediatamente precedenti il delitto e il contesto in cui lo stesso è maturato.

Lungo ben seicento quaranta pagine, L’Enigma Della Camera 622 palesa per l’ennesima volta tutti i pregi e i difetti, ormai cronicizzati, di uno degli autori di best seller più amati al mondo.

Il problema più evidente di Dicker è la scrittura: asciutta e pulita, ma anche terribilmente piatta. Il romanziere svizzero sembra sempre fare il compitino, attento a non sbavare il foglio, ma incapace di sussulti, impennate o guizzi da grande scrittore. Non so dire se sia una scelta stilistica voluta per consentire a chiunque di affrontare senza difficoltà i suoi ponderosi tomi; di certo, Dicker resta sempre in superficie, non approfondisce, non indaga mai sui moti dell’anima (quelli più complessi e nascosti) e si concentra sempre sulla narrazione fine a se stessa. Il risultato è un libro che si legge velocemente e con estrema facilità, ma che palesa limiti di contenuti, dialoghi troppo spesso puerili e personaggi stereotipati e tagliati con l’accetta.

Per converso, bisogna ammetterlo, Dicker è un maestro nel creare trame avvincenti e complicate, a giocare, come in questo caso, su due livelli temporali, facendo la sponda tra passato e presente con estrema scioltezza, a mischiare le carte e a sviare i sospetti del lettore sull’autore del crimine, per stupire con un finale inaspettato.

A metà tra romanzo sentimentale e thriller, L’enigma Della Camera 622 è un piacevolissimo libro d’intrattenimento, che conquista nonostante la prosa scolastica, qualche forzatura negli snodi narrativi e un certo autocompiacimento nel presentarsi al proprio pubblico sic et simpliciter come “lo scrittore” per antonomasia. Nonostante i numerosi difetti, bisogna tuttavia riconoscere a Dicker la capacità di riuscire sempre a sfumare il contesto temporale e di ambientare i suoi romanzi in mondi di fantasia lontani anni luce dalla dura realtà del quotidiano, creando così una fascinazione che ci riporta indietro nel tempo, agli anni delle prime letture, a quei classici d’avventura che ci hanno emozionato e formato. Cosa, a ben vedere, non da poco.

Blackswan, giovedì 06/08/2020