sabato 9 gennaio 2021

CALEXICO - SEASONAL SHIFT (City Slang, 2020)

 


Il Natale, si sa, è il periodo dell’anno che suggerisce spesso e volentieri l’uscita di pubblicazioni a tema. E’, infatti, davvero impressionante il novero di artisti che si è cimentato in dischi o canzoni natalizie, il più delle volte, permettetemi il giudizio severo, con risultati non sempre brillanti. Questa volta, è stato il turno dei Calexico, una band dalla quale, con tutta franchezza, mai mi sarei aspettato questo tipo di operazione, anche se, a ben vedere, la progressiva svolta stilistica, quella, cioè, che ha visto il passaggio da un polveroso folk rock di frontiera a un pop rock di gran classe, rende meno stridente un’operazione di questo tipo.

Ecco, allora, questo Seasonal Shift, disco dedicato al Natale, ma non solo, che vede all’opera il duo Burns/Convertino con nove brani originali, tre cover e un nutrito gruppo di ospiti, più o meno noti (Bombino, Gaby Moreno, Nick Urata, etc). Il suono, pur declinato con un accento diverso, resta quello ormai inconfondibile dei Calexico, il mood, spesso divertito, trova un giusto contrappunto in alcuni brani più meditabondi, e i diversi generi affrontati trasmettono alla scaletta una piacevole brillantezza che stimola ripetuti ascolti.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, a dire il vero: la rilettura svolazzante di Christmas All Lover Again dal repertorio di Tom Petty (con Nick Urata dei Devotchka) e il classicone di John Lennon, Happy Xmas (War Is Over), arrangiata con una spolverata di fiati nel finale, restano episodi abbastanza prevedibili, mentre Sonoran Snoball, un burrito indigesto farcito di rap ed elettronica, è di una bruttezza che conosce pochi eguali.

La resa complessiva del disco, tuttavia, è davvero buona, e alcuni episodi, anche decontestualizzati, vivrebbero di brillante luce propria. A tal proposito, giusto menzionare Heart Of Downtown, punto d’incontro fra musica di frontiera e blues del deserto, che vede ospite la chitarra evocativa di Bombino, Hear The Bells, vellutato brano di apertura e quello che meglio fonde il suono Calexico allo spirito natalizio (che meraviglia le carezze di pedal steel!), il fado malinconico ed elegante di Tanta Tristeza (con la voce meravigliosa di Gisela Joao) e la divertentissima Mi Burrito Sabanero (dal songbook di Hugo Blanco), da cantare e ballare giocosamente sotto il vischio. Canzone, questa, ripresa nel finale e trasformata in una lettera d’auguri in tutte le lingue del mondo, chiosa affettuosa e omaggio ai fan della band.

Seasonal Shift non è certo un disco indispensabile nella carriera dei Calexico e di certo mai lo annovereremmo fra le cose migliori della band originaria di Tucson. Se, però, cercate qualcosa di diverso per accompagnare le vostre festività e i momenti conviviali, decisamente meglio questo curioso album che tante patacche di plastica senz’anima. Prescindibile ma piacevolissimo.

VOTO: 6,5

 


 

 

Blackswan, sabato 09/01/2021

venerdì 8 gennaio 2021

WAKE ME WHEN IT'S OVER - THE CRANBERRIES (BMG, 2019)

 


Dolores O’Riordan muore il 18 gennaio del 2018 nella vasca da bagno della stanza 2005 dell’hotel Hilton di Londra. I Cranberries si trovano nel capoluogo britannico per una sessione di registrazione: stanno infatti mettendo a punto undici canzoni per un nuovo album, che dovrebbe uscire di lì a breve. E' un lavoro duro, faticoso e Dolores non è al top della forma, non sta passando un bel periodo. Torna in albergo e comincia a bere, troppo e smodatamente. Forse, lei stessa si accorge di aver ecceduto e, barcollando, arriva in bagno, decisa a mettersi nella vasca, per cercare di riprendersi e far evaporare i fumi dell’alcol. Si immerge nella vasca e si addormenta. Nel sonno, etilico e profondo, si gira di lato e mette la testa sott’acqua. Il suo corpo, esanime, verrà trovato il giorno dopo.

Il coroner, incaricato dell’autopsia, otto mesi dopo il decesso, dichiarerà che Dolores aveva in corpo 330 mg di alcol per 100 ml di sangue, un valore più di quattro volte superiore al limite legale previsto per la guida (80 mg). Non si è suicidata, però, non ci sono le prove che abbia messo in atto un gesto estremo, è stata solo una tragica fatalità, sostiene il medico, solo un terribile incidente.

In The End, questo il titolo del nuovo disco dei The Cranberries, esce il 26 aprile del 2019, dopo che i componenti della band hanno rispettato un lungo periodo di lutto e hanno ricevuto il consenso della famiglia a procedere con la pubblicazione.

Chi temeva le solite speculazioni necrofile a fini commerciali, si trova invece ad ascoltare un disco di gran livello, composto da canzoni tutte decisamente buone, alcune davvero bellissime. Nessuna profanazione, dunque, né assemblaggi di scarti o di incompiuti che avrebbero potuto ledere alla memoria di una delle artiste (e delle band) più amate degli anni novanta. Questo disco, semmai, suona come un canto del cigno, un epitaffio con cui rendere omaggio a Dolores e ricordarla con la qualità di un lavoro iniziato nel 2017 e, poi, portato a termine solo dai tre membri superstiti con l’aiuto di Stephen Street, che già in passato aveva lavorato con il gruppo, contribuendo non poco al suo successo (fra gli altri, No Need To Argue del 1994).

Le rombanti chitarre elettriche, i riff croccanti delle acustiche, le melodie di facile presa, ma mai scontate, e in sottofondo, i profumi famigliari che evocano Limerick e il cuore dell’Irlanda, si coagulano intorno al cantato singhiozzante, appassionato e inconfondibile di Dolores.

C’è tristezza, nostalgia e sconforto, e tutto ciò è quasi inevitabile: sono pochi i momenti leggeri del disco, mentre la maggior parte delle canzoni, concepite da Dolores, che aveva scritto tutti i testi, e portate a termine dai tre compagni di una vita, sono attraversate da un mood malinconico che spesso afferra la gola e non lascia scampo.

D’altra parte, negli undici brani in scaletta, la O’Riordan riflette sulle difficoltà della propria vita, sui suoi disturbi psichici, sulla separazione dal marito e sulla battaglia che giornalmente combatteva per tornare a riappropriarsi della propria esistenza. Un pugno di canzoni intense e sofferte, quindi, segnate da titoli e testi quasi profetici su quello che sarebbe poi accaduto da lì a poco: nell’iniziale All Over Now, Dolores canta: “ Do You Remember? Do You Remember The Place? In a Hotel In London. A Scar On Her Face”, e la drammatica e crepuscolare Lost, suona quasi come una dichiarazione di resa (“I wonder when I should give in I wonder when I should begin To let it go. I feel I'm dwelling in the past, I know the time is moving fast, I want you to know, I'm lost with you, I'm lost without you”).

Tra le undici canzoni in scaletta, svetta per bellezza l’amara invocazione di Wake Me When It’s Over, una sorta di Zombie del nuovo millennio, che raggruma tutta la disperazione di una donna alla deriva, travolta da una vita che non sente più sua, risucchiata in un vortice di angosce e problemi da cui è impossibile uscire, che vorrebbe trovare la forza per ribellarsi, per reagire, per cercare una nuova strada verso la felicità, senza però riuscirci.

Una sorta di autoanalisi feroce e senza filtri: “Fighting's not the answer, Fighting's not the cure, It's eating you like cancer, It's killing you for sure”, canta Dolores, prendendo atto di un dolore che è inutile combattere, perché la battaglia non è la risposta, e più cerchi di opporti, più la sofferenza ti sbrana interiormente. “Living in the past, It's difficult to hide”, non resta che vivere nel passato, anche se è difficile nascondersi nei ricordi. Allora, meglio abbandonarsi al sonno, e aspettare che qualcuno mi svegli, quando tutto sarà finito. Inquieta l’ulteriore e involontario riferimento alla propria morte: il sonno, che coglie improvviso la cantante sdraiata nella vasca da bagno, e quel riferimento, nella parte finale del brano, all’acqua (“Watch The Rain Drop”) che sarà la concausa del suo decesso.

Il feretro di Dolores O’Riordan verrà sepolto nel cimitero di Caherelly a Limerick, vicino a Terence, suo padre. Mentre le radio di tutta Irlanda passano in contemporanea When You’re Gone, uno dei maggiori successi dei Cranberries, durante la cerimonia funebre presso la Alibe’s Church, gli amici e i componenti della band, le rendono un ultimo omaggio, cantando tutti insieme, a cappella, No Need To Argue: “I knew, I knew I'd lose you, You'll always be special to me, Special to me, to me”.

 


 

 

Blackswan, venerdì 08/01/2021

giovedì 7 gennaio 2021

LYKANTROPI - TALES TO BE TOLD (Despotz Records,2020)

 


A dispetto del nome inquietante, che evoca scenari da metal estremo e lugubri atmosfere notturne, gli svedesi Lykantropi si tengono ben lontano da sonorità dure e tonitruanti, preferendo ai riff pesi e alla velocità atmosfere decisamente più agresti e sognanti. Il loro, infatti, è un folk sui generis, che nelle liriche evoca figure e atmosfere silvane, spiriti e leggende della mitologia nordica, e guarda agli anni settanta (echi dei Renaissance, ma meno leccati), irrobustendo la proposta, però, con un taglio decisamente rock.

Le canzoni di Tales To Be Told, terzo album in studio, si vestono talvolta di echi psichedelici e poggiano, di tanto in tanto, su un’impalcatura che lambisce i confini del prog, Il suono della band, composta da sei elementi, è caratterizzato da due voci, una maschile (Martin Ostlund) e una femminile (My Shaolin), e, oltre alla classica strumentazione (due chitarre, basso e batteria), anche dall’uso del flauto, che garantisce alle canzoni in scaletta un tocco bucolico molto evocativo.

Il risultato è un album di folk rock e otto canzoni d’atmosfera, che palesano le proprie radici nordiche, pur richiamando alla mente, spesso e volentieri, i Midlake, una grande band americana, che ormai da vent’anni a questa parte attraversa territori molto simili. Non un disco rumoroso, ma, a dire il vero, nemmeno contemplativo, come dimostra il piglio energico dell’iniziale Coming Your Way, trainata da un gran bel drive di chitarra e punteggiata dal flauto di Ia Oberg, o la più bluesy title track, anche questa spinta dalle due chitarre, che intrecciano trame elettriche ai piedi della splendida voce di My Shaolin, il cui timbro, dalle venature psichedeliche, sembra emergere da un passato lontanissimo.

Una struttura, questa, che si ripete per quasi tutto il disco, come nella successiva Mother On Envy, in cui l’accento folk è predominante grazie a una maggior presenza del flauto traverso o nell’intensa Life On Hold, costruita su perfetti intrecci vocali. Eccezione al mood prevalente dell’album sono Kom Tag Mig Ut, ballata psichedelica, attraversata da splendidi svolazzi di flauto, e dalla conclusiva Varlden Gar Vidare, brano dalla struttura più decisamente progressive.

Tales To Be Told è decisamente un disco dal taglio vintage, in assoluta controtendenza con le mode e i suoni del momento, di una bellezza che si potrebbe definire atemporale, se non fosse che gli anni ’70 sono, nello specifico, sia forma che sostanza. Non è però semplice passatismo: la band possiede idee chiarissime, uno stile ben definito e soprattutto sa confezionare canzoni avvincenti, suonandole benissimo. Consigliato.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, giovedì 07/01/2021

 

martedì 5 gennaio 2021

THE STYLE COUNCIL - OUR FAVOURITE SHOP (Polydor, 1985)

 


Fuori i Jam e dentro gli Styles. Quando Paul Weller abbandona la sua prima creatura, trova nel tastierista Mick Talbot un nuovo compagno di avventure e cambia decisamente prospettiva. Messa da parte la rabbia, le chitarre elettriche Rickenbacker, il revivalismo mod incendiato dal furore punk, il Modfather abbandona l’eleganza cheap, il cravattino, i capelli corti, e abbraccia un’estetica dandy mitteleropea. Asse Londra – Parigi, mocassini, Lacoste, maglioncini a v e pose raffinate.

A prescindere però dalla diversa iconografia, Weller, però, continua la sua militanza, schierandosi ancora più apertamente a sinistra: se attraverso la musica dei Jam era riuscito a intercettare le frustrazioni e i dolori della gioventù proletaria inglese, il nuovo corso dà vita all’esperienza con il Red Wedge e a liriche sempre più politicamente impegnate.

Cambia, tuttavia, la visione musicale, si passa da un suono grezzo e scattante e dalla spinta innodica e anfetaminica di canzoni dall’anima beat e r’n’b, a una visione più ampia, a un’eterogeneità compositiva che miscela con intelligenza pop, soul, funky, acid jazz e canzone francese.

L’esordio del 1983, con l’ep Introducing The Style Council, mette subito in chiaro il nuovo corso di un eclettismo raffinato e aperto a svariate influenze, che viene ribadito, poi, con il primo capolavoro, Cafe Blue, pubblicato l’anno successivo, un caleidoscopio in cui convergono tutti i colori dell’infinita tavolozza welleriana. Una sorta di lavoro preparatorio al successivo Our Favourite Shop, che, al netto di dispute fra i fan su quale tra i due dischi sia il migliore, risulta rispetto al predecessore sicuramente più coeso e ragionato.

Pubblicato l’8 giugno del 1985 (sul mercato americano con il titolo differente di Intenationalists e un diverso ordine delle canzoni in scaletta), il secondo full lenght degli Styles, prodotto dallo stesso Weller con la collaborazione di Peter Wilson (già alla corte dei Jam), si avvale della collaborazione di un nutrito gruppo di sessionisti (Steve White alla batteria, Dee C. Lee al canto, Camille Hinds al basso, altri vocalist, sezione fiati e sezioni archi) che contribuiscono a rendere il suono estremamente compatto e rigoglioso pur nella sua eterogeneità.

I testi, come si diceva, sono fortemente connotati politicamente, i temi trattati quelli del razzismo, del consumismo, della situazione socio economica del paese, il mood è pessimista ma al contempo battagliero. Temi, questi, declinati in quattordici canzoni, scritte quasi tutte dallo stesso Weller, che viaggiano verso direzioni diverse, creando un unicum ricco di suggestioni.

Dall’incipit di Homebreakers, dal sinuoso incedere soul, fino al beat e ai fiati scintillanti della conclusiva Walls Come Tumbling Down, è tutto un alternarsi di umori e cangiante songwriting. Si passa, infatti, dall’elegante bossanova di All Gone Away al respiro sixties di Come To Milton Keynes, dallo sferzante r’n’b di Internationalists al french touch di Down In The Seine, dalle griffe anni ’80 di The Lodgers all’inequivocabile presa di posizione politica di A Stones Throw Away, gemma nascosta fra volute d’archi che pagano debito alla Eleanor Rigby di Beatlesiana memoria; il tutto senza che la tensione venga meno, senza che la scrittura perda mai un grammo della sua estrosa qualità.

Our Favorite Shop, oltre a essere un’opera perfettamente bilanciata, che sposa in un connubio indissolubile decadentismo, raffinatezze pop e audaci incursioni nella black music, rappresenta anche un capitolo emblematico nella carriera di Weller. Il quale, forse già stanco dell’avventura con Talbot, trascina stancamente il progetto Style Council per altri due dischi (The Cost Of Loving del 1987 e Confessions Of A Pop Group del 1988), con un approccio, però, sempre più svogliato, per poi dare vita, nel 1992, a un’appagante carriera solista. In cui confluiscono i temi e molte delle sonorità di questo disco, rivisitate, in un ennesimo cambio rotta, con un piglio più rock, più psichedelico, più scarno.

 


 

Blackswan, martedì 05/01/2021

lunedì 4 gennaio 2021

OLD KERRY MCKEE - MONO SECULAR SOUND (ICEA, 2020)

 


Dalle gelide terre svedesi al Mississippi. E’ questo il percorso fatto da Joakim Malmborg, ex batterista del gruppo black metal degli Inevitable End, e oggi titolare del progetto (one man band) di Old Kerry McKee. Un viaggio lungo, iniziato otto anni fa con Wooden Songs, che ha visto Malmborg partire dai suoni cupi e potenti ispirati dalla terra d’appartenenza per collocarsi, poi, idealmente negli States, paese da cui ha pescato molti dei suoni concepiti in questo sophomore, ispirati, oltre che dalla musica evocata dal grande fiume statunitense, anche da un certo folk che guarda principalmente al Midwest.

Mono Secular Sounds, in questo senso, raggruma in otto canzoni le esperienze musicali di Malmborg e la sua inquieta passione per il suono americano. Nel cuore della Svezia, contornato dall’aspra natura che circonda la propria fattoria, il batterista svedese, ha concepito un disco nero come la pece, in cui è confluito il proprio vissuto, in liriche che raccontano di morte, di disperazione e di politica, e in canzoni scarne, un po' sghembe, figlie di un’ispirazione che ha attinto in parti eguali da metal, folk e blues.

Un album che richiama alla mente i 16 Horsepower di David Eugene Edwards, band a cui, per sua stessa ammissione, Malmborg ha detto di essersi ispirato durante la fase di scrittura. Era inevitabile, dunque, che questi brani fossero immersi in atmosfere selvagge, crepuscolari, ossianiche, in cui ogni paesaggio evocato diventa terra di fantasmi, di malinconie notturne, di incubi inghiottiti nelle tenebre. In questa cornice, a tratti addirittura plumbea, trovano, così, un inusuale punto di fusione la vertigine rabbiosa del black metal, echi che riportano a Bob Dylan e Johnny Cash, torbide visioni bluesy avviluppate nel fango.

L’opener martellante South Spruce Blues, trafitta da un’armonica acuminata e attraversata da una voce ultraterrena, apre immediatamente a un cupo sprofondo, ribadito dalla successiva, furente, Cattle And Wolves, il brano che risente maggiormente delle influenze black metal, per il suono roco della chitarra, l’incedere selvaggio e lo screaming furente di Malmborg. Una canzone schizofrenica e ansiogena, che confluisce, poi, nell’inquietante Gypsy Rags/Death, Oh Death prt. 2, intreccio blues di chitarre stressate dall’angoscia e figlia di centinaia di ascolti dei 16 Horsepower.

Una tripletta iniziale con vista sull’abisso che porta al cuore del disco, in cui l’atmosfera, se non proprio serena, si fa meno soffocante, con le ballate I’ve Been Building, Humming On The Porch e la lunga Woman From Tamava, le radici ben compenetrate in terra americana, Dylan come nume tutelare, la voce impastata di Malmborg a disturbare e scartavetrare il fluire delle melodie.

Chiudono la scaletta la scattante Anxiety Blues, un titolo un programma, e la cover spiazzante di House Of Rising Sun, trasmutata in un folle bluegrass per fingerpicking, nevrotico e adrenalinico. Chiosa perfetta per un piccolo grande disco, capace di dare vita agli umori più oscuri di questo anno folle, plasmando con originalità il suono americano più tradizionale e gli spettrali incubi di un gelido inverno svedese. Emozionante, ma non per tutti.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 04/01/2021