martedì 15 giugno 2021

WOLF ALICE - BLUE WEEKEND (Dirty Hit, 2021)

 


Dai lontani esordi come duo fino a questo nuovo Blue Weekend, la strada intrapresa dai Wolf Alice li ha portati a una sempre crescente consapevolezza artistica, con cui si sono conquistati, disco dopo disco, la stima della critica e l’affetto dei fan. Il loro album di debutto del 2015 My Love Is Cool era salito al secondo posto nelle classifiche degli album del Regno Unito, così come il loro secondo album Visions of a Life, che ha anche vinto lo Hyundai Mercury Prize del 2018. Un carriera relativamente breve (la band è in circolazione da un decennio) ma ricca di successi che hanno alimentato un notevole hype, anche oggi, nonostante quattro anni di silenzio, decisamente in crescita.

Inevitabile, quindi, che le aspettative per il loro ultimo album, Blue Weekend, fossero particolarmente alte e spinte, soprattutto, dalla curiosità di vedere se il buon lavoro fatto fino ad ora confermasse il loro status di una delle migliori band britanniche oggi in circolazione.

Per lavorare al disco, la band si è trasferita in un Airbnb nel Somerset, luogo in cui Ellie Rowsell (voce), Joff Oddie (chitarra), Theo Ellis (basso) and Joel Amey (batteria), hanno riacceso i motori di una macchina ferma da troppo tempo e si sono messi al lavoro su una serie di vecchi demo, che sono stati il punto di partenza per le nuove composizioni.

Il risultato, ancora una volta, è ottimo. I Wolf Alice non hanno mai avuto paura di mescolare i generi all’interno della stessa scaletta (dal pop al punk, dall'indie rock al folk), ma in Blue Weekend lo fanno con un'audacia che dimostra un controllo totale sul suono, che ondeggia senza il minimo sforzo dal languido shoegaze folk di Safe From Heartbreak (if you never fall in love) alla furia punk della graffiante Play the Greatest Hits, senza che il disco perda un briciolo di coesione e coerenza. Alla base di tutto ciò ci sono valori di produzione davvero raffinati, che conferiscono all'album un suono ambizioso e cinematografico, che si adatta perfettamente al materiale proposto.

Citare un brano invece di un altro sarebbe fare un torto a un lavoro che risulta brillante dalla prima e ultima traccia, ma se proprio si deve, i languori dream pop di The Beach II, che chiude mirabilmente l'album, e l'indie rock ansiogeno di Smile sono momenti eccelsi, che sottolineano la caratura di una band che sembra essere arrivata allo snodo decisivo della propria carriera.

Non è un caso che proprio in Smile la Rowsell pronunci la frase "Sono quello che sono e sono bravo a farlo". Un’affermazione che, lungi dal denotare arroganza, suggerisce invece la consapevolezza di una band dalle idee chiarissime, che sa da dove è venuta e sa esattamente dove vuole andare. I Wolf Alice posso vantarsi, e a ragione, di essere una band dal profilo originale, che ha saputo creare un suono davvero unico, che oggi plasma con assoluta autorevolezza.  Blue Weekend è, quindi, un disco ambizioso che raggiunge tutti gli obbiettivi che si è prefisso: emozionare, stupire, divertire. Altamente raccomandato.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, martedì 15/06/2021

lunedì 14 giugno 2021

MULL OF KINTYRE - WINGS (Parlophone, 1977)

 


Il Mull Of Kintyre è un lembo di terra situato nella parte sud ovest della lunga penisola del Kintyre, in Scozia. Una terra in parte ancora selvaggia, che attrare per la dicotomia cromatica fra il verde smeraldo dell’erba e il vivido blu del mare. Un faro storico, qualche casa, un panorama mozzafiato e di fronte, dall’altra parte del mare, l’Irlanda, spesso visibile a occhio nudo. Fatevi un giro in rete e date un’occhiata alle foto di questo luogo incantato, e ditemi se non è la meta ideale in cui rifugiarsi per sfuggire alla rumorosa frenesia del mondo, per ritrovare la pace interiore e un nuovo, più profondo, rapporto con la natura.

La pensava in questo modo anche Paul McCartney, che in questa zona pittoresca aveva una casa e uno studio di registrazione fin dalla fine degli anni ’60. Nel Mull Of Kintyre, Paul non solo otteneva l’ispirazione per comporre, ma anche quel senso di famigliarità e tranquillità di cui ogni essere umano ha bisogno per trovare il proprio equilibrio interiore. Un luogo, questo, che McCartney amava al tal punto da ritenere insopportabile l’idea di allontanarsi per gli impegni derivanti dalla sua vita di musicista, un posto in cui, se fosse stato possibile, avrebbe trascorso ogni sitante della propria esistenza.  

Nasce proprio da questo amore e da questo senso di appartenenza, Mull Of Kintyre, una tra le più celebri canzoni pubblicate dall’ex Fab Four sotto l’egida Wings. La canzone vide la luce nel 1977, durante una pausa dalle registrazioni per il nuovo album, London Town, a causa dell’avanzato stato di gravidanza di Linda. Il brano, scritto da Paul e Denny Laine, chitarrista e bassista, oltre che unico membro stabile dei Wings, fu registrato ad agosto in Scozia, e poi rimaneggiato in ottobre ad Abbey Road, per effettuare alcune sovraincisioni, tra cui le cornamuse della banda locale di Kintyre.

La canzone, che altro non è se non una languida ballata folk in cui Paul dichiara tutto il suo amore per Mull Of Kintyre (Oh mist rolling in from the sea My desire is always to be here Oh Mull of Kintyre) ebbe un inaspettato e clamoroso successo in Gran Bretagna, conquistando la prima piazza in classifica. Durante il periodo natalizio, ci fu una vera e propria corsa all’acquisto del 45 giri, che restò per nove settimane in cima alle charts e vendette due milioni di copie nella sola Gran Bretagna, diventando il singolo più venduto di tutti i tempi fino al 1984, quando Do they Know It’s Christmas? Della Band Aid gli tolse il primato. La canzone, invece, fu un flop negli Stati Uniti, dove la visione bucolica di Paul non ebbe l’appeal sperato a differenza del lato B del 45 giri, Girls’ School, che trovò ottimi riscontri nell’airplay radiofonico americano.

 


 

Blackswan, lunedì 14/06/2021

venerdì 11 giugno 2021

MDOU MOCTAR - AFRIQUE VICTIME (Matador/Beggars Group/Indigo, 2021)

 


Un disco di denuncia, di rabbia, di militanza, un grido di libertà contro il colonialismo, lo sfruttamento sfrenato delle risorse, il depauperamento di un popolo, umiliato, derubato, massacrato. E’ la copertina dell’album che lo esplicita senza mezzi termini, prima ancora di ascoltare una sola nota di Afrique Victime, sesto lavoro in studio del musicista tuareg, Mdou Moctar. Un rapace artiglia mamma Africa piangente, dietro un bagliore, che forse rappresenta la speranza o forse è semplicemente il luccichio di una gemma ghermita. In una terra ferita brutalmente da rapine minerarie internazionali e dalla mano feroce del terrore fondamentalista, fare musica non è semplicemente scrivere canzoni, ma lottare per dare voce a un popolo e raccontare una tragedia troppo spesso nascosta agli occhi dell’opinione pubblica.

Non solo, però. Questo è un disco che ingenera diverse riflessioni, che emoziona e tocca il cuore, ma spinge a ragionare: sulla musica e sull’Uomo.

Mdou Moctar è stato spesso definito il Jimi Hendrix del deserto, definizione, questa, abbastanza pigra e prevedibile, ma che suggerisce, tuttavia, la stretta connessione che esiste tra due realtà musicali, geograficamente distanti, ma indissolubilmente legate dal medesimo dna. Afrique Victime, a prescindere dai suoi sviscerati contenuti politici, è un disco in cui due culture convergono, palesando la stretta consanguineità: da un lato, le sonorità tuareg e il blues, che ha avuto i natali proprio in questa terra, dall’altro, una decisa componente rock, che altro non è se non l’evoluzione occidentale di quella cultura ancestrale, qui restituita alle sue origini, dopo un lungo processo di contaminazione.

Afrique Victime si apre con Chismiten: venti secondi di quasi silenzio, passi che si avvicinano a un amplificatore, poco prima che parta un selvaggio lick di chitarra, e Moctar e la sua band si fondono rapidamente in un trascinante groove, ondeggiante e sinuoso come le movenze di un serpente incantato. Ed è proprio questa attenzione al ritmo, questa oscillazione continua, ad essere il filo conduttore di una scaletta che spinge a ballare voluttuosamente sulle note di Asdikte Akal, che tesse trame acustiche potenti e maestose (Tala Tannan e Layla), che pompa decibel e drammaticità nella title track e che si chiude nel misticismo sognante di Bismilahi Atagah.

Con Afrique Victime, Moctar racconta la propria terra attraverso un linguaggio che è scoperta e sorpresa, ma che, al contempo, suggerisce anche una vicinanza, per ricordarci il debito, nei confronti dell'Africa, di quasi tutta la musica moderna. Dischi come questo sono una porta su un futuro immaginario, l’ipotesi di un domani migliore, l’utopia di una fusione, in cui la connessione globale possa far sì che un chitarrista del Sahara possegga lo stesso appeal culturale di una pop star occidentale. Questo, soprattutto, è un disco capace di lenire l'anima con la bellezza e aprire gli occhi agli scettici su ciò che la musica, la musica veramente buona, può fare per ciascuno di noi, non importa da dove essa provenga. In queste canzoni, le differenti estrazioni sociali e il colore della nostra pelle svaniscono di fronte a un’emozione che dovrebbe scuotere qualsiasi essere vivente nel profondo. E unire, in un sogno di fratellanza condiviso.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, venerdì 11/06/2021

giovedì 10 giugno 2021

PREVIEW

 


In uscita per BMG il 3 settembre 2021, l'album composto da 18 tracce presenta la Ronnie Wood Band insieme a Mick Taylor e altri incredibili ospiti speciali come Bobby Womack, Mick Hucknall e Paul Weller, e rende omaggio a uno degli eroi musicali che più ha influenzato Ronnie, il pioniere del blues elettrico del Mississippi Jimmy Reed.
 

L'album è stato registrato dal vivo in una serata memorabile alla Royal Albert Hall il 1° novembre 2013.
Contiene brani straordinari tra cui Good Lover e Ghost of A Man. Con un artwork unico appositamente creato da Ronnie, Mr Luck sarà disponibile in digitale, su CD, in vinile e in una bellissima edizione limitata con vinile colorato in doppia tonalità blu fumo.

Quando il chitarrista autodidatta Eddie Taylor insegnò tutto ciò che sapeva del suonare la chitarra al suo amico Jimmy Reed, sicuramente non poteva immaginare l'effetto che ciò avrebbe avuto per la scena blues di Chicago. Per questo, anche se nella sua carriera ha accompagnato musicisti come John Lee Hooker, Tylor è ricordato soprattutto per il suo lavoro con il suo ex studente.

La coincidenza ha voluto che nel 1974 un altro Taylor, Mick, facesse posto a Ronnie Wood nei Rolling Stones, aprendo la strada a una amicizia e una collaborazione proficua per questi due celebri chitarristi. Il culmine di tutto ciò è stata la presenza di Taylor nella Ronnie Wood Band alla Royal Albert Hall per il Bluesfest del 2013, dove è stato suonato l'ormai leggendario set che avrebbe generato questa registrazione.

A proposito di Mr Luck, Ronnie commenta:

"Jimmy Reed è stato una delle prime influenze per i Rolling Stones e per tutte le band che amano il blues americano fino ai giorni nostri. È un onore per me avere l'opportunità di celebrare la sua vita e la sua eredità con questo tributo"


Questo album segna il secondo capitolo di una trilogia di album speciali e personali di Wood con la sua band, che celebrano gli eroi musicali di Ronnie. Il primo album, Mad Lad, ha esplorato il lavoro di Chuck Berry e ha rappresentato una commemorazione struggente dopo la scomparsa di Berry poco più di due anni fa. Ronnie è stato in tour con Berry ed è stato suo fan per tutta la vita.

 


 

Blackswan, giovedì 10/06/2021

mercoledì 9 giugno 2021

LONDON GRAMMAR - CALIFORNIAN SOIL (Ministry Of Sound Recordings, 2021)

 


Quando i London Grammar si sono affacciati per la prima volta sulla scena musicale, fortemente saturata, di quasi un decennio fa, le loro ballate pop dal mood fortemente emotivo hanno spinto la critica a spendere paragoni con artisti come XX e Florence and the Machine, oltre ad attirare fin da subito l’attenzione del pubblico mainstream. Contrassegnato dalla gamma vocale dinamica di Hannah Reid, il trio britannico si è distinto dai propri contemporanei non solo grazie alla natura accelerata dell'hype (erano in prima fila per l'ambito Mercury Prize prima di pubblicare il loro debutto nel 2013, If You Wait), ma soprattutto perché la loro musica mostrava un’invidiabile freschezza.

Con il loro secondo album, Truth Is a Beautiful Thing del 2017, hanno mantenuto fede alle premesse (e promesse) di una musica pop elegante e di gran classe, anche se in quel caso una produzione più ambiziosa aveva tolto un po' di vitalità alle canzoni in scaletta.

Oggi, Californian Soil, li vede modificare leggermente il sound per suggerire ulteriormente la portata delle loro ambizioni musicali, con risultati anche in questo caso, però, non sempre convincenti. I London Grammar esplicitano la loro volontà di esplorare nuovi territori già a partire dalla title track: c'è un diverso ed evidente spessore nell’impianto strumentale del brano, che manca, invece, in alcuni momenti della scaletta.

Infatti, nel complesso, Californian Soil soffre, in qualche caso, proprio di mancanza di profondità: è chiaro che la potente voce della Reid non ha perso un grammo del suo fascino, ma non può essere sempre il paravento per coprire le lacune aperte da un songwriting talvolta un po' debole e da una produzione che, qui e là, palesa qualche inciampo.

Se questi sono i difetti, e lo dico a prescindere dal mio gusto personale, che mi ha spinto ad ascoltare il disco in loop per un’intera settimana, California Soil si mantiene, tuttavia, su buoni livelli per tutta la sua durata, regalando anche momenti di abbagliante bellezza. La predilezione della band per i ritmi trip-hop e i paesaggi sonori cinematografici, molto amati dai Massive Attack, rimane un intatto marchio di fabbrica e la straordinaria voce di Reid, che è sempre stata al centro del suono della band, continua a risuonare potente e affascinante come sempre.

E’ indubbio, inoltre, che il taglio dato alle canzoni sia, nello specifico, ancora più pop, cosa che nel complesso funziona bene, come avviene, ad esempio tra beat e approccio sinfonico nella splendida Lose Your Head o nel drammatico crescendo melodico di Lord It’s A Feeling.

Pur con un andamento altalenante, California Soil possiede, quindi, un fascino etereo e riesce a toccare le corde dell’emozione grazie a una prova maiuscola della Reid, la quale riversa nelle liriche e nel cantato il proprio pathos interiore. Un tormento di fondo palpabile in America, la canzone che chiude il disco e che vince la palma del miglior brano del lotto: l’America come metafora di sogni da inseguire, sogni destinati a non realizzarsi e a restare chimere, forse perché, in primo luogo, non ci appartengono (“Tutto il nostro tempo a caccia dell'America/Ma lei non ha mai avuto una casa per me/ Tutto il nostro tempo inseguendo un sogno/Un sogno che non significava niente per me”).

Se tutto il disco fosse di questo livello, staremmo parlando di una delle prove migliori dell’anno. Invece, pur promuovendolo, California Soil resta il compito ben fatto di una band che potrebbe aspirare al massimo dei voti, ma non riesce mai a fare il vero salto di qualità. Non credo sia un problema strutturale: quando azzeccano la canzone, i London Grammar svettano sulla massa con estrema facilità. Forse, il vero problema, è il freno a mano tirato, la mancanza di coraggio con cui la band affida al cantato di Hannah Reid le sorti del proprio lavoro, senza cercare soluzioni alternative alla splendida voce del loro leader.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, mercoledì 09/06/2021