giovedì 26 novembre 2020

SUZANNE VEGA - AN EVENING OF NEW YORK SONGS AND STORIES (Cooking Vynil, 2020)

 


Ebbi la fortuna di vedere Suzanne Vega dal vivo negli anni ’80, quando, giovanissima, venne a suonare all’Arena di Milano per presentare il suo celeberrimo Solitude Standing. Ricordo un concerto ricchissimo e coinvolgente, un piccolo gioiello di equilibrio e calore, di eleganza e sensibilità. Ricordo una musicista interessata all’essenziale, tesa solo a condividere la sua musica con il suo pubblico, a suonare bene, concentrata sulle note e le sfumature, per rendere al meglio quelle piccole grandi canzoni, alcune delle quali, oggi sono patrimonio universale di tutti gli appassionati.

Decenni fa, un’altra era. Anni in cui, questo folk rock, intimista ma dal linguaggio universale, scalava le classifiche di mezzo mondo, conquistava plausi ovunque, e vendeva più di qualsiasi altra musica del momento (l’anno dopo, per dire, esplose il fenomeno Tracy Chapman, quella piccola e fragile ragazzina che, armata solo di chitarra, cantava di reietti e rivoluzioni).

Oggi i tempi sono cambiati, Suzanne Vega è quasi sessantenne e le sue canzoni, pur restando patrimonio di un folto gruppo di appassionati, non scalano più le classifiche. Lei, però, non è cambiata, ha sempre mantenuto fede al suo credo artistico, prendendosi anche il tempo per vivere la sua famiglia, continuando però a rilasciare dischi, forse non sempre ispiratissimi, ma di sicuro confezionati con alti standard di delicato artigianato.

Registrato al Cafè Carlyle di New York, agli inizi del 2019, An Evening Of New York Songs And Stories è una sorta di concept live dedicato alla Grande Mela, alla città in cui la Vega si trasferì da bambina e in cui è cresciuta. Un omaggio, dunque, che ci conduce per mano fra le strade della metropoli dalle mille contraddizioni, in un percorso affettuoso e nostalgico, che la songwriter tratteggia attraverso brevi racconti.

E poi c’è la musica, le canzoni, alcune famosissime, altre meno, suonate grazia anche al contributo di una band (il fido Gerry Leonard alla chitarra, Jeff Allen al basso e Jamie Edwards alle tastiere) perfetta per esaltare la trama delicata di canzoni appassionate e intense.

Suzanne dal vivo è esattamente come la ricordavo, dopo averla vista decenni fa: essenziale e coinvolgente. Esattamente come questo disco, per il quale si potrebbero spendere aggettivi altisonanti, visto che, dalla prima all’ultima canzone, è un continuo palpito, una continua emozione. E tra grandi e indimenticati classici (Luka, Marlene Is On The Wall, Tom’s Diner, Thin Man) spunta anche una cover minimale di Walk On The Wild Side di Lou Reed, tanto bella da lasciare senza fiato.

VOTO: 9 




Blackswan, giovedì 26/11/2020

mercoledì 25 novembre 2020

THE DRUGS DON'T WORK - THE VERVE (Hut, 1997)

 


Urban Hymns, terzo album in studio dei britannici Verve, è un capolavoro, lo sanno anche i sassi. Esce a fine settembre del 1997, in un momento in cui, in buona parte del mondo, imperversa quello che i libri di storia definiscono brit-pop. Alfieri del suono sono gli Oasis, i Blur, i Suede, i Pulp, oltre a uno stuolo di altre band meno famose (Strangelove, Travis, Embrace, etc), che contribuiscono, in egual modo, a dare linfa al fenomeno.

Il gruppo capitanato da Richard Ashcroft aveva già dimostrato di che pasta era fatto con il precedente A Norther Soul, una sorta di album preparatorio a Urban Hymns, contenente, comunque, alcune canzoni che non avevano nulla da invidiare al più celebre successore (Hystory, Life’s An Ocean, per citarne due).

Sono anni in cui la penna di Ashcroft, autore di quasi tutto il repertorio della band, sembra intinta in inchiostro divino, capace di levigare melodie destinate all’eternità. Basti pensare all’opener di Hurban Hymns, Bittersweet Symphony, che al netto delle beghe legali con gli Stones (per gli arrangiamenti d’archi che avvolgono sontuosamente il brano), si mangia le classifiche di mezzo mondo, viene inserito in colonne sonore di film, viene usato nella pubblicità e anche come sigla di programmi televisivi.

A prescindere da questa canzone immortale, però, Urban Hymns è tanto altro. Nelle tredici tracce in scaletta (più una fantasma, Deep Freeze) confluiscono, in un disegno armonico senza sbavature, tutti i suoni del decennio: pop, psichedelia, shoegazing, sventagliate rock, dolci arpeggi di chitarra e digressioni ambient. Tredici inni urbani che definisco uno stile e contornano definitivamente un suono, che solo due anni più tardi cesserà di rappresentare il fulcro della scena musicale mondiale, salvo essere, ma solo in parte, rivitalizzato da band “ritardatarie” come Coldplay e Starsailors.

Se Bittersweet Symphony è il brano trainante del disco, The Drugs Don’t Work, il secondo singolo estratto, arriva a rimorchio, rinvigorendo il successo commerciale dell’album. La canzone è una ballata malinconica ai limiti della mestizia, un intreccio morbidissimo di chitarre e tastiere, su cui la voce di Ashcroft canta quello che, probabilmente, è il suo testo più autobiografico e sentito.

Il brano, infatti, venne composto all’inizio del 1995 (e poi, suonato più volte durante il tour di A Northern Soul) in un periodo in cui il cantante era in preda ad angoscia e depressione, e viveva male i rapporti all’interno della band. Per combattere l’inquietudine che lo divorava, Ashcroft faceva, quindi uso di droghe, ecstasy soprattutto, e farmaci antidepressivi come il prozac. Ciò nonostante, la situazione non sembrava migliorare, anzi. Ecco, dunque il perché del titolo, “le droghe non funzionano”.

Non solo. Il leader dei Verve ampliò il significato della canzone, dedicando parte del testo al padre malato, il quale per curarsi assumeva molti farmaci, che, però, non riuscirono a salvargli la vita. In quel verso toccante, “Now the drugs don't work They just make you worse But I know I'll see your face again”, è racchiuso il senso più intimo della canzone: la constatazione che le droghe e le cure non sempre aiutano a migliorare la vita, perchè se il destino è segnato, nulla potrà interromperne il cammino, e poi la speranza, una sorta d’invocazione con gli occhi rivolti al cielo, che si, (papà), un giorno rivedrò la tua faccia.

Originariamente, il verso “They Just Make You Worse” era stato concepito come “They Just Make Me Worse”; poi, Ashcroft, allo scopo di universalizzare il messaggio e consentire a tutti di dare una loro interpretazione alla canzone, sostituì "mi" con "vi", stemperando almeno un po' il significato fortemente autobiografico del testo. Non è un caso, dunque, che, essendo stato il singolo pubblicato il giorno dopo la morte della Principessa Diana, quella canzone, così triste, e quel verso, “I’ll See Your Face Again”, coagularono in note il lutto profondo e lo sgomento, che l’Inghilterra stava vivendo in quei giorni funesti.  




Blackswan, mercoledì 25/11/2020

martedì 24 novembre 2020

AC/DC - POWER UP (Sony Music, 2020

 


Alla fine, quando forse anche il più ottimista dei fan non avrebbe scommesso un centesimo, il nuovo disco degli Ac/Dc è arrivato. Prima rumors, poi, voci sempre più insistenti, infine, il primo singolo, un imponente battage pubblicitario, e quindi, il 13 novembre, la pubblicazione di Power Up, diciassettesimo album in studio.

Data da molti per morta e sepolta, la band australiana, evidentemente immarcescibile e tetragona a ogni avversità, è riuscita nuovamente a stupire il proprio pubblico, nonostante le infinite traversie vissute dalla pubblicazione del penultimo, Rock Or Bust (2014). La morte di Malcom Young (sostituito dal nipote Stevie Young, ma comunque coautore dei brani in scaletta), i problemi con la giustizia di Phil Rudd e quelli con l’udito di Brian Johnson, l’abbandono di Cliff Williams (fortunatamente rientrato all’ovile), niente di tutto ciò ha impedito a una delle più devastanti macchine da guerra del rock’n’roll di tornare a comporre e a registrare.

Per parlare di questo nuovo Power Up, occorre, però, fare una necessaria premessa, che è poi la chiave di lettura per comprendere il senso di una carriera: qualunque cosa facciano gli Ac/Dc, il polverone mediatico è pazzesco, l’entusiasmo dei fan debordante. E la domanda, soprattutto alla luce di una carriera che dura da oltre quarantacinque anni e dell’età anagrafica dei componenti della band (tutti tra i sessantacinque e i settant’anni), è una sola: perché?

Artisticamente, questo nuovo Power Up è, come molti suoi predecessori, irrilevante. Se il sound della band australiana è stato incontestabilmente seminale, ispirando schiere di band che ne hanno raccolto l’eredità, i tempi in cui il loro hard rock suonava come una novità, forgiando album ispirati e votati alla leggenda, è passato da un bel po’.

Il gruppo capitanato da Angus Young, inutile girarci intorno, è uno dei più conservatori e tradizionalisti di sempre. Insensibili alle mode, alla tecnologia e al tempo che passa, gli Ac/Dc fanno da quasi cinquant’anni sempre lo stesso disco, a volte bene, altre male, altre così così. Power Up non tradisce l’assunto e in scaletta c’è esattamente tutto quello che ci si può aspettare dalla band di Highway To Hell: i soliti riff, gli stessi assolo adrenalinici, i consueti cori di rinforzo, la medesima possente sezione ritmica che martella in 4/4, l’inconfondibile ugola di Brian Johnson (che sembra, peraltro, non aver perso l’antico smalto).

La scaletta del disco, pur nella sua rigorosa coerenza stilistica, tirata a lucido dalla produzione pulita di Brendan O’Brien, procede altalenante, fra qualche colpo a vuoto (la mediocre Realize, la piaciona Through The Mist Of Time) e violente accelerazioni al fulmicotone che arrivano esattamente dove si sono prefissate di arrivare (Demon Fire, Shot In The Dark, Code Red), senza, però, che il tiro complessivo perda la sua forza d’impatto.

Insomma, headbagging e piedino che sbatte inesausto per terra sono garantiti. Niente di nuovo sul fronte occidentale, dunque, niente che non abbiamo già ascoltato tutte le volte che abbiamo messo sul piatto un album della band. E allora, perché noi, giovani e vecchi rocker, continuiamo a eccitarti ogni volta che vediamo quel logo e non possiamo fare a meno di comprare un disco degli Ac/Dc?

Una domanda a cui non esiste risposta, se la si cerca con la ragione. Col cuore, però, in modo confuso, possiamo dirlo. Possiamo dire che in queste canzoni, per quanto prevedibili, esiste ancora la forza primigenia del rock ‘n’roll, che è semplicità e urgenza. Possiamo dire che questo lato selvaggio, questo tirare dritto contro il vento che schiaffeggia la faccia, questo indomita baldanza che picchia, da mezzo secolo, con la stessa febbrile emozione, asseconda l’animo ribelle dei giovani e riporta i vecchi fan ai ricordi di gioventù. Questo rock è un rito che si rinnova, una fede che unisce, un anelito di ribellione, la condivisione di valori musicali autentici in un mondo che tende inesorabilmente all’artificio e alla massificazione delle emozioni.

C’è un vincolo indissolubile che lega gli Ac/Dc ai loro fan, e si chiama fiducia. Se continuate a crederci voi, lo faremo anche noi. Loro ci credono. Fanno sempre lo stesso disco, ma continuano a crederci. Da parte nostra, non resta altro che imbracciare la fiammeggiante air guitar e riffare gagliardi nel salotto di casa, fino a quando la cervicale regge.

It’s only rock ‘n’ roll, cantava qualcuno, ed il bello è proprio questo.

PS: dimenticavo il voto. Il critico dice 6, il fan 8. In medio stat virtus.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, martedì 24/11/2020

lunedì 23 novembre 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO

 


 

“Stiamo vivendo un mondo che non va per niente bene. I potenti padroni del pianeta hanno dichiarato guerra a se stessi, non importa cosa è accaduto, non basta, vogliono terrorizzare il mondo ancor di più, mari, Monti, regioni, stati...Il popolo ha paura, teme la fine di un mondo a loro perfetto così come l’hanno conosciuto, non vogliono tapparsi la bocca con mascherine da Pecos Bill...Forse è tempo che ritorni il Salvatore dei mondi, si’ Lui...il supremo, nostro Signore che si manifesti in qualsiasi forma atta a combattere la malasorte...” (Massimo Boldi)

L’intemerata social dal sapore messianico del Cipollino Boldi può indurre perfino un senso di commiserazione. In un momento di pandemenza dove persino Lele Mora (toh, chi si rivede) assolda nella sua scuderia, con tanto di contratto di rappresentanza, una sciura palermitana che ripete a nastro su Instagram  “non ce n’è di coviddi” aggiudicandosi followers e likes a pioggia, il Cipollino nazionale con la sua invettiva dantesca quasi giganteggia. Lo dico con sarcasmo, si intende. 
Ma perché Boldi torna alla ribalta? Non certo per i suoi film di derivazione avanguardista, ma nientemeno in veste di testimonial per la Regione Lombardia. Dopo avere teorizzato complotti e strizzato l’occhio al negazionismo (ora Cipollino si corregge definendosi “scettico”), la regione motore d’Italia guidata dall’ “ottimo” Attilio Fontana si affida all’attore dei cinepanettoni per uno spot sui fondi in favore delle categorie escluse dai ristori sociali al monito di:” Ciao cipollini lombardi, resistiamo. Vi voglio bene”. Se mi chiedessero di esprimere un desiderio, in questo momento chiederei di vivere in un mondo normale. La normalità purtroppo pare sia diventata un’isola che non c’è, la stessa che canta Edoardo Bennato: “e a pensarci, che pazzia.  È una favola, è solo fantasia. E chi è saggio, chi è maturo lo sa. Non può esistere nella realtà”.

Cleopatra, lunedì 23/11/2020



venerdì 20 novembre 2020

PREVIEW

 


Alice Cooper annuncia oggi il nuovo album Detroit Stories in uscita il 26 febbraio su earMUSIC. Il primo assaggio di musica è arrivato venerdì 13 con il primo singolo “Rock ‘n’ Roll” disponibile ovunque.

Chiamato come la città che lanciò la band di Alice Cooper, Detroit Stories segue l’EP dell’anno scorso Breadcrumbs, ed è un omaggio alla scena Rock n Roll più tosta e pazza di sempre.

Nel 1970 il produttore alle prime armi Bob Ezrin andò in una fattoria nei sobborghi di Detroit per lavorare con la band Alice Cooper. Abbandonata la Los Angeles del flower power ricca di ideali di pace e amore lontani dalla loro identità, Alice portò la sua gang oscura nella sua città natale permeata da una scena rock leggendaria che diede vita all’hard rock, al garage rock, al soul, al funk, al punk...e molto altro.

Ezrin allenò la band per 10 ore al giorno al fine di definirne il sound distintivo. Ogni volta che eseguivano alla perfezione un brano, i detenuti dell’ospedale criminale psichiatrico applaudivano divertiti. Fu così che nacque il classico sound Alice Cooper.

“Detroit era il centro della scena Heavy Rock in quel periodo,” spiega Alice, “All’Eastown si esibivano Alice Cooper, Ted Nugent, gli Stooges e gli Who per per 4 dollari! Il weekend successivo al Grande beccavi MC5, Brownsville Station e Fleetwood Mac, o Savoy Brown e Small Faces. Non potevi fare soft-rock altrimenti ti avrebbero preso a calci.”

“Los Angeles aveva il suo sound con The Doors, Love e Buffalo Springfield,” continua, “San Francisco aveva Greatful Dead e Jefferson Airplane. A New York c’erano The Rascals e The Velvet Underground. Ma Detroit era la città natale dell’hard rock arrabbiato. Non c’era  posto negli Stati Uniti di cui sentirsi parte (sia musicalmente che dal punto di vista dell’immagine), Detroit era l’unico luogo che riconobbe il tipico sound hard rock e i nostri spettacoli folli dal vivo. Detroit era un porto sicuro per gli emarginati...eravamo a casa.”

50 anni dopo Alice e Ezrin hanno radunato un gruppo di musicisti leggendari di Detroit in uno studio della città per registrare Detroit Stories, il nuovo album di Alice Cooper che celebra quello spirito per una nuova era. Se Breadcrumbs del 2019 iniziava a tracciare il sentiero per la città, Detroit Stories guida come una muscle car per Woodward Ave.

“Abbiamo registrato l’album in compagnia di Wayne Kramer (chitarrista e cantautore dei MC5), Johnny “Bee” Badanjek (batterista dei leggendari Detroit Wheels), Paul Randolph (leggendario bassista della scan jazz e R&B di Detroit), Motor City Horns e altri musicisti del posto,” spiega Ezrin. “John Varvatos ci ha incoraggiato con idee musicali. Abbiamo registrato al Rustbelt Studios di Royal Oak. L’album è stato fatto a Detroit, per Detroit, dagli abitanti di Detroit!”

Detroit Stories è disponibile su CD, CD+DVD Digipak, CD Box Set (che include CD, Blu-ray, T-shirt, una mascherina, una torcia e 3 sticker), e doppio vinile Gatefold dal 26 febbraio su earMUSIC.

Il DVD e il Blu-ray mostrano l’incredibile live performance “A Paranormal Evening At The Olympia Paris” per la prima volta su video. Con l’intera scena live ferma a causa del covid-19, Alice Cooper ha sentito il bisogno di condividere i suoi ultimi spettacoli con i fan, sperando di poter tornare presto in tour.

 


 

 

Blackswan, venerdì 20/11/2020