lunedì 7 dicembre 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO

 



“Nessuno pensa a fare i cenoni o veglioni di 500 persone, gli italiani non sono matti, ma almeno fargli passare qualche ora di serenità con la propria famiglia...Spero che non rubino il Natale ai bambini, io spero in un Natale in famiglia, coi figli, la mamma, il papà, con i nonni...No a un Natale su Skype”.

Insomma Salvini o è di coccio o ci prende tutti per dei grulli. Le raccomandazioni, i divieti previsti dall’ultimo Dpcm per il Capitano sono come l’equivalente di una sorsata di gazzosa. In pratica, contravvenendo alle più elementari norme di buon senso, Salvini ci sta invitando a contagiarci allegramente in famiglia tra un piatto di tortellini in brodo e una fetta di panettone, in totale spregio ai contagi e alle vittime che ormai fanno impallidire solo a sentirne il numero. 

Non saprei se si possa parlare di strategia comunicativa tanto per denigrare il governo in carica, o di vera e propria pochezza umana. Il risultato è fuorviare la gente con messaggi distonici e contraddittori. Salvini e i suoi simili dimostrano non solo di non capire una beata cippa del pericolo che incombe sulle nostre teste ma di minimizzarne puntualmente gli effetti. Del resto, è anche il senso della misura che fa la differenza tra un leader e un arruffapopoli. E non sto a precisare a quale categoria appartenga il capo dell’opposizione. E dunque, il Natale festeggiamolo davvero in modo diverso: scriviamo tutti una letterina a Babbo Natale per chiedergli di liberarci dal Covid e di portarsi via Salvini in Lapponia con la slitta. Chissà, magari ci accontenta.

Cleopatra, lunedì 07/12/2020

venerdì 4 dicembre 2020

YES - THE ROYAL AFFAIR TOUR LIVE FROM LAS VEGAS (BMG, 2020)

 


Non sono mai stato uno di quelli che giudica un disco dall’età anagrafica di chi lo suona. Né ho mai auspicato il ritiro dalle scene di band dalla lunga o lunghissima militanza. Ad ascoltare, però, questo live degli Yes, o meglio, di quello che ne rimane, il desiderio di aiutare Steve Howe a compilare le carte per il pensionamento è forte. E lo dice uno che, fin da ragazzino, ha amato alla follia questa incredibile band, che ha regalato all’umanità dischi come Fragile e Close To The Edge.

La prima domanda da porsi è se ha senso acquistare il nono album dal vivo pubblicato dagli Yes negli ultimi dieci anni, e la risposta, a meno che tu non sia un parente di uno di quelli che ci suona, è decisamente no. Che poi, della vecchia line up della band, ormai è rimasto solo Howe. Si, ci sarebbe anche Alan White, che però, afflitto da problemi alla schiena, suona un po’ si e un po’ no, e viene sostituito dal più giovane Jay Shellen, che ha una decina di anni in meno. Ad accompagnare in tour i due anziani reduci, poi, ci sono Geoff Downes (tastiere), che suonò in Drama e dal 2011 è tornato a far parte nella band come membro stabile, Billy Sherwood (basso) e Jon Davison (voce), quest’ultimo un clone di Jon Anderson, a partire dal nome, pur tuttavia senza possederne la potenza e l’estensione.

Fatta questa premessa, è fuori di dubbio che le canzoni in scaletta siano, in assoluto, bellissime, alcune delle quali (Going For The One, Siberian Kathru, Roundabout, I’ve Seen All Good People, Starship Trooper) tra le migliori mai scritte dagli Yes. Il problema è, semmai, come vengono suonate, visto che i settantacinque minuti di durata della scaletta sono soporiferi come un infuso alla camomilla. Tecnicamente, i sei anzianetti non si discutono (per dire, Howe resta in piedi solo perché non tira il vento, ma è ancora capace di giochi di prestigio), ma la verve con cui vengono affrontati i brani è pari a quella di una tombolata natalizia nell’area ricreativa del Pio Albergo Trivulzio.

Contribuiscono, inoltre, ad anestetizzare ulteriormente l’atmosfera, due esiziali cover di America dei Simon And Garfunkel e Imagine di John Lennon, tanto moscie da far raggrinzire gli zebedei anche ai fan più scalmanati. La cosa più bella, ed è tutto dire, è la copertina disegnata dal leggendario Roger Dean, anche lui, nello specifico, ai minimi storici.

VOTO: 5

 


 

Blackswan, venerdì 04/12/2020

giovedì 3 dicembre 2020

PREVIEW

 


ARAB STRAP annunciano il loro primo album dopo 16 Anni AS DAYS GET DARK in uscita il 5 marzo 2021 su Rock Action. Ascolta il nuovo singolo 'COMPERSION PT 1'.

Riguardo al settimo album in studio della band, il primo dopo The Last Romance del 2005, il frontman degli Arab Strap, Aidan Moffat, afferma “Parla di disperazione e oscurità. Ma in modo divertente.”

Nonostante siano stati un gruppo rappresentativo della loro epoca, Moffat chiarisce subito che il loro intento non sia quello di “recuperare gli anni ‘90” piuttosto quello di creare un album decisamente diverso, con nuovi strumenti, suoni ed un forte desiderio di esplorare”. “Questo album ha un carattere tutto suo” dice Moffat “E’ decisamente Arab Strap ma più vecchio, più saggio e sicuramente migliore.”

Nelle 11 tracce dell'album, la band ha attinto alle caratteristiche sonorità per cui sono conosciuti ed amati portandole però verso nuovi territori. Sono presenti anche l’abile mix di panorami post-rock, elettronica delicata, i ticchettii di batteria, il suono pieno delle chitarre e lo stile inconfondibile di Moffat, mezzo cantato e mezzo parlato, oltre a novità che spaziano da esplosioni di sassofono a ritmi disco e una produzione accurata e coinvolgente che permette di immergersi a fondo nelle storie. “E’ passato molto tempo dal nostro lavoro precedente, questa lunga distanza ci ha permesso di valutare e dissezionare il brutto e il bello di ciò abbiamo fatto” dice Middleton. “Non sono molte le band che hanno questa possibilità, quindi penso sia stato meraviglioso separarsi”.

Moffat aggiunge scherzosamente “continuiamo a fare quello che facciamo sempre: Malcom mi da delle parti di chitarra ed io ci cazzeggio sopra aggiungendo la parte ritmata e le parole.” La band ha ricontattato il produttore Paul Savage e si sono trovati tutti in studio come la prima volta. “Paul porta benessere, fiducia,” dice Middleton “e senso di continuità”. Il delicato approccio di Savage, combinato con le nuove abilità della band, ha creato una produzione forte e convincente che tira fuori il meglio del duo. “Non sono mai stato interessato a produrre album facili” dice Moffat. “Ma il nuovo lavoro suona pieno, luminoso e migliore perché ora sappiamo cosa stiamo facendo. In passato non siamo stati capaci di comunicare ciò che volevamo fare nello studio di registrazione.”

As Days Gets Dark è un disco che riesce ad essere evoluzione e rivoluzione: la continuazione di quello che era prima ma anche un grande passo nel futuro e” conclude Middleton “non c’è ragione di rimettersi insieme per realizzare mediocrità.”

 


 

 

Blackswan, giovedì 03/12/2020

mercoledì 2 dicembre 2020

MARGO PRICE - PERFECTLY IMPERFECT AT THE RYMAN (Loma Vista, 2020)

 


That’s How Rumors Get Started, uscito il 10 luglio di quest’anno, ha segnato una sorta di rivoluzione artistica per Margo Price, passata da due dischi orgogliosamente country, a un album virato decisamente verso il pop rock. Qualche mese prima, però, la ragazza dell’Illinois aveva pubblicato un disco live, che riproduceva il meglio di tre concerti tenutisi, nel maggio del 2018, all’Auditorium Ryman di Nashville.L’album è stato pubblicato esattamente due anni dopo quelle serate, il 21 maggio 2020, e solo su Bandcamp, con l’intento di raccogliere donazioni per il MusiCares COVID-19 Relief Fund.

Il 4 dicembre del 2020, questa notevole performance, vedrà finalmente la luce anche su supporto fisico, cd e vinile. Un’occasione ghiotta per chi se lo fosse perso, visto questo live act coglie la Price in un momento di grazia assoluta e attorniata da ospiti che contribuiscono a rendere ancora più brillante l’esecuzione della canzoni in scaletta.

Un live sanguigno, in bilico fra country e rock, in cui ogni nota suona verace, urgente, appassionata, perfettamente imperfetta come suggerito dal titolo del disco e come dovrebbe essere ogni concerto, quando si suona gettando il cuore oltre l’ostacolo, senza badare troppo a minuzie tecniche.

In questa scaletta ci sono entusiasmo da vendere e tanti palpitanti momenti, a partire dal vibrante country di Wild Women, cantata in duetto con Emmylou Harris, in una sorta di passaggio di consegne fra la leggenda del passato e una delle più acclamate interpreti della presente stagione della roots music. Emozionano, però, anche il graffio rock’ n’ roll di I Ain’t Living Long Like This, sudatissima cover dal songbook di Rodney Crowell, condivisa qui con l’amico Sturgill Simpson, che in seguito produrrà That’s How Rumors Get Started, la clamorosa reinterpretazione di Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival, in cui la Price viaggia a due velocità, prima ciondolante e sorniona, poi addirittura impetuosa e travolgente, Honey, We Can't Afford To Look This Cheap, ballata dal crescendo alticcio, cantata insieme a Jack White, e la dolce All American Made (con il marito Jeremy Ivey all'armonica), tanto intensa da procurare pelle d’oca e brividi in serie.

Un pugno di canzoni frementi, quindi, riprodotte in presa diretta, senza modificare una virgola del pathos di un’esecuzione che stende per sincerità e immediatezza. Sarebbe stato bello esserci, è il primo pensiero che si ha dopo aver ascoltato il disco, non fosse altro per essere travolti dal vibrato della Price, la cui voce, a meno che non abbiate orecchie foderate di prosciutto, è di quelle che fanno girare la testa.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, mercoledì 02/12/2020

martedì 1 dicembre 2020

VOLUNTEERS - JEFFERSON AIRPLANE (RCA, 1969)

 


Volunteers è un disco epocale, su cui si sono spesi fiumi d’inchiostro e per raccontare il quale, probabilmente, non basterebbe un intero libro. Ovviamente, non è questa la sede, ma due parole è necessario spenderle, dal momento che l’album, al di là della sua incontrovertibile bellezza, ha un’importanza storica non da poco.

In primo luogo, è l’album che sancisce la centralità dei Jefferson Airplane nella scena di San Francisco, ma, al contempo, è anche quello che accentua i contrasti interni tra la visione avanguardista di Kantner e Slick e quella passatista e tradizionalista di Kaukonen e Casady, decretando, in buona sostanza l’inizio della fine di una band che starà in piedi per altri tre dischi (l’ultimo del 1989) non propriamente epocali.

Non solo. Volunteers segna un passaggio decisivo dalle astrazioni e affabulazioni psichedeliche verso un rock guerriero, militante, consapevole finalmente, di non essere solo polo di aggregazione giovanile e colonna sonora per trip lisergici, ma di avere anche la forza di veicolare pensieri, parole e concetti di rilevanza politica e sociale.

Con Volunteers, i Jefferson Airplane, grazie anche alla complicità degli amici Jerry Garcia, Stephen Stills, David Crosby e dello straordinario pianista Nicky Hopkins, sfidano apertamente il sistema, e si schierano a fianco delle frange più radicali della sinistra e del movimento studentesco.

Il nuovo inno, lo slogan di una generazione pacifista e antimilitarista, diventa proprio la title track, scritta come dura presa di posizione contro il governo degli Stati Uniti e la guerra in Vietnam. Volunteers non è solo una canzone di protesta, e sarebbe riduttivo, ma è una vera e propria chiamata a raccolta della gioventù americana, uno sprone a resistere alla politica di Nixon e a scendere in piazza per manifestare contro la guerra e dare inizio alla rivoluzione della pace.

Ci sono i volontari che partono per la guerra, che vanno a morire in una terra lontana, per ragioni che non conoscono. E poi, c’è un altro tipo di gioventù, i volontari di un’America diversa, una generazione che, come recita il testo, sta mettendoci l’anima, che non si ferma a piangere, una generazione che va alla rivoluzione, ballando per le strade. Due minuti di rock arrembante, tra chitarre in acido e il pianoforte martellante di Hopkins, sigillata dai versi: Who will take it from you/We will and who are we/We are volunteers of America! Il sogno di un mondo migliore e più giusto, che, purtroppo, non si realizzerà mai.

 


 

 

Blackswan, martedì 01/12/2020