I Garbage annunciano il loro settimo album in studio No Gods No Masters, in uscita l’11 giugno su Stunvolume/Infectious Music. La band condivide anche il singolo “The Men Who Rule The World”, il primo estratto dal nuovo lavoro. Il video è stato diretto dal regista, animatore e pittore cileno Javi.MiAmor.
“The Men Who Rule The World”
è un’accusa e una chiamata alle armi, un brano potentissimo che ben
rappresenta la ferocia del nuovo album della band. Una critica
all’ascesa del capitalismo, al razzismo, al sessismo e alla misoginia
che ci circondano ogni giorno, un brano di protesta e una chiara
dichiarazione di intenti di una band che crede ancora nel potere del
dissenso. “Questo
è il nostro settimo album, e il suo contenuto è stato altamente
influenzato dalla numerologia: le sette virtù, i sette dolori e i sette
peccati capitali”, svela la frontwoman dei Garbage Shirley sul nuovo album della band No Gods No Masters, le cui tematiche toccano capitalismo e lusso ma anche perdita e sofferenza. “È
il nostro tentativo di trovare un senso al mondo caotico in cui
viviamo. È l’album che sentivamo di dover incidere in questo momento”. Prodotto dai Garbage e dal collaboratore di lunga data Billy Brush, No Gods No Masters
è nato nell’estate del 2018 nel deserto a Palm Springs. La band si era
riunita in una casa che apparteneva ad alcuni parenti di Steve Marker e
da lì, in due settimane, aveva iniziato a dare una prima struttura
all’album, tra jam session e sperimentazioni. Poi i quattro avevano
preso le demo e avevano iniziato a lavorarci singolarmente, prima di
ritornare a Los Angeles per chiudere insieme il nuovo disco. I Garbage pubblicheranno anche una versione deluxe su CD e in digitale di No Gods No Masters
che include delle cover di brani classici, tra cui “Starman” di David
Bowie e “Because The Night”, scritto da Patti Smith e Bruce Springsteen.
Nella loro versione di “Because The Night”, ai Garbage si unisce anche
la band punk rock americana Screaming Females.
La
versione deluxe contiene inoltre alcuni brani rari dei Garbage come “No
Horses”, “On Fire”, “Time Will Destroy Everything”, “Girls Talk”, “The
Chemicals” e “Destroying Angels”, gli ultimi di quali vedono
rispettivamente la partecipazione di Brody Dalle, Brian Aubert e John
Doe ed Exene Cervenka.
Il vinile standard sarà verde neon, ma saranno disponibili anche il
vinile bianco in edizione limitata sullo store della band e su HMV e
quello rosa in edizione limitata in occasione del Record Store Day di
quest’anno, in uscita il 12 giugno.
Omnia Vincit Amor et Nos Cedamus Amori,
scrisse, secoli fa, Publio Virgilio Marone. L’amore può tutto, vince su
ogni cosa, è un uragano che spazza via ogni ostacolo che si frappone
fra due cuori che battono all’unisono. Una locuzione che abbiamo letto
centinaia di volte, che ha riempito pagine di letteratura e che, molte
volte, abbiamo usato, nelle nostre vite, a significare che nulla è più
potente di due persone che si amano.
E’ questo il tema che ha ispirato le liriche di Ain’t No Mountain High Enough,
celebre canzone pop soul, scritta da Nickolas Ashford e Valerie Simpson
nel 1966, e portata al successo l’anno successivo da Marvin Gaye e
Tammi Terrell, con uno dei duetti più celebri della storia. Omnia Vincit Amor:
non c’è distanza che possa tenere lontano due persone che si amano.
Inizia così, la canzone, con un uomo che vuole rassicurare la propria
donna sulla forza di un sentimento che non ha limiti e che può tutto. “Ascolta
piccola, Non c'è nessuna montagna alta abbastanza, Non c'è una valle
tanto profonda, Non c'è fiume abbastanza largo, piccola. Se hai bisogno
di me, chiamami. Non importa dove tu sia. Non importa quanto lontano,
Non preoccuparti, piccola. Chiama il mio nome, sarò lì in fretta.”
Parole
meravigliose, che toccano il cuore, che trasmettono la purezza di un
amore pronto a percorrere chilometri, non importa quanti, per essere
presente e proteggere, confortare, aiutare. La cantano dividendosi le
strofe, Marvin e Tammi, come reciproca promessa d’amore, e poi, insieme,
in un ritornello così giocoso da sollevare l’ascoltatore a un metro da
terra, leggero come un piuma, traboccante di fiducia.
Però,
fate attenzione, perché c’è un verso a metà canzone che cambia
radicalmente la prospettiva, e mette in luce il motivo della distanza
che separa i due amanti. “Remember the day I set you free”:
ricorda il giorno in cui ti ho lasciata libera, canta Marvin Gaye, ed è
un tuffo al cuore, perché è chiaro che i due ragazzi non stanno più
insieme, ognuno ha preso la sua strada.
Ora,
quale fosse il senso di quel verso, bisognerebbe chiederlo ai due
autori, però possiamo fare delle congetture. Che quelle parole, così
intense e poetiche, ad esempio, sgorghino, come spesso succede, in modo
un po' teatrale, dalla bocca dell’amante ferito: tu mi lasci, ma sappi
che io ti amo, e se mai dovessi avere bisogno di me, io ci sarò sempre.
Un modo per suggerire che una porta resterà sempre aperta, un modo, un
po' patetico, di aggrapparsi alla speranza.
Si potrebbe pensare, però, a qualcosa di peggio, a un amore tossico. E’ l’aggettivo “free”,
ti ho lasciata libera, che richiama l’idea di un rapporto oppressivo e
claustrofobico come le pareti di una cella, a cui fa da contrappunto il
senso di libertà evocato dalla distanza e dalla natura. Un aggettivo
che, volendo, finisce per rendere inquietante quel meraviglioso verso
centrale, che risuona quasi come una minaccia: “Nessun vento, nessuna pioggia, Nessun inverno freddo può fermarmi, piccola”.Sono
solo illazioni e congetture, ovviamente, che nulla tolgono alla
bellezza di una canzone che, tolto quello strano verso, suona come una
delle più belle e leggere love song di sempre.
La
canzone fu scritta da Ashford & Simpson con l’intenzione di farla
interpretare da Dusty Springfield, che si era innamorata della melodia. I
due, però, fecero ben presto retromarcia, perché avevano intenzione di
intrecciare un proficuo rapporto con la Motown (di cui la Tamla è una
divisione). E così fu. Il brano divenne ben presto una vera e propria
hit, arrivando alla diciannovesima posizione di Billboard e alla terza
piazza delle charts R&B.
E’
curiosa, però, la circostanza che il duetto fra i due cantanti avvenne a
distanza, la stessa evocata dalla canzone. Prima registrò la Terrell
con i produttori Harvey Fuqua e Johnny Bristol (contrariati dal fatto
che la cantante non si fosse imparata a memoria il testo) e poi, in un
secondo momento, fu aggiunta la voce di Marvin Gaye.
Il
brano fu poi portato nuovamente al successo da Diana Ross, che nel 1970
ne diede un’interpretazione così intensa da farle vincere un Grammy
Award.
Breve
nota a margine: sei mesi dopo aver pubblicato il duetto, la bella e
talentuosa Tammi Terrell, durante un'esibizione live, proprio al fianco
di Marvin Gaye, perse i sensi, abbandonandosi fra le braccia del
partner. Di lì a breve, le venne diagnosticato un tumore al cervello,
che la condusse alla morte in poco tempo, all’età di soli ventiquattro
anni. Marvin Gaye, distrutto dal dolore, si ritirò dalle scene per due
anni, perché quella perdita, improvvisa e brutale, era davvero una
montagna troppo alta da scalare.
Quanto
ampi siano gli archivi del buon vecchio zio Neil nessuno lo sa con
precisione, ma considerata la frequenza con cui vengono recuperati e
pubblicati album come Way Down In The Rust Bucket, li possiamo
ritenere pressoché sconfinati. Questo live (uscito in doppio cd,
quadruplo LP e box con dvd) documenta la serata tenutasi il 13 Novembre
del 1990 al Catalyst di Santa Cruz in California, quando Young aveva da
poco pubblicato Ragged Glory e affilava le armi per quello che sarebbe stato il tour di promozione del disco.
Young
sta uscendo da un decennio complicato, caratterizzato da
sperimentazione e da dischi non tutti all’altezza della sua fama, tanto
che, quando nel 1989 pubblica Freedom, la critica parla di una
sorta di rinascita artistica del canadese, che torna ad abbracciare con
efficacia sonorità anni ’70. Mancava ancora qualcosa, però, a completare
il processo di resurrezione: i Crazy Horse. La band, composta dal
batterista Ralph Molina, dal bassista Billy Talbot e dal chitarrista
Frank Sampedro, era stata abbandonata, e sembrava definitivamente, dopo Life
(1987); ma quella separazione, dolorosa e aspra, aveva intaccato molto
certezze di Young, che evidentemente sentiva il bisogno di essere
spalleggiato dal quel gruppo di amici che comprendeva al meglio gli
umori del leader. I Crazy Horse non erano certo un terzetto di musicisti
tecnici, ma creavano “quel suono”, quella magia unica, grazie a
un’impetuosa capacità di improvvisare e di scartavetrare le canzoni con
maldestra e sincera efficacia. Un suono che in quegli anni più o meno
tutti identificarono come delle rumorose scorribande grunge che
partivano da Seattle.
Dal tour di Ragged Glory,
con cui Neil torna a pieno titolo nelle grazie dei propri fan, ne
uscirà Weld, un fenomenale disco dal vivo (e per molti probabilmente il
migliore in carriera), che diventa una sorta di vangelo della fiorente
epoca grunge. Way Down In The Rust Bucket, invece, si
riferisce, come detto, a registrazioni precedenti a quel leggendario
disco, e arriva in un momento in cui Young e i Crazy Horse stanno
cercando l’affiatamento e ripristinando vecchie dinamiche anche sul
palco. E questo ritrovarsi, questo sbrigliare gli strumenti alla
scoperta di una nuova complicità e sintonia, è sicuramente l’elemento
più evidente del live.
Un
performance straordinariamente pimpante, dunque, carica di elettricità e
spinta da una travolgente inclinazione verso la jam, in cui lo slancio
gioioso della band supporta come non mai gli assoli frenetici e distorti
di un Neil Young in stato di grazia.
La parte del leone in scaletta la fa proprio Ragged Glory,
suonato quasi tutto con la sola eccezione di due brani, ma non mancano,
e non potevano mancare, anche i grandi classici del songbook del
canadese, come Cortez the Killer, Like a Hurricane, Don’t Cry No Tears e Cinnamon Girl.
Che
il disco sia una chicca per completisti, anche per quelli che magari
possono trovare la pubblicazione ridondante rispetto al leggendario Weld, è fuori di dubbio. Way Down In The Rust Bucket,
infatti, cristallizza in una sola notte l’abbrivio di un momento magico
nella carriera del canadese, un picco di creatività che, di lì a breve,
riporterà Young ai vertici del rock mondiale, trasformandolo in un
idolo anche per quelle nuove generazioni che guardano a Seattle come
l’ombelico del mondo musicale. Imperdibile.
Dopo
il lungo iato che li aveva tenuti lontani dalle scene per sette lunghi
anni, i londinesi Thunder, autentica leggenda dell’hard rock britannico,
hanno iniziato, è proprio il caso di dirlo, una sorta di seconda
giovinezza, a partire dal celebrato Wonder Days del 2015 e proseguita, quindi, fino a questo ultimo, notevole, All The Right Noises.
Un disco che trasmette immediatamente la certezza che alcune band,
nonostante il tempo trascorso dagli esordi (nel 2021, i Thunder compiono
trentun anni di attività), non siano assurte a fama imperitura per caso
e che, quando l’ispirazione, come in questo caso, è particolarmente
alta, possano tranquillamente dare la biada a schiere di scalpitanti
giovani band.
A
dispetto dei tempi cupi che stiamo vivendo, i cinque “vecchietti”
continuano a pompare decibel e rock dai loro ampli, regalandoci quel
surplus di energia e vigore, oggi quanto mai necessari per superare la
triste ripetitività di giorni tutti uguali. Melodie di prim’ordine,
piede sull’acceleratore e riff frangiflutti sono le armi a disposizione
di Luke Morley, chitarrista e prima mente pensante del quintetto, che
pur alimentato dalla frustrazione e dalla rabbia, è riuscito a trovare
l’ispirazione per un disco capace di entusiasmare e di regalare anche
momenti (Dio, quanto ne abbiamo bisogno!) di leggerezza e puro
divertimento.
Certo, il rosario delle bestemmie e della rabbia viene sgranato fin dall’inizio: Last One Out Turn Off The Lights è un up tempo vigoroso che ringhia con ferocia contro la Brexit, la pesantissima Destruction è un agguato alle spalle nel cuore della notte, pesa e cupa a causa di quel testo incentrato sulla depressione, e The Smoking Gun, brano acustico dal sapore quasi folk viene attraversato da una vibrante tensione in odor di crepuscolo.
Una tripletta da fuoriclasse, che enfatizza il velo cupo che avvolge parte del disco e che riemerge in alcune canzoni come Force Of Nature,
intreccio tra chitarre acustiche ed elettriche in un crescendo
zeppeliniano sulle avventure del passato governo Trump, la minacciosa Don't Forget To Live Before You Die, monito a godersi la vita prima che sia troppo tardi, e l’amara St. George’s Day, canzone che affronta il tema del razzismo e dell’intolleranza.
Temi
pesanti e brani pensanti, che però, come si diceva, sono bilanciati da
episodi decisamente più leggeri, spinti dalla stupefacente Going To Sin City,
un r’n’b al metallo, screziato d’ottoni e trainato da un ritornello che
farebbe invidia agli Ac/Dc, e quindi ribaditi nella pimpante e
conclusiva She's A Millionairess e nel rockaccio saltellante di Young Man.
C’è anche di meglio, però. La sfacciata e trascinante You're Gonna Be My Girl
è punteggiata da un pianoforte honky tonk e possiede un refrain da
cantare a squarciagola e ballare sotto il palco, appena potremo tornare a
farlo, mentre I’ll be The One, cuore pulsante della scaletta, è
una delle ballate più intense mai scritte dalla band, innalzata verso
l’estasi pura da un solo di Morley da pelle d’oca.
Onesti,
coerenti e fedeli al proprio credo, i Thunder continuano a masticare
musica con classe infinita e un’ispirazione ancora una volta al top. Un
disco, All The Right Noises, che riesce a suonare potente,
ruvido, e al contempo divertentissimo, grazie a un’energia che sembra
rubata alla fonte dell’eterna giovinezza. In giorni come questi, piatti,
monocordi e privi di attesa, spolparsi i padiglioni auricolari con un
surplus di decibel e di sfrontata baldanza può essere davvero un
lenimento per l’anima, un tonico che ci può mantenere in forma per
quando tutta questa merda sparirà e potremo tornare a divertirci, senza
mascherine e distanze da rispettare. Fate il pieno, tornerà utile.
Al
loro esordio sulla lunga distanza, i losangelini Dead Poet Society,
volevano dimostrare che quel nome, mutuato dal titolo inglese de L’attimo Fuggente,
pellicola del regista Peter Weir datata 1989, fosse espressione non
solo di una condivisa esperienza al college, ma anche della capacità
della band di uscire dagli schemi e di realizzare quell’anticonformismo
predicato dal professore interpretato da Robin Williams.
Pur
non essendo una novità, quel titolo astratto e decisamente respingente è
già una piccola prova di coraggio, a cui fa seguito una scaletta di
canzoni dai titoli scritti senza i consueti spazi tra una parola e
l’altra, e brevi skip vocali a intervallare alcuni brani. Un’impalcatura
meno convenzionale, ma non certo rivoluzionaria.
Quel
che importa, invece, è la musica, e di sicuro questo disco, pur
mantenendo delle coordinate abbastanza decifrabili, manifesta una certa
attitudine del quartetto a evitare l’irreggimentazione in schiere di
band tutte uguali, per trovare una formula che, se non propria
innovativa, sia quanto meno spavalda. Se da un lato, il ricorso a
melodie di facile presa e la duttile voce del cantante Jack Underkofler
(il cui falsetto, talvolta, richiama alla mente il timbro di Mark
Bellamy dei Muse), farebbero pensare a un rock annacquato e tardo
adolescenziale con vista sull’airplay radiofonico, quando c’è da menare
le mani, i quattro ragazzi non si tirano indietro e non hanno
assolutamente paura di stordire le orecchie con un approccio decisamente
noise.
Picchiano,
con riff graffianti e distorsioni a palla, bilanciando, poi, la furia
agonistica con azzeccatissimi inserti indie pop. Elementi, questi, che
danno alla scaletta un incedere imprevedibile, caratterizzato da
improvvisi cambi tempi, rallentamenti e accelerazioni, esplosioni di
furore e armonie suadenti. Alla fine, pur in un contesto che produce
qualche deja vu, è impossibile non riconosce a questi quattro ragazzi un
impeto e una sfrontatezza che sono gli elementi che più mancano
oggigiorno a un genere spesso racchiuso in involucri vuoti e solo
formalmente appetibili.
Introdotto da uno skip, il disco si apre con l’atmosfera ferale di .futureofwar.
delirio noise strumentale di chitarre stritolate: non certo il miglior
biglietto da visita per chi non è abituato a certe sonorità o si
attende, come nella maggioranza dei casi, un bel singolo apripista. La
scaletta prosegue, poi, con .buymewhole. potente heavy blues che esibisce nel dna la foga garage dei White Stripes, mentre .Getawayfortheweekend. esplode in un anfetaminico crescendo che sfocia in un ritornello acchiappone, di quelli che si mandano subito a memoria.
Tre
randellate che colpiscono nel segno, ammorbidite da ballate elettriche
che danno respiro al clima tambureggiante con convincenti melodie, come
la vibrante .americanblood. e la suntuosa I Never Loved MySelf Like I Loved You (titolo spaziato) che possiede un refrain che vira verso un’irresistibile indie pop.
Sono solo episodi, però, in un mare magnum di elettricità e vigore: il bluesaccio di .CoDa. evoca riff settantiani, ribaditi dalla slide e dal passo caracollante di .loveyoulikethat. arrembante e feroce, mentre .lovemelikeyoudo. apre addirittura a stranianti scenari industrial, mentre .beenherebefore. cita i primi Muse e .georgia. impazza tra sportellate elettriche in un turbinio di ampere.
Ciò
che rende questo disco speciale è la capacità dei Dead Poet Society di
spaziare, di creare suspence, pur rimanendo fedeli a un suono che sembra
fin da subito ben identificabile. Che randellino senza posa, e lo
fanno, o giochino con la melodia, in ogni caso si può affermare: questi
sono i Dead Poet Society. Che, giova ribadire, non inventano nulla, ma
puoi sentire il loro giovane sangue ribollire di passione e autenticità.
E questo, amici miei, fa quasi sempre la differenza.