mercoledì 12 maggio 2021

REBECKA TORNQVIST - A NIGHT LIKE THIS (EMI, 1993)

 


La fredda Svezia è da sempre la patria di una scena musicale variegata e interessantissima, che, per buttare sul piatto qualche nome, ha visto la nascita degli Abba (autentica istituzione della dance e del pop), di grintose band di classic rock (Blues Pills), di scatenati gruppi garage (The Hellacopters) e di potentissime armate metal (In Flames, Dark Tranquillity, Heat, etc.). Non è strano, quindi, che da questo ribollente magma sonoro, ci sia stato anche spazio per una figura come quella di Rebecka Tornqvist, raffinata cantante e musicista, che ha saputo ridestare interesse, negli anni ’90, verso un genere per troppo tempo rimasto sotto traccia.

Con il suo suono sofisticato e jazz, A Night Like This (1993) ha, infatti, rappresentato una grande svolta sia per Rebecka Törnqvist, che da questo momento in avanti viene considerata uno dei nomi caldi del panorama musicale svedese, che per un genere, quello del jazz declinato con accenti pop, allora privo di seguito e attenzione mediatica. Un disco d’esordio uscito quando la cantante era già ventinovenne, e che vede l’avvicendarsi in sala di registrazione di gran parte dell'élite jazz svedese, inclusi nomi come Per "Texas" Johansson, Anders Widmark, Esbjörn Svensson e Pål Svenre (che ha anche prodotto l'album insieme a Törnqvist). Molti di questi musicisti, come Johansson, sarebbero diventati famosi in pochi anni anche al di fuori dei circoli jazz, ma furono la Törnqvist e questo album in particolare ad essere stati cruciali per dare inizio all'ondata di cantanti jazz femminili degli anni '90 in Svezia (si pensi a Viktoria Tolstoy, che irromperà sulle scene l’anno successivo).

Nonostante ciò che ha significato per la popolarità generale del jazz in Svezia, A Night Like This suona più come un ibrido, un lavoro a metà strada tra jazz e pop: nel complesso, se la strumentazione e il suono sono jazz, l'approccio alla melodia e al ritornello di facile presa è decisamente più pop. Ne esce così un disco variegato, colorato e sensuale, che apre la porta del successo commerciale al jazz-pop svedese, anche se gran parte della scena alla fine degli anni '90 diventò piuttosto annacquata e meno strutturata tecnicamente. La Törnqvist, però, si è sempre distinta per l’ottima qualità di scrittura e per il timbro vocale unico, elementi questi, che fanno di A Night Like This un gioiellino da riscoprire.

A metà strada fra classicismo e modernità, la scaletta si muove attraverso fumose atmosfere notturne da jazz club e momenti più pimpanti e addirittura ballabili, tutti declinati con la raffinata eleganza formale e l’appassionato cromatismo di chi conosce a fondo la materia e sa gestirla con disinvoltura.

L’iniziale Mary, Mary scivola morbidissima, tra volute smooth jazz, dalle parti di Sade Adu, i ritmi latini dell’irresistibile Easy Come, Easy Go spingono verso il dancefloor, il tocco intimo e malinconico di Here’s That Rainy Day è perfetto per accompagnare il bicchiere della staffa mentre fuori inizia ad albeggiare, il pop di Molly Says cammina un metro da terra avvolto da un vaporoso arrangiamento d’archi, One Hour Drive è un tuffo nel passato confezionato da sfavillanti fiati, mentre la conclusiva I’ll Wait possiede un french touch spazzolato e nostalgico.

A Night Like This è un disco in cui la forma diviene sostanza, elegante e raffinato, eppure mai freddo o pretenzioso. La bravura di questa notevole interprete e songwriter è stata quella di collocarsi in una terra di mezzo fra colto e popolare, di parlare un linguaggio alto che fosse però comprensibile a tutti, di avvicinare il jazz alle masse, rendendolo accessibile, senza tuttavia tradire l’essenza di questa musica generalmente destinata a una elite. Un esordio sorprendente, che aprirà alla Tornqvist le porte della popolarità e del successo commerciale, bissato, due anni dopo, con Good Thing, disco di platino e vincitore in patria di un Grammis, l’equivalente svedese dei Grammy Award.

 


 

Blackswan, mercoledì 12/05/2021

martedì 11 maggio 2021

ACE OF SPADES - MOTORHEAD (Bronze Records, 1980)

 


Lemmy Kilmister è stato, e sarà per sempre, una delle figure più iconiche del rock. Espulso dagli Hawkwind dopo un arresto per possesso di anfetamine, padre padrone di quella macchina da guerra chiamata Motorhead, il cantante e bassista britannico ha sempre flirtato con l’immagine sporca e maledetta di uno che la vita l’ha vissuta col piede pigiato sull’acceleratore, non risparmiandosi mai ogni volta che c’era da inseguire il tracciato esiziale di qualche abuso o perversione.

Non era solo le physique du role (i baffoni, i capelli lunghi, i due nei respingenti, gli improbabili cappelli e il vocione roco) o l’infuocata miscela di punk e hard rock, senza compromessi e immutabile nel tempo, proposta dai suoi Motörhead: Lemmy non si è mai tirato indietro quando c’era da darci dentro con droghe, alcool e donne. Per non parlare, poi, dell’immancabile sigaretta, vero e proprio accessorio del suo maledettismo, e di quella passionaccia per i reperti della seconda guerra mondiale, che tante volte gli attirò accuse di nazismo, sempre, peraltro, rimandate al mittente.

Non tutti, però, sanno che Lemmy era anche ossessionato dal gioco d’azzardo, e non è un caso che la canzone più famosa dei Motörhead, Ace Of Spaces, sia proprio dedicata a questo suo ulteriore vizio. In tal senso, le liriche del brano sono estremamente esplicite: “If you like to gamble, I tell you I'm your man, You win some, lose some, all the same to me”. E ancora: “The pleasure is to play, makes no difference what you say, I don't share your greed, the only card I need is the Ace of Spades”. Non importa perdere o vincere, quello che conta, canta Lemmy, immedesimandosi in un novello Aleksej Ivànovic (Il Giocatore di Fedor Dostoevskji), è giocare. Il gioco per il gusto dell’azzardo, che altro non è che la metafora di una vita vissuta sempre sul filo del rasoio (“You know I'm born to lose, and gambling's for fools, But that's the way I like it baby, I don't wanna live for ever”).

La canzone fa esplicito riferimento al gioco del poker, che però a Lemmy piaceva relativamente; il cantante e bassista dei Motorhead, infatti, era un drogato di slot machine, gioco a cui si dedicava con smodata passione, arrivando persino a importunare tutti gli amici con continue richieste di monetine. Tuttavia, non trovando spunto nelle slot machine per scrivere un testo che parlasse seriamente dell’argomento, il bassista si ispirò al più iconico poker, riesumando anche la leggendaria the dead man's hand, una giocata composta solo da assi e da otto ("Pushing up the ante, I know you gotta see me Read 'em and weep, the dead man's hand again").

Il riferimento è al celebre pistolero americano Wild Bill Hickok, soprannome di James Butler Hickok, che trovò la morte, il 2 agosto del 1876, al tavolo da poker del saloon Nuttal & Mann's di Deadwood, ucciso da John “naso rotto Jack” McCall, un avventore che al processo riferì di aver voluto vendicare la morte del fratello (ma poi risultò essere un assassino prezzolato). Al momento della sua uccisione (un colpo di pistola alla testa esploso alle sue spalle), Wild Bill aveva in mano un coppia di otto e una di assi, di picche e di fiori, che da quel momento in avanti venne chiamata "la mano del morto”.

La canzone, che apre l’omonimo e quarto disco dei Motörhead (1980), è stata certificata disco d’oro (vendette oltre quattrocentomila copie) ed è stata usata in numerosi video game, film e spot pubblicitari. Tra le cover del brano, vale la pena ricordare quella spassosissima fatta dagli Hayseed Dixie, band che si diletta a reinterpretare in chiave bluegrass grandi classici rock e metal.

 


 

 

Blackswan, martedì 11/05/2021

lunedì 10 maggio 2021

EGO KILL TALENT - THE DANCE BETWEEN EXTREMES (BMG, 2021)

 


Segnatevi questo nome, anche prima di leggere la recensione. Anzi, evitate proprio di perdere tempo a leggere e correte ad ascoltarvi The Dance Between Extremes, album d’esordio dei brasiliani Ego Kill Talent, che, azzardo un’affermazione un pò tranchant, sono una delle migliori alternative rock band in circolazione.

Purtroppo, però, ancora pochi lo sanno, e gli EKT, nonostante il passaparola, restano, per il momento, un ascolto di nicchia. Anche perché la pandemia ha cambiato le carte in tavola, e il 2020, che avrebbe dovuto essere l’anno della loro svolta, si è poi rilevato nefasto. L’uscita del disco è stata rimandata e i tour, in cui la band brasiliana avrebbe dovuto condividere il palco con Metallica e Greta Van Fleet, sono stati soppressi. Saltati i piani, questi cinque ragazzi brasiliani non si sono dati per vinti, hanno pubblicato due Ep in attesa di tempi migliori, e oggi, finalmente, escono con il loro disco d’esordio. Che è bellissimo, una vera e propria bomba.

Potremmo parlare di un alternative rock che guarda per ispirazione alla metà del 2000, potremmo azzardare inutili paragoni con Foo Fighters e Alter Bridge, ma tutto sarebbe estremamente riduttivo. Gli Ego Kill Talent sono una band straordinaria, a cui manca davvero poco per fare l’inevitabile salto di qualità. Sanno suonare da Dio, sono tecnicamente poliedrici, tanto che dal vivo si scambiano gli strumenti per il divertimento del pubblico pagante, e conoscono il segreto per scrivere grandi canzoni. Sanno essere rumorosi e arrembanti, forgiando nel metallo riff pesantissimi, ma al contempo sanno giocare con la melodia, rendendo accattivante ogni singola canzone che compone la scaletta dell’album. Non solo. Grazie anche al contributo del produttore Steve Evetts (un maestro del metal, che ha lavorato, tra i tanti, con i connazionali Sepultura) hanno definito un suono e uno stile unico, in cui potenza di fuoco e ritornelli goduriosissimi trovano un perfetto bilanciamento con un’attitudine quasi prog. Non è un caso, infatti, che le canzoni, per quanto immediate e dirette, siano assolutamente imprevedibili, imboccando spesso strade inaspettate e musicalmente seducenti.

Ascoltate l’iniziale NOW! per farvene un’idea: melodia allo stato puro stritolata fra riff al metallo, stop and go, cambi ritmo, incredibili digressioni strumentali. Un biglietto da visita che apre a un disco, in cui non c’è un solo attimo di stasi, non un solo riempitivo o calo di tensione. Difficile citare un brano che suoni meglio dell’altro, perché sono tutti così vitali e carichi di energia da lasciare senza parole.

Deliverance possiede un tiro pazzesco ed è al contempo così stranamente afflitta e malinconica, Our Song sfoggia un ritornello da compulsivi passaggi radiofonici, Sin And Saints è una bordata funk metal che asfalta i padiglioni auricolari, e potremmo continuare per ognuna delle dodici tracce, ognuna delle quali con una caratteristica, un suono o un’intuizione che riescono a carpire l’attenzione e sorprendere.

E’ forse ancora presto per dirlo, ma gli Ego Kill Talent possiedono tutte le carte in regola per diventare stelle di prima grandezza: esordire con un disco di questa caratura, tecnica e qualitativa, non è da tutti, rileggere il metal con tale attitudine melodica, è da autentici fuoriclasse. Ma questo, se avete evitato di leggere la recensione e siete corsi ad ascoltare il disco, già lo sapete.

VOTO: 9

 


 

Blackswan, lunedì 10/05/2021

venerdì 7 maggio 2021

TREATMENT - WAITING FOR GOOD LUCK (Frontiers, 2021)

 


Originari di Cambridge e formatisi nel 2008, i Treatment tornano con il quinto album in studio, prodotto da Laurie Mansworth, secondo lavoro che vede Tom Rampton alla voce e il primo con Andy Milburn al basso.

Il disco è stato registrato in modo diverso rispetto alle precedenti produzioni: causa pandemia e lockdown, il gruppo ha tagliato i ponti col mondo, si è ritirato in una sorta di bolla e ha composto e suonato queste dodici canzoni con un approccio che più live non si può. Il risultato è un vibrante disco di hard rock classicissimo, che sostituisce la mancanza di originalità con massicce dosi di ardore.

La prima traccia, Rat Race, è l’emblema dell’intero album, una tirata con ritornello molto catchy, che sembra rubata dal songbook degli Ac/Dc, seguita a ruota, poi, dal riff contagioso e dai cori travolgenti di Take It Leave It.

Lightning In A Bottle è contagiosa fin dal primo ascolto, con quel riff rubato impunemente agli Aerosmith e il groove che tira a cento all’ora. Uno dei migliori brani del lotto, che si gioca la palma d’oro con la successiva Vampress, che sgomma via con le sue influenze rock blues sudiste, trasportata da un riff potentissimo e da una serie di assoli brevi ma ficcanti. Dopo il pesante hard rock blues di Eyes On You, che vede Tom Rampton protagonista di una grande performance, le citazioni continuano con No Way Home, sorniona e ondeggiate, ponte temporale con la fine degli anni ’70, periodo in cui dominavano gli Status Quo e il loro bad boy boogie.

Potente e molto melodica anche Devil In The Detail, che trasforma la band in un ibrido fra Ac/Dc e Def Leppard, seguita da Tough Kid, introdotta dal basso di Andy Milburn, che apre a un saliscendi emotivo fra graffio e melodia.

Hold Fire ritorna a schizzare alla velocità della luce (provate ad afferrarla se siete capaci), mentre Barman si veste inaspettatamente di blues, con un tocco di colore honky tonk.

La rabbiosa e lunatica Lets Make Money e la più radiofonica Wrong Way chiudono la scaletta con un tiro pazzesco, evidenziando la capacità della band di plasmare tra melodia e sportellate elettriche un suono capace di appiccare il fuoco alle casse dello stereo.

Non c’è dubbio che questo sia il miglior lavoro dei Treatment, che pur non rivoluzionando il proprio patrimonio genetico, sfoggiano una forma fisica incredibile, hanno migliorato il livello di scrittura e hanno trovato nell’ugola di Tom Rampton un tratto distintivo insostituibile.

Se anche voi vi sentite come l’uomo in copertina, sfinito da questi giorni tutti uguali, destabilizzato da una vita passata fra le pareti domestiche ad aspettare un po' di fortuna, ingannate l’attesa ascoltando il disco dei Treatment: non sarà l’album dell’anno, ma vi restituirà un po' di sana energia vitale.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, venerdì 07/05/2021

mercoledì 5 maggio 2021

MACACO - EL MONO EN EL OJO DEL TIGRE (Edel Music, 1999)

 


Caos, casino totale, miscuglio: in una parola Patchanka. Che è un genere non genere, un ibrido musicale che ha come padre putativo e fonte d’ispirazione il leggendario album dei Clash, Sandinista (1980), e che raggruma, nelle sue svariate espressioni, correnti musicali anche diversissime tra loro, il cui elenco potrebbe condurre il lettore allo sfinimento: rock, punk, reggae, ska, musica latina, funky, salsa, rap, calypso, e chiudiamo qui per non appesantire troppo la pagina.

Il termine fu coniato dal gruppo francese dei Mano Negra, che lo utilizzarono come titolo del loro album d’esordio, datato 1988. La band, capitanata da Manu Chao, raggiunse il picco di maggior successo nel 1991, con King Of Bongo, e si sciolse, poi, nel 1994, aprendo le porte alla carriera solista del suo frontman, che portò la patchanka sul tetto del mondo, con il clamoroso successo di Clandestino, album datato 1998, che vendette milioni di copie in tutto il mondo.

L’avventura dei Mano Negra non fu un episodio a se stante, ma trovò moltissimi estimatori, contribuendo anche alla nascita di alcune band pronte a cavalcare l’ombra lunga di questo nuovo, suggestivo genere. Lo straordinario ibrido franco-algerino dei coevi Les Negresses Vertes, quello franco spagnolo dei Sergent Garcia, l’adrenalinica miscela di musica tzigana e punk dei Gogol Bordello, gli italianissimi Modena City Ramblers e, per finire il breve elenco, i catalani Macaco, sono alcuni dei nomi più interessanti che hanno abbracciato le coordinate del movimento.

Fondati nel 1997 dal cantante Dani Carbonell "El Mono Loco", i Macaco hanno rappresentato (e rappresentano) la quintessenza di quel caos musicale definito patchanka: membri della band originari di svariate parti del mondo, canzoni in cui la tradizione mediterranea viene imbastardita da inusitati connubi con reggae, dub step, rock, funky, blues, punk e musica elettronica, liriche declinate in lingue diverse, dallo spagnolo al catalano, dal francese all’inglese e financo in italiano.

Se è vero che la band è ancora in attività e continua a rilasciare dischi, è altrettanto vero che il momento di maggior successo è relegato alla fine degli anni ’90, con l’uscita di El Mono En El Ojo Del Tigre, album trainato da due singoli di successo, quali Tio Pedrito e Gacho El Peleon.

Un disco che è l’istantanea di una band ricca di talento e ispiratissima, il cui retroterra apolide e politicamente barricadero sfornava canzoni sempre in bilico fra impegno e pura energia, istintivamente concepite per la pista da ballo ma non prive di una struttura musicale ragionata e carica di suggestioni.

Se Manu Chao, per citare il padre del genere e l’artista che proprio in quei giorni viveva il suo maggior periodo di gloria, imbastiva canzoni con velleità rivoluzionare e l’occhio ben puntato sul mainstream, i catalani Macaco, pur senza sconfessare posizioni politiche apertamente di sinistra, giocavano maggiormente sull’immagine di cazzari festaioli e tossici, rimestando nello sporco grazie a suoni molto meno levigati.

Il risultato è un disco che riesce ad aggirare le coordinate buoniste alla Manu Chao, per esaltare invece una certa propensione al maledettismo più contiguo al punk che al pop. L’odore di canna si respira per tutta la scaletta, così come una certa sguaiata irriverenza (il singolo bomba Tio Pedrito e quel “Cabron!” urlato sfacciatamente) e la sensazione di trovarsi gomito a gomito con l’umanità colorata, cruda e, talvolta deviata, che abita la zona portuale di Barcellona, così come quella di altre mille città di mare.

Tante belle canzoni in scaletta, che è difficile ascoltare, rimanendo col sedere incollato al divano. Dal funky scalpitante di Lliamando a La Tierra alle suggestioni mediorientali di Brujo Cabicho, dalla salsa tossica di La Rebellion al reggae fumatissimo e sensuale di La Raiz, per non parlare poi dei due singoli già citati, veri e propri riempipista in salsa latina, El Mono En El Ojo Del Tigre funziona alla grande per tutta l’ora di durata, plasmando, con azzeccati inserti di elettronica, un ibrido musicale ricco di spezie e profumi che eccitano i sensi e spingono verso la voluttà del ballo. La restante carriera sarà punteggiata da altri buoni dischi (Rumbo Submarino del 2002), ma nessuno che si sia mai avvicinato alla miscela esplosiva di questo straordinario album con cui i Macaco salutano il vecchio millennio. Che è decisamente meglio di qualunque altra cosa abbia partorito Manu Chao, dopo lo scioglimento dei Mano Negra. Da riscoprire.

 


 

Blackswan, mercoledì 05/05/2021