venerdì 12 febbraio 2021

JAMES YORKSTON and THE SECOND HAND ORCHESTRA - THE WIDE, WIDE RIVER (Domino, 2021)

 


Votato alla discrezione dell’understatement e figlio di un’estetica artigianale, lo scozzese James Yorkston, ormai da quasi vent’anni, rilascia dischi con invidiabile prolificità. Che si tratti di album da solista, di quelli rilasciati sotto l’egida Yorkston / Thorne / Khan o, addirittura, dei due libri che ha scritto, lo stile del songwriter scozzese è sempre stato improntato a una serafica calma e a una consapevole sicurezza.

Il suo, è il suono di un narratore che fin dagli esordi ha avuto ben chiaro lo sviluppo del proprio songwriting, il dipanarsi della propria prosa, il susseguirsi delle note sullo spartito, il lessico da usare per ogni occasione. Ha imboccato una strada e quella è stata, senza mai rilevanti digressioni dal percorso, senza mai la necessità o l’aspirazione a esplorare nuovi territori. Una circostanza, questa, che è diventata un'arma a doppio taglio: da un lato, grazie alla cura di Yorkston per gli arrangiamenti e la lungimiranza nello scegliere i collaboratori, ha partorito dischi che, per quanto prevedibili e famigliari, hanno raggiunto vette notevoli (Moving Up Country del 2002), dall’altro, però, ha anche generato una ripetitività che, nei momenti meno ispirati, partorisce composizioni noiose e prive di fantasia (I Was a Cat From The Book del 2012).

The Wide, Wide River non sfuggirebbe a questa regola non scritta se non fosse che, a livello di collaborazione, viene coinvolto il produttore svedese Karl-Jonas Winqvist e la sua Second Hand Orchestra. Con la band, si realizza un timido scostamento dalla consueta ortodossia, e il taglio interpretativo risulta colorato e frizzante. Il disco, poi, è stato registrato in soli tre giorni, con un approccio da “buona la prima”, che ha reso l’impianto complessivo assai vivace, anche grazie alla qualità dei musicisti coinvolti.

Ella Mary Leather apre il disco con il classico suono Yorkston: una progressione melodica risaputa, un ritornello genuinamente contagioso, ma nulla più di quanto già ascoltato in passato. La successiva To Soothe Her Wee Bit Sorrows possiede un’anima clamorosamente vanmorrisoniana, l’arrangiamento saetta avanti indietro tra la voce e l’orchestrazione, il feeling fra Yorkston e la Second Hand Orchestra trova la sua massima espressione in equilibrio tra esplosività jammistica e misurata espressività. Allo stesso modo, anche Struggle ci consegna una band perfettamente sincronizzata, che spinge la melodia e si carica sulle spalle il peso emotivo del brano, mentre la voce calda di Yorkston si insinua delicatamente sotto pelle.

La stessa struttura, la si ritrova in There Is No Upside, che scorre ancora più vibrante, anche se melodicamente meno fascinosa, mentre poi il disco viene chiuso da due episodi più intimi, il folk dai sentori agresti di A Very Old- Fashoned Blues e il lento incedere malinconico di We Test The Beams, ballata da groppo in gola e fazzoletto alla mano.

La forza di questo nuovo lavoro risiede, sicuramente, nella collaborazione con la Second Hand Orchestra, una band capace di assecondare gli umori Yorkston, il quale, nei momenti più riusciti dell’album, ha avuto il coraggio di fare un passo indietro e diventare una parte del tutto. E’ indubbio che, in questo modo, la musica contenuta The Wide, Wide River si ammanti di inusitati colori e fluisca con una vivacità che in altri lavori era mancata, riuscendo ad arrivare dritta al bersaglio senza rilevanti inciampi. Se è l’inizio di una collaborazione destinata a durare, potrebbe anche essere una svolta decisiva nella carriera del musicista originario del Fife.  

VOTO: 7




Blackswan, venerdì 12/02/2021

giovedì 11 febbraio 2021

PREVIEW


 

Dove un tempo c’era Superwolf ora si aggirano i Superwolves, il nuovo album e fabbrica di demoni di Matt Sweeney e Bonnie ‘Prince’ Billy, in uscita su Domino il 30 aprile in digitale e in formato fisico dal 18 giugno. Oggi svelano il nuovo singolo ‘Hall of Death’, che arriva dopo ‘Make Worry For Me’, scritto da Sweeney e Will Oldham (aka Bonnie ‘Prince’ Billy) insieme al chitarrista e produttore Tuareg Ahmoudou Madassane. La canzone presenta Oldham e Sweeney nei loro tradizionali ruoli, rispettivamente di cantante e chitarrista, registrati live in studio con Madassane alla chitarra ritmica e con la partecipazione dei componenti della sua band: Mdou Moctar e la sua inconfondibile chitarra, Mike Coltun al basso e Souleyman Ibrahim alla batteria. Il video di accompagnamento è stato diretto da Sai Selvarajan e Jeff Bednarz.

Le canzoni che compongono Superwolves, il secondo album del duo e il primo da Superwolf del 2005, si immergono in luoghi inesplorati mentre Matt e Bonny prendono tutta la musica da loro conosciuta per creare canzoni che colpiscono in profondità. In classico stile Garcia-Hunter, Sweeney e ‘Prince’ in principio hanno lavorato separatamente cercando e trovando un percorso reciproco nei loro mondi solitari. I testi di Bonnie sono sstati spediti alla chitarra mentale di Sweeney; gli accordi e una melodia prendono forma, registrati in velocità e rispediti a “Prince”, quindi i due si ritrovano a cantare, unire e rafforzare e finalmente suonare di fronte ad un’ignara audience. Quindi nuovi testi sono spediti, animati e suonati, fino a quando le canzoni e le esecuzioni sono pronte per essere registrate. Questo è solo l’inizio del loro processo di fusione, perchè le parole hanno bisogno di vocalizzazioni di contrasto e sostegno e le line di chitarra suggeriscono armonie da aggiungere e in cui spingere. Durante il processo una nuova creatura prende vita dalla precedente. Nella collaborazione la chitarra apre e condivide uno spazio fluido con le parti vocali e le voci cantano con le chitarra: ogni istante di Superwolves è uno spettacolo stravagante, guidato solo dal suo bisogno.

“L’intesa viene da vite vissute separatamente, dove la musica è il nutrimento principale. Ascoltiamo con gratitudine e stupore, e sentiamo che ci appartiene. Costruiamo I nostri sogni con la speranza che abbiano l’opportunità di avverarsi. Sappiamo che siamo in grado di produrre, ci serve ill supporto dell’altro per portare alla luce i linguaggi che ci siamo immaginati.” Will Oldham

“E’ molto stimolante scrivere musiche su cui Will canterà. E’ una sfida non facile. Sapere che la voce di Will eleverà la melodia mi fa arrivare più in alto e scavare più a fondo. Mi fa venire voglia di creare un linea di chitarra che trattenga la sua voce come il calice contiene il vino (o il sangue, o qualunque cosa sia necessaria per vivere una vita al meglio). Mi piace molto anche cantare armonie e risposte alla sua voce.”  Matt Sweeney
 

I due ha cominciato a lavorare a questo album 5 anni fa ma la prima vera sessione si è svolta un anno fa allo Strange Weather di Brooklyn e le successive al Butcher Shoppe a Nashville. Sweeney ha supervisionato il missaggio delle sessioni di Brooklyn ed Oldham ha supervisionato quelle di Nashville. Nell’album Sweeney canta insieme al suo cantante preferito e suona tutte le chitarre, acustica, elettricha e basso, accompagnato da David Ferguson al contrabasso, Mike Coltun al basso elettrico, Mdou Moctar alla chitarra elettrica, Ahmoudou Madassane alla chitarra ritmica, Souleyman Ibrahim, Ryan Sawyer e Peter Townsend alla batteria e Mike Rojas alle tastiere. Bonnie ‘Prince’ Billy canta. Come sempre. E Superwolves governa su tutto.
 
 

 
Blackswan, giovedì 11/02/2021

 

mercoledì 10 febbraio 2021

JO NESBO - IL FRATELLO (Einaudi, 2020)

 


Carl, il fratello minore, se ne è andato da tempo in Minnesota dove è diventato imprenditore e da allora di lui non è arrivato che l'eco del suo successo. Ma ora che Carl è inaspettatamente tornato con il grandioso progetto di costruire un hotel e trasformare il paese in una località turistica, Roy si trova di nuovo a doverlo difendere dall'ostilità e dai sospetti degli altri. Come quando erano ragazzi, Roy cerca di proteggere Carl, ma suo malgrado si ritrova risucchiato in un passato che sperava sepolto per sempre. Dall'incontrastato maestro del crime scandinavo – 40 milioni di copie nel mondo – un thriller sulle menzogne, i segreti, i tradimenti nascosti dietro la rassicurante facciata della vita familiare.

Non aspettatevi nulla di quello che fino a oggi conoscevate di Jo Nesbo, perché con Il Fratello, infatti, lo scrittore norvegese, cambia completamente registro. Scordatevi Harry Hole, dunque, scordatevi Oslo, scordatevi i serial killer, scordatevi l’indagine, scordatevi, insomma, il più classico dei thriller dai ritmi palpitanti e dai continui colpi di scena a cui vi eravate abituati.

Nesbo abbandona, dunque, la propria comfort zone, sceglie come ambientazione la montagna del nord della Norvegia, scrive un romanzo che potremmo definire “americano” (la location ricorda il Montana, gli States sono richiamati dalla musica di JJ Cale e dalla Cadillac, protagonista silenziosa della narrazione), e si concentra sulla storia di una famiglia di montanari, che, pagina dopo pagina, si tinge di venature noir. Due fratelli legati morbosamente da un tragico passato di violenza e incesto, una femme fatale che mette pericolosamente a rischio il rapporto tra i due, un albergo da costruire sulla cima della montagna, una stazione di servizio, una curva stretta e insidiosa, ricatti e tradimenti, la comunità rurale di Os, paesino di poche anime, che sotto l’apparente tranquillità cela odi, rancori e risentimenti mai sopiti, sono gli elementi di cui si sostanzia questo lungo romanzo.

Nesbo si prende tempo e pagine (seicentotrentanove, per la precisione), per imbastire una narrazione dai ritmi dilatati, preferendo concentrarsi sulla psicologia dei suoi personaggi, piuttosto che sul consueto bagaglio di adrenalina e colpi di scena. Che ci sono, ovviamente, perché la natura del romanziere è quella, e non cambia. Tuttavia, il thriller resta sfumato, sullo sfondo, perchè lo scrittore indaga semmai l’anima tormentata di Roy, la figura controversa e ambigua del fratello Carl, il fascino inquietante della bella e risoluta Shannon.

Nonostante la lentezza dello svolgimento, Il Fratello riesce comunque ad avvincere e a conquistare, perché Nesbo scrive benissimo e sonda l’umanità dei suoi personaggi con estrema arguzia ed efficacia. Il romanzo, però, non convince fino in fondo, e gli snodi narrativi, spesso punto di forza dello scrittore norvegese, talvolta, appaiono forzati e inverosimili, conducendo verso un finale frettoloso, che delude in parte le aspettative.

Con qualche idea brillante in più, Il Fratello poteva davvero diventare il capolavoro di Nesbo; così resta, invece, solo un buon romanzo che convince per la profondità psicologica, ma scontenta tutti coloro che dall’autore norvegese si attendono ritmo, brividi e soluzioni plausibili. Peccato.

 

Blackswan, mercoledì 10/02/2021

martedì 9 febbraio 2021

JUST A SONG BEFORE I GO - CS&N (Atlantic, 1977)

 


Ricordatevi: scommettete solo se avete qualche probabilità di vincere. Perché se beccate uno che ne sa più di voi o, semplicemente, uno più fortunato, allora sono guai. Soprattutto, non scommettete mai con un fenomeno su una delle sue abilità, perché a quel punto, è quasi certo che dovrete mettere mano al portafogli. Lo sa bene quel ragazzo, un pusher danaroso, ma un po' sprovveduto, che un giorno del 1977, si mise a competere con Graham Nash, sfidandolo per la ragguardevole somma di 500 dollari.

Hawai. Nash e Leslie Morris sono a casa di un amico, uno che poi (poi?) si scoprirà essere uno spacciatore, uno di quelli a cui basta una telefonata e ti fanno avere (quasi) tutto ciò che desideri. C’è un aereo in partenza fra un paio d’ore e Nash è irrequieto, vuole tornare a casa, a Los Angeles. Lo dice agli amici che, invece, non hanno voglia di staccarsi dal divano e dalle birre. “Ancora venti minuti”, dice lo spacciatore. E poi, la malsana idea: “Sei un grande musicista, ma io scommetto 500 dollari, che, per quanto bravo tu possa essere, non sei in grado di scrivere una canzone in soli venti minuti”. Graham lo guarda, sorride, si siede davanti al pianoforte e quindici minuti dopo ha in tasca i 500 dollari (che tuttora conserva come reliquia).  

La canzone, nata da una scommessa tra amici, si intitola Just A Song Before I Go, titolo perfetto per descrivere le circostanze da cui è nata, e parla di quel momento doloroso e struggente che si vive quando si è costretti ad abbandonare la persona che si ama. “She helped me with my suitcase, She stands before my eyes, Driving me to the airport”, canta Nash; e ancora: “Just a song before I go, A lesson to be learned, Traveling twice the speed of sound, It's easy to get burned”. Incredibile, ma vero, l’anima pop dei CS&N non si limita solo a scrivere una splendida canzone, ma l’adatta al momento in cui è stata concepita, la universalizza trasformandola in uno struggente brano sull’addio, e si concede anche lo sfizio di sfottere l’incauto scommettitore (Traveling twice the speed of sound, It's easy to get burned: a viaggiare al doppio della velocità del suono, è facile scottarsi).

Just A Song Before I Go, viene inserita in CSN, splendido disco datato 1977, in cui Nash fa la parte del leone, inanellando una serie di gioielli come Cathedral, Cold Rain e Carried Away, che restano, a tutt’oggi, alcune delle più belle composizione del musicista inglese. La cosa incredibile, però, è che questo acquerello, dai colori tenui e dall’atmosfera malinconica, diventerà il maggior successo di vendite della band californiana, raggiungendo la settima piazza di Billboard e la decima nelle classifiche canadese.

Un’ultima curiosità. Poco dopo la partenza di Nash dalle Hawai, sull’arcipelago si abbatte un violento uragano. Fosse arrivato qualche ora prima, il volo sarebbe stato soppresso, quella scommessa non ci sarebbe stata, e Just A Song Before I Go non sarebbe mai esistita.   

 


 

 

Blackswan, martedì 09/02/2021 

lunedì 8 febbraio 2021

BALTHAZAR - SAND (Play It Again Sam, 2021)


 

Con la pubblicazione di Fever, uscito circa due anni fa, i belgi Balthazar raggiungevano lo zenit della loro narrazione, creando un livello di aspettative altissime sul prosieguo della carriera. La bellezza di quel disco, il quarto in studio, faceva pensare a una band consapevole e matura, padrona di una materia, come quella del pop, che veniva elaborata con straordinaria efficacia e originalità. Si attendeva, quindi, con molta curiosità il capitolo successivo, consapevoli delle potenzialità della band, ma anche col dubbio che l’asticella di Fever, posta pericolosamente in alto, non potesse essere più raggiunta o superata.

Invece, Jinte Deprez e Marteen Devoldeere, leader carismatici dei Balthazar, sono riusciti nell’impresa di superare se stessi, regalandoci un album capace di sorpassare in qualità il già notevole predecessore. E ciò, nonostante i tempi bui che stiamo vivendo, mesi in cui impera il dictat della distanza e in cui non è possibile testare del vivo l’impatto delle nuove composizioni. Sand è, quindi, figlio di queste nuove logiche, che hanno, si, modificato pesantemente le dinamiche proprie del metodo di concepire e proporre musica, ma che, in modo obliquo, sono riuscite a tirare fuori le migliori risorse da chi ha comunque cercato di uscire dal doloroso empasse.

Nasce, così, una scaletta di undici canzoni costruita a distanza, figlia di un songwriting piegato, obtorto collo, alle nuove ristrettezze sociali e quindi sviluppato attraverso il confronto via skype, l’utilizzo della tecnologia e il ricorso a sample di batteria e synth bass. Elementi decisamente nuovi, che hanno modificato la confezione, senza tuttavia aver in alcun modo intaccato la sostanza di un suono e di un’ispirazione, oggi, più vivi che mai.

I Balthazar si confermano, così, una band dalla cifra stilistica unica, capaci di un’eleganza formale, in cui convivono raffinata estetica dandy e un vagamente nostalgico passatismo verso gli anni ’80, creatori di un immaginario pop, che sfugge all’ovvietà dell’espressione monocorde, e si sviluppa, invece attraverso una trama melange di suoni e di intuizioni che si nutrono di groove funky, atmosfere da jazz club, beat da dancefloor e languori da ballata soul.

Datemi una linea di basso e intorno ci costruirò un mondo. Sembra questa l’idea che sta alla base di undici canzoni solo all’apparenza lineari e dirette, ma che si arricchiscono, nel loro sviluppo, attraverso un gioco di luci e di ombre, di vuoti e di pieni, di arrangiamenti che aggiungono e tolgono, creando intarsi di rilucente bellezza, anche attraverso l’inaspettata sottigliezza di un suono.

La ritmica secca e tribale che attraversa Moment, l’opener del disco, si veste, ad ogni carezzevole ritornello, di nuovi colori: un giro di chitarra, una punteggiatura di fiati, un accattivante coretto, il liquido dipanarsi di un synth. E’ questa la filosofia dei Balthazar, creare canzoni che stordiscono per perfezione melodica, che conquistano al dancefloor con irresistibili groove funky, che stupiscono nell’alternarsi dei timbri vocali, il baritono e il falsetto, perfettamente bilanciati, fra strofe e ritornelli.

Il funky da posa dandy di Losers (con omaggio a Paolo Conte, citato nel testo), l’immaginario notturno evocato dalle suggestioni contemplative della splendida On A Roll, il carezzevole dipanarsi eighties di You Won’t Come Around, lentone guancia guancia dagli struggimenti romantici, le morbide volute dance di Linger On, il beat ipnotico di Passing Through, la cui coltre ipnagogica viene dipanata da uno straniante arrangiamento d’archi o lo stiloso pianoforte jazzy che accompagna il finale di Powerless, sono solo alcune delle gemme di un disco, che si potrebbe ballare dall’inizio alla fine, se non fosse per quelle continue intuizioni e colpi di genio capaci di rapire l’ascoltatore in una stupefatta estasi contemplativa.

Con gli occhi ben aperti sul nostro amaro presente (lo sguardo pessimista e irrequieto delle liriche) e la capacità di adattarsi alle nuove dinamiche sociali, i Balthazar, pur rimanendo fedeli alla propria cifra stilistica, sono riusciti nell’intento di aggiungere un ulteriore tassello al loro puzzle musicale, e di concludere, con un capolavoro, la prima parte di carriera, iniziata dieci anni fa con il malinconico Applause.

Difficile trovare oggi qualcuno che riesca a maneggiare la stessa materia con altrettanta maestria, tanto che, per parafrasare Lester Bangs a proposito dei Clash, verrebbe da dire che i Balthazar sono, sic et simpliciter, una della poche pop band che conti veramente qualcosa.

VOTO: 9

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/02/2021