martedì 16 marzo 2021

I SAY A LITTLE PRAYER - ARETHA FRANKLIN (Atlantic, 1968)

 


Ci sono canzoni così famose, così radicate nella nostra cultura, che spesso le si ascolta un po' superficialmente, perché sono coinvolgenti e hanno una melodia irresistibile, senza, però, domandarsi, quale sia il reale significato che sottendono.

Una di queste è I Say A Little Prayer, un brano che tutti abbiamo ascoltato almeno una volta nella vita, probabilmente nella versione più nota della grande Aretha Franklin. La canzone, scritta da Burt Bacharach e Hal David nel lontano 1967, era l’opener di The Windows Of The World, splendido album a firma Dionne Warwick, reso celebre anche dalla title track. Il brano scalò subito le classifiche dell’epoca, si piazzò alla quarta posizione di Billboard Hot 100, e fu certificato disco di platino.

Come dicevamo poc’anzi, la versione più famosa di I Say A Little Prayer, però, resta quella che Aretha Franklin incise l’anno successivo e che comparve nel suo disco Aretha Now, uno dei più clamorosi best seller della storia della musica, che grazie a un filotto impressionante di gemme (Think, See Saw, You Send Me, etc) ha venduto ben quaranta milioni di copie a tutto il 2015.

Come succede per alcune canzoni di grande successo, sono stati molti gli artisti che si sono cimentati a reinterpretarla: oltre ad Aretha, si ricordano le cover di Gloria Gaynor, Whitney Houston e Natalie Cole, Bomb The Bass, James Taylor Quartet e, udite udite, anche delle nostre Raffaella Carrà e Giuni Russo.

Il maggior picco di popolarità lo ebbe la versione incisa nel 1997 dalla cantante giamaicana Diana King, che entrò a far parte della colonna sonora del film Il Matrimonio Del Mio Migliore Amico, esilarante commedia interpretata da Julia Roberts e Cameron Diaz, diretta dal cineasta australiano PJ Hogan. La canzone ha reso memorabile la sequenza del pranzo di famiglia, quando su input di un bellissimo Rupert Everett viene cantata in coro da tutti i protagonisti del film, in un momento di toccante e giocosa leggerezza.

In realtà, pur possedendo una progressione melodica irresistibile che inebria di allegria, il significato vero della canzone è decisamente più serio. I Say a Little Prayer è sì una canzone d’amore, ma Hal David scrisse le liriche del brano immedesimandosi in tutte quelle donne, moglie e fidanzate, il cui compagno era partito per il Vietnam.

Quelle donne, la cui vita era stata stravolta dalla lontananza e dalla paura di perdere il proprio amato: “nel momento in cui mi sveglio, prima di truccarmi, dico una piccola preghiera per te, mentre mi pettino i capelli e decido quale vestito indossare, dico una piccola preghiera per te”. Il brano è quindi l’invocazione di una donna il cui cuore è afflitto dal dolore e al contempo pieno di speranza, è il desiderio che tutto torni come prima e che possa essere coronato quel sogno d’amore bruscamente interrotto dalla guerra (Per sempre e per sempre, non ci separeremo mai. Oh, come ti amerò, Insieme, insieme, è così che deve essere. Vivere senza di te significherebbe solo dolore per me).Una canzone che sembra allegra, ma che in realtà possiede un retrogusto amarissimo.

Un’ultima curiosità. Il brano ha un posto d’onore nei ricordi dei tifosi italiani, in quanto venne usato dalla RAI come sigla dell’intervallo tra il primo e il secondo tempo delle partite del Mondiale messicano del 1970. Ma quella piccola preghiera contenuta nel testo non bastò a farci vincere la Coppa del Mondo: l’Italia, infatti, perse in finale per 4 a 1 contro il quotatissimo Brasile di Pelè.

 


 

Blackswan, martedì 16/03/2021

lunedì 15 marzo 2021

DRIVE-BY TRUCKERS - THE NEW OK (ATO, 2020)

 


La pandemia che ha funestato il pianeta ha prodotto grandi stravolgimenti anche nel mondo della musica. L’assenza di esibizioni dal vivo e di tour promozionali, ha spinto molti artisti a un approccio diverso, a fare di necessità virtù e, quindi, a concentrarsi soprattutto sulla scrittura, sia in termini di qualità che di quantità. Non è un caso che lo scorso anno i dischi bellissimi si siano sprecati; e non è un caso, che molti artisti si siano trovati con un surplus di materiale, tanto da rilasciare in pochi mesi ben due album. E’ stato il caso di Taylor Swift, il primo esempio che mi viene in mente, e quindi dei leggendari Drive-By Truckers, che dopo The Unraveling, uscito a gennaio, hanno raddoppiato con questo The New Ok, pubblicato lo scorso ottobre.

Rilasciato da ATO Records, (prima solo per lo streaming e poi su supporto fisico a dicembre) il disco era stato originariamente concepito, durante la quarantena, come un EP. Poi, il progetto è cresciuto rapidamente fino a includere nuove canzoni, il cui intento dichiarato era raccontare quella che il co-fondatore della band, Patterson Hood, ha definito “questa infinita estate di proteste, rivolte, imbrogli politici e orrori pandemici”.

I nuovi brani, ispirati soprattutto dalle proteste che hanno seguito l'omicidio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis la scorsa estate, sono stati registrai e mixati sotto la supervisione di David Barbe, produttore di lunga data de Drive-By Truckers. Il risultato finale un disco intelligente e centrato, che ha il merito di bilanciare l'oscurità e la sofferenza di quel tragico periodo con la speranza di costruire un futuro migliore. Il tredicesimo album in studio in venticinque anni è nato, dunque, sotto la buona stella dell’ottimismo, porta in sé la promessa di un 2021 più felice e una fiduciosa aspettativa di guarigione delle divisioni sociali che hanno fratturato gli Stati Uniti. Su come è iniziato questo 2021 di nuovi contagi e fantomatici vaccini, è meglio tacere; ma la speranza di un nuovo corso, dopo la terrificante era Trump, ha invece buone chance di realizzarsi.

E’ proprio la passione politica ad aprire il disco con il taglio ruvido della title track, canzone che Hood ha scritto dopo aver partecipato alle manifestazioni di protesta, nel luglio del 2020, a Portland, dove il musicista risiede. Una canzone militante, che invita a non accettare quegli eventi (la repressione e le uccisioni a opera della polizia) come normali, ma a ribellarsi e a manifestare per i propri diritti: “It’s summer in Portland and everything’s fine, Black Lives Matter holding up the line, We’ve got mommy’s and vets, taking fire, from the cops on the beat, and the occupiers.” Un inizio, dunque, diretto, crudo, potente e barricadero.

Con Tough To Let Go la tensione scema in un country soul atmosferico, avvolto dalle spolverate d’organo di Jay Gonzalez, mentre il rock graffiante The Perilous Night riaccende la fiamma della contestazione, puntando il dito sulla pericolosa deriva totalitarista del governo Trump (un testo profetico, visto quello che poi è successo dopo la vittoria delle elezioni da parte di Biden).

Sono tutte di grande livello le canzoni di The New Ok, centrate sul politico e sul sociale, in un riuscito alternarsi fra vibrante elettricità (The Unraveling) e splendide ballate d’ampio respiro (la trasognata bellezza di Watching The Orange Clouds, con il suo retrogusto dolce amaro alla Elliott Smith).

Il disco si chiude con una brillante cover di The KKK Took My Baby Away dei Ramones (cantata dal bassista Matt Patton), un brano potente, che ci ricorda come quell'energia rock and roll, anche se lontana nel tempo, è ancora importante per le nostre anime, oggi più che mai. Una chiosa appassionata, che suggerisce desiderio di normalità e l’implicita speranza di tornare presto ai concerti dal vivo, per stare sotto al palco, a ballare, divertirsi e cantare. Un altro, l’ennesimo, grande disco di una band che continua a mantenere dritta la barra dell’impegno politico e delle emozioni.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 15/03/2021

giovedì 11 marzo 2021

PREVIEW

 


Il suo quarantaduesimo disco ”Latest Record Project: Volume 1”, il suo album più dinamico e contemporaneo da anni, è un viaggio di 28 tracce nel suo continuo amore per il blues, l'R&B, il jazz e il soul. Per quanto possiate amare i suoi classici, questo nuovo progetto dimostra che Morrison vive nel presente e rimane un artista integro e originale.

“Mi voglio allontanare dall'essere riconosciuto sempre per le solite canzoni, I soliti album", dice Morrison. "Questo ragazzo ha scritto 500 canzoni, forse di più, quindi? Perché promuovere sempre le solite dieci? Sto cercando di uscire da questo schema”.

”Latest Record Project: Volume 1” è il risultato di un periodo di isolamento forzato. Impossibilitato di andare in tour, Van Morrison si è immerso in un costante songwriting, suonando al piano, alla chitarra o al sassofono. Sono emersi così I nuovi brani che brillano di schiettezza e vivacità, grazie anche alla collaborazione con una sezione ritmica con la quale condivide un feeling immediato e spontaneo.

Van Morrison lancia oggi il suo nuovo progetto pubblicandone la title track.
Il re indiscusso del soul celtico va dritto al cuore con il suo baritono che abbraccia un caldo suono di organo, accompagnato da armonie vocali doo wop e sha-la-la. Altri spunti eccellenti emergono di continuo, dal sassofono che brilla nella gemma R&B ”Jealousy”, alla gioiosa e country ”A Few Bars Early”, passando per lo spirito garage rock in stile Them dell'esplicita ”Stop Bitching, Do Something”.

Nonostante che l'album risuoni del sentimento romantico e del calore notturno per cui è noto al suo pubblico, il tema dominante è un commento diretto sulla vita di oggi. ”Dead Beat Saturday Night” è una presa di posizione nell'affrontare in modo concreto il suo lockdown: "No life, no gigs, no choice, no voice". Emerge anche nel rock'n'roll da bar di ”Where Have All The Rebels Gone”, che denuncia la mancanza di un vero pensiero indipendente, oggi sostituito dalla mera apparenza. E per quanto riguarda le opinioni di Van Morrison sui social media? Sono riassunte in ”Why Are You On Facebook?”.

Due brani, ”Love Should Come With A Warning” e ”Mistaken Identity”, sono scritti con il grande Don Black. Van Morrison si è avvicinato a Black dopo aver riconosciuto in ”On Days Like These”, la sua ballata pop del 1969 cantata da Matt Monro per la colonna sonora di ”The Italian Job”, qualcosa che gli ricordava il suo stile. Il risultato ha portato Black a scrivere oggi ”Mistaken Identity”, che, paradossalmente, è la canzone più autobiografica dell'album.

Ciò che ”Latest Record Project: Volume 1” dimostra è che se volete apprezzare veramente l'arte di Van Morrison, dovete ascoltare quello che fa oggi perché è un'artista che non si ferma mai.

Latest Record Project: Volume 1” uscirà il 7 maggio su Exile/BMG in formato doppio-CD, deluxe-CD, triplo-vinile e su tutte le piattaforme digitali.

 


 

Blackswan, giovedì 11/03/2021

mercoledì 10 marzo 2021

ALICE COOPER - DETROIT STORIES (earMusic, 2021)

 


Settantatre anni compiuti lo scorso febbraio, quasi mezzo secolo di carriera, trenta dischi alle spalle (di cui due con gli Hollywood Vampires), numerose comparsate come attore. Questi pochi numeri, snocciolati in fretta, sono la fotografia di un artista che ha scritto una pagina importante della storia, padre riconosciuto dello shock rock e nume tutelare di una schiera immensa di epigoni.Nonostante la veneranda età, Alice non si è ancora rassegnato a vestire i panni della leggenda nella sala cariatidi del museo del rock, e oggi mostra, come non capitava da tempo, un invidiabile stato di forma.

Già nel 2019, con l’Ep Breadcrumbs, Cooper aveva reso omaggio alla sua Detroit e alle sue radici. Con questo nuovo lavoro amplia il tema, e alla città e alla musica che l’ha cresciuto e che ha amato, dedica un intero album, quindici canzoni, un mix di brani originali e una manciata di cover, prodotte dal grande Bob Ezrin, colui che è stato determinante nella creazione del mito Cooper, a partire da Love It to Death (capolavoro dato 1971), e che da Welcome 2 My Nightmare (2011) è tornato al timone del bastimento.

Non solo. Alcuni musicisti nativi di Detroit, come il chitarrista degli MC5, Wayne Kramer, il batterista Johnny "Bee" Badanjek (la band di Mitch Ryder), Mark Farner dei Grand Funk e i Motor City Horns, si sono resi disponibili e, presso i Rust Belt Studios di Royal Oak, hanno dato il loro contributo alla scaletta, infondendo l'album con un ulteriore quid di autenticità.

Il disco prende il via con il ringhio rabbioso di Rock 'n' Roll (Lou Reed / The Velvet Underground) in una versione da far tremare le vene nei polsi, per poi proseguire con altre quattordici canzoni, alcune delle quali sorprendentemente cariche d’intensità. Cooper e la sua backing band suonano altrettanto cattivi e motivati ??in Drunk and In Love, Go Man Go, I Hate You e Social Debris, e sembra di essere tornati ai giorni d'oro di Schools Out di quattro decenni fa. La voce beffarda del cantante è in ottima forma, nonostante 72 anni trascorsi nelle trincee del rock and roll, e queste canzoni riescono a replicare con successo il tiro hard rock melodico, che ha reso immortali i suoi grandi classici degli anni '70.  

Tuttavia, non tutte le ciambelle sono venute con il buco. Sul finale, lo spoken di Hanging On By The Thread (e i tastieroni decisamente fastidiosi) e la fin troppo prevedibile e semplicistica Shut Up and Rock, ad esempio, sono riempitivi che appesantiscono un album già piuttosto lungo.

Fortunatamente prima dell’epilogo, ci sono momenti di assoluto godimento e, soprattutto, quei riff graffianti, che rappresentano il marchio di fabbrica di Cooper: la grintosissima Hail Mary, una cover infuocata di Sister Anne degli MC5 e le atmosfere conturbanti e paludose di Wonderful World, sono numeri che faranno drizzare le antenne ai fan della prima ora. I quali possono rallegrarsi per questo nuovo Detroit Stories, probabilmente uno dei dischi di Cooper più centrati e gagliardi da anni a questa parte. Tornare a respirare l’aria di casa, come spesso accade, è stato un vero e proprio toccasana.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, mercoledì 10/03/2021

martedì 9 marzo 2021

THE PRETTY RECKLESS - DEATH BY ROCK'N'ROLL (Century Media Records, 2021)

 


Sono passati ben cinque anni dall’ultimo e fortunato Who You Selling For (2016). Un lustro in cui i newyorkesi The Pretty Reckless hanno visto glamour e successo adombrati da eventi tragici, che hanno fatto decisamente fatica a rielaborare. Nel 2017, quando erano in tour coi Soundgarden, li colse improvvisa la morte dell’amico Chris Cornell, e poi, il 25 aprile dell’anno successivo, dovettero fare i conti con il decesso, in un incidente automobilistico, del loro produttore storico Kato Khandwala. Due botte che avrebbero messo al tappeto chiunque, seguite poi dal tragico destino della pandemia. Due botte, che hanno portato a un lungo periodo di silenzio, di depressione, di abuso di sostanze, e che sono state, poi, rielaborate, metabolizzate ed esorcizzate in Death By Rock’n’Roll, un disco costato un anno di lavoro, un disco che fa i conti con la morte e la caducità umana (la lapide senza nome nel retrocopertina del disco), ma che è anche una reazione rabbiosa, un’esplosione di energia e di vitalità che contrasta con tutto il dolore accumulato.

Il fantasma dell’amico Khandwala aleggia ovunque, nelle note di copertina, nei passi registrati a inizio disco, nel titolo dell’album. Non siamo, però, di fronte a una sorta di Back In Black 2.0. Nessuna campana a morto: il tributo c’è, ma viene superato dalla varietà elettrizzante del materiale proposto, dai testi colmi di fiducia, da omaggi leggeri ed entusiastici (nel ballatone dagli accenti americani di Rock And Roll Heaven la Momsen cita gli eroi musicali della giovinezza e canta: ”Freedom found me / When I first heard the Beatles sing…In rock and roll Heaven / The great gig in the sky”) e da momenti stranamente solari e ottimistici.

Funziona tutto incredibilmente bene in Death By Rock’n’Roll: la potenza di fuoco e i riff gagliardi, la scelta oculata di pochi, ma azzeccatissimi ospiti, le melodie catchy ma non banali, e la voce della leader Taylor Momsen (attrice, modella, rocker) capace di ruggire come una pantera (My Bones), di fare le fusa carezzevole come una gatta (Got So High) e di librarsi libera e potente verso il cielo (Standing At The Wall).

E’ nella prima parte del disco che i Pretty Reckless sparano le cartucce di grosso calibro: la title track è una bordata hard blues senza compromessi, seguita dalle cupe staffilate elettriche di Only Love Can Save Me Now (ospiti gli ex Soundgarden Matt Cameron alla batteria e Kim Thayil alla chitarra) omaggio palese agli anni d’oro del grunge, e dalla devastante And So It Went (ospiti Tom Morello e un assolo pazzesco), capace, però, di una struttura articolata, che inserisce, in un brutale clima da combattimento all’ultimo sangue, un repentino e morbidissimo intermezzo acustico e lo straniante coro della Maine Academy Of Modern Music.

Poi, il disco si fa meno lineare, più vario nell’esposizione, alternando momenti duri ad altri decisamente più leggeri e volatili. 25 è una ballata in crescendo dalle atmosfere crepuscolari, My Bones un assalto a baionetta innestata, tambureggiante e impetuoso, Got So High una ballata colorata di pop, che conquista con due linee melodiche acchiappone (richiama What’s Up dei 4 Non Blondes), Witches Burn un rockaccio diretto e un po' prevedibile, Standing At The Wall un brano morbidamente acustico con pennellata d’archi e crescendo finale, Rock And Roll Heaven e Harley Darling due ballate spruzzate di country, molto americane, molto solari e melodiche.

Death By Rock’n’Roll è un album con molti meriti e anche qualche difetto. Da un lato, l’eterogeneità del materiale proposto disorienta e certi momenti risaputi abbassano il tiro di un disco che, a tratti, fa letteralmente scintille. Dall’altro, a prescindere dalla figura e dalla voce, iconiche e conturbanti, della Momsen, vero leit motiv della scaletta, i Pretty Reckless dimostrano di saper maneggiare l’hard rock con grande consapevolezza e originalità, e muoversi nei confini di un suono, che richiama spesso gli anni ’90, con rispetto filologico. L’impressione è che quando c’è da alzare il tiro, la band newyorkese trovi la sua dimensione migliore, mentre quando lo abbassa, invece, perde la propria peculiare attitudine. Il disco, però, è comunque molto buono e noi ve lo consigliamo caldamente.

VOTO: 7,5 




Blackswan, martedì 09/03/2021