lunedì 12 luglio 2021

MOBY - REPRISE (Deutsche Grammophon, 2021)

 


Grazie a un album come Play, uscito nel 1999, e al successo che ne è derivato, Moby avrebbe potuto vivere di rendita tutta la vita. Invece, l’eclettico dj/produttore ha continuato a scrivere canzoni che hanno attraversato due decenni, e ha esplorato, nel corso degli anni, numerosi spazi sonori che l’hanno fatto approdare a quest’ultimo Reprise, un disco che rilegge il meglio del suo repertorio, riproposto in chiave orchestrale e acustica. Quattordici brani in scaletta, che provengono da Play, ovviamente, ma anche dall'altro successo mainstream di Moby, 18 del 2002, e poi, ancora, da Hotel del 2005, Innocents del 2013, dall'omonimo debutto del 1992 e da Everything Is Wrong del 1995.

È solo un piccolo assaggio del variegato mondo musicale di Moby, eppure, grazie all’ottimo lavoro in fase di arrangiamenti e alla presenza di svariati ospiti, alcuni noti, altri meno, Reprise possiede una propria coerenza e vitalità, e sembra davvero abbracciare con esaustività la trentennale carriera del musicista newyorkese.

Un disco che si muove su un terreno acustico, a volte quasi intimo, ma non per questo privo di enfasi ed energia. E’ il caso, ad esempio, di Why Does My Heart Feel So Bad (da Play) e, ancor di più, di Lift Me Up, trainata da un basso pulsante e avvolta dal respiro profondo degli archi: un brano trasfigurato, ma ancora vivo e in salute, che ha perso il suo battito sintetico, sostituito da quello, non meno vivido, del cuore.

Sono rivisitazioni davvero azzeccate, quelle di Moby, riletture che trasformano brani arcinoti in qualcosa di estremamente eccitante, che piacerà, ne sono sicuro, anche ai fan della prima ora. In tal senso, l'orchestrazione dalla Budapest Art Orchestra possiede un ruolo che non può essere affatto. Si pensi all’opener Everloving, una delle gemme di Play, introdotta anche qui dalla chitarra acustica, ma poi rivisitata, nel suo incedere lento e magniloquente, attraverso il suono di un violino e di un pianoforte scintillanti, entrambi poi sostenuti dalla potenza evocativa degli archi.

La successiva Natural Blues, forse il brano più noto di Moby, abbraccia una nuova vitalità: entrambe le versioni sono esplosive, ma in modi diversi, perché se l’originale era simile a un mantra ipnotico, questa versione suona più gioiosa, grazie anche ai contributi vocali dei cantanti jazz Gregory Porter e Amythyst Kiah, che aggiungono stuzzicanti spezie gospel a un piatto già di per sé saporito.

Go, il primo successo datato 1992, è qui rivisitato in salsa afro-caraibica e indirizzato verso un mood quasi cinematografico, che sostituisce l’allegria dell’originale con un cupo epos contemplativo. Nonostante un viaggio lungo trent’anni per vestire nuovi abiti, la canzone non risente minimamente del tempo trascorso, anzi sembra freschissima, come fosse stata scritta ieri. E gioca ancora col cinema, Moby, riproponendo la splendida Extreme Ways, colonna sonora della serie dedicata a Jason Bourne. In questo caso, gli archi sintetici sono sostituiti da quelli veri e i beat sono scomparsi in favore di una chitarra acustica dal sapore quasi folk: una versione, questa, che surclassa decisamente l’originale.

La performance del pianista islandese Víkingur Ólafsson mette in risalto il mood sinfonico di God Moving Over The Face Of The Waters (da Everything Is Wrong del '95), canzone, questa, stilisticamente simile all'originale, anche se decisamente meno sintetica. Ed è splendida anche la rilettura in chiave jazz di We Are All Made Of Stars (da 18), trainata dal pianoforte e punteggiata dall’inusuale, per il jazz, suono del violino.

La vetta del disco, e suo cuore emotivo, è però la splendida The Lonely Night, cantata in duetto da Mark Lanegan (già presente nella versione originale) e Kris Kristofferson, il cui vocione grave conferisce al brano un’inedita profondità da far tremare le vene dei polsi. A sorpresa, compare anche una cover di Heroes di David Bowie: una versione lenta e struggente, cantata da Mindy Jones, che non sfigura di fronte all’originale.

Chi pensava a Reprise come un’operazione meramente commerciale, al pari di un disco di cover, si dovrà ricredere, perché se è vero che la maggior parte di queste canzoni sono assai note, è altrettanto vero che il lavoro di restauro da parte di Moby le ha trasformate in qualcosa di diverso, che suona intenso ed emozionante. Non un disco riempitivo, dunque, ma una nuova, imperdibile, tappa di una carriera straordinaria.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 12/07/2021

venerdì 9 luglio 2021

(SING IF YOU'RE) GLAD TO BE GAY - TOM ROBINSON (EMI, 1978)

 


(Sing If You’re) Glad To Be Gay è una canzone urgente, militante e, purtroppo, ancora attuale. Già, perché il brano, scritto da Tom Robinson nel 1976, presente nell’Ep Rising Free (1978) e poi inserito nella stampa americana del suo leggendario Power In The Darkness (1978), racconta, più o meno, anche l’attualità dei nostri tempi bui, in cui l’omofobia e le violenze nei confronti di coloro che, l’ipocrita morale perbenista considera “diversi”, sono all’ordine del giorno.

In quegli anni, l’ondata punk sta scuotendo l’Inghilterra, e Robinson, che ha già pubblicato un disco, è considerato uno dei musicisti più interessanti della sua generazione, tanto da guadagnarsi presto un contratto con la Emi. Power In The Darkness, il suo secondo disco, esplicita i suoi intenti barricaderi sia nella copertina (un pugno chiuso giallo su sfondo nero) che nei testi delle canzoni, in cui il songwriter, originario di Cambridge, si schiera apertamente contro il fascismo, il perbenismo e lo sfruttamento e l’oppressione delle minoranze. Il disco, grazie a canzoni come Too Good To Be True, Up Against The Wall e la title track, scala le classifiche inglesi e vende bene anche fuori dai confini britannici, Stati Uniti e Giappone compresi. Ma sono due canzoni, soprattutto, a far parlare di Tom Robinson, nessuna delle quali, strano a dirsi, compare nella prima edizione dell’album: 2-4-6-8 Motorway, che scala le charts fino al quinto posto, e Glad To Be Gay, la cui pubblicazione nell’Ep Rising Free scatena un autentico vespaio di polemiche.  

La prima versione del brano, che diviene fin da subito l’inno del movimento di liberazione omosessuale inglese, contiene un esplicito riferimento a Peter Wells, un gay rinchiuso in prigione perché sorpreso durante un rapporto consenziente con un diciottenne. Infatti, all’epoca se per gli eterosessuali l’età consentita per i rapporti sessuali era di 16 anni, per i gay era invece di 21 (i Bronski Beat, qualche anno dopo, intitolarono il loro disco più famoso proprio The Age Of Consent). Quel riferimento, manca, invece, nella versione definitiva, che inizia con una dichiarazione introduttiva, una dedica salace all’Organizzazione Mondiale della Sanità, che fino al 1990 ha ricompreso l’omosessualità nell’elenco ufficiale delle malattie planetarie:” Questa canzone è dedicata all’Organizzazione Mondiale della Sanità, è una canzone sulla medicina e riguarda una malattia la cui classificazione secondo la Classificazione Internazionale è 302.0.”

Le liriche sono ironiche, dissacranti, e al contempo inneggiano alla militanza, invitano a rendere pubblica la propria condizione omosessuale e a manifestare per i propri diritti civili.

La prima strofa è un attacco frontale e senza mezzi termini alla polizia inglese che negli anni ’60 e ’70 era tristemente nota per accanirsi contro i gay, anche in virtù del “1967 Sexual Offences Act”, in base al quale l’omosessualità, tollerata come fatto privato, era criminalizzata se manifestata pubblicamente.

“La polizia inglese è la migliore del mondo, non credo neanche a una di quelle storie che ho sentito, di quando hanno fatto irruzione nei nostri pub senza ragione, e hanno messo i clienti in fila al muro. Hanno scelto gente a caso e li hanno spinti a terra, a resistere all’arresto distesi mentre li prendono a calci, e hanno perquisito le loro case chiamandoli froci.” Violenze all’odine del giorno, violenze immotivate, una persecuzione feroce e senza senso che Robinson denuncia, mettendosi faccia a faccia con una intoccabile istituzione britannica.

Nella seconda strofa, Robinson si concentra sull’ipocrita società inglese, che non solo tollera, ma ritiene anche normale che tette e culi femminili vengano esibiti sulle prime pagine dei più famosi rotocalchi (The Sun), salvo poi gridare allo scandalo per un qualsiasi nudo maschile.

“Le foto delle ragazze nude sono divertenti su Esquire e Playboy, a pagina tre del Sun, ma i ragazzi nudi sono corrotti e osceni, ed è per questo che stracciano solo le nostre riviste. Leggi come siamo disgustosi secondo la stampa, sul Telegraph, su People e sul Sunday Express, molestatori di bambini, corruttori della gioventù. E’ scritto nero su bianco, dev’essere vero”.  E’ ancora l’ironia a rendere graffianti le parole di Robinson, che sono caustiche e arrabbiate, ma contengono anche un amaro retrogusto di tristezza.

Perché è inevitabile che se la stampa punta l’indice verso gli omosessuali, e confonde artatamente l’indirizzo sessuale con il reato di pedofilia, chiunque può sentirsi in dovere di malmenarti, di picchiarti a sangue ogni volta che incrocia la tua strada: “Non cercare di farci credere che se sei riservato sei completamente al sicuro, quando passeggi per strada. Non hai neanche bisogno di essere volgare o fare commenti malevoli per essere picchiato e lasciato incosciente al buio. Avevo un amico tenero e bassino, era solo, una sera, ed è andato a fare un giro.
I picchiatori di finocchi l’hanno preso e gli hanno spezzato i denti. E’ stato in ospedale una settimana
.”

E’ l’ultima strofa, la più arrabbiata, quella con cui Robinson invita al coming out e alla lotta, chiama alle armi i gay che si nascondono, sferzandoli a uscire dall’ombra e a combattere per i loro sacrosanti diritti: “Allora siediti tranquillo a guardare mentre chiudono i nostri club, ci arrestano perché ci incontriamo e fanno irruzione in tutti i nostri pub. Assicurati che il tuo ragazzo abbia almeno ventun anni…Menti ai tuoi colleghi e racconta frottole alla tua gente, lascia stare le checche e racconta barzellette omofobe. La liberazione gay è assurda, e ridi con loro: ‘Sti froci ora sono anche legali, che vogliono ancora?”

In pochi hanno avuto il coraggio di scrivere in modo così diretto e intelligente su una condizione di emarginazione che, nonostante il successivo progresso, trova ancora società e governi recalcitranti ad accettare leggi che tutelino e integrino l’omosessualità nel tessuto sociale. Una battaglia ancora in atto, che trova in Glad To Be Gay le parole giuste per sensibilizzare le coscienze e scardinare l’ipocrisia, il razzismo e le posizioni retrive e reazionarie di una Chiesa ancorata a valori medioevali.

Canta, se sei felice di essere gay. E cantiamo tutti, se siamo convinti che un mondo più giusto è possibile, che la libertà è per ogni essere umano, a prescindere dal colore della pelle e dai gusti sessuali, se crediamo fortemente in un mondo in cui ciò che conta è solo ed esclusivamente l’amore. Cantiamo tutti, gay e non, contro l’immonda feccia discriminatoria e razzista.

 


 

 

Blackswan, venerdì 09/07/2021

giovedì 8 luglio 2021

BENJAMIN MYERS - ALL'ORIZZONTE (Bollati Boringhieri, 2021)

 



Inghilterra, 1946. Nell’estate successiva alla conclusione della Seconda guerra mondiale, Robert, sedici anni, decide di trascorrere un periodo in piena libertà a contatto con la natura, prima di cominciare il lavoro in miniera cui è destinato.Dopo qualche giorno di cammino, diretto al mare, si imbatte nel cottage di Dulcie, una donna già avanti con gli anni, eccentrica, colta, burbera, accogliente. In cambio di lavori al capanno nel suo giardino – un capanno usato in passato da una misteriosa artista – Dulcie gli offre ospitalità. Quell'inattesa generosità segna l'inizio di un'amicizia improbabile ma saldissima, che cambierà il futuro già tracciato di entrambi. Al giovane Robert, le conversazioni con Dulcie apriranno un nuovo mondo, fatto di scambi sul cibo, sulla natura, sui viaggi e sull’importanza delle parole, soprattutto scritte. Presto, Robert si avvicina, come ci confida, «a essere me stesso e non la persona che fino ad allora avevo interpretato», mentre Dulcie prova a venire a patti con il suo passato, riscoprendo nuove ragioni di vita.

All’Orizzonte è un romanzo semplice, di quelli che si leggono in un fiato, lineare nello svolgimento e prevedibile negli intenti. Un piccolo libro, se vogliamo, esile nella trama, adatto a tutti, ai giovani e ai meno giovani, categorie ben rappresentate dai due protagonisti della vicenda e dalla delicata storia di amicizia che li lega.

Eppure, Myers è capace di trasformare queste duecento trentotto pagine in un’esperienza emozionante, che racconta e suggerisce riflessioni importanti, che obbliga il lettore a indagare la propria anima alla ricerca di risposte sui temi decisivi dell’esistenza.

All’Orizzonte è innanzitutto una storia di amicizia tra un giovane uomo, alla ricerca di se stesso e del senso della propria vita, e un’anziana donna, colta, arguta e anticonformista, che ha perso lo sguardo sul futuro e la speranza. Fra i due s’instaura un rapporto simbiotico che si trasforma in un reciproco scambio fra vasi comunicanti: la donna introdurrà il giovane Robert ai piaceri della tavola e della lettura, e aprirà il suo limitato sguardo sulla bellezza del mondo, il ragazzo restituirà a Dulcie quell’entusiasmo e quell’allegria che un passato doloroso le ha tolto.

Se è vero che i due protagonisti del racconto mancano di approfondimento psicologico e si fanno esclusivamente strumenti nella mano del narratore necessari a incarnare due universi, apparentemente confliggenti, che entrano in contatto fra loro, è altrettanto vero che Myers riesce ad avvincere il lettore con dialoghi intelligenti e salaci, che sono il vero punto di forza di un romanzo che ha tante cose da dire e le dice bene, in modo asciutto e senza retorica.

Che, ad esempio, il tempo passa inesorabile, e che, se lo lasciamo fare, ci porta via tutto; che dobbiamo avere il coraggio di uscire dalle gabbie, talvolta dorate, delle nostre esistenze, e liberarci dalle catene delle abitudini, di tetri lavori impiegatizi, di destini già scritti; che la bellezza della vita risiede soprattutto nella lettura e nella poesia, in cui possiamo trovare tutte le risposte di cui abbiamo bisogno; che una bella mangiata e una bella scopata valgono tutto l’oro del mondo, e che se non siamo più capaci di osservare e amare la natura, probabilmente non siamo nemmeno più in grado di amare e rispettare il nostro prossimo.

Concetti semplici, certo, ma mai banali (anche perché troppo spesso li dimentichiamo), ed espressi attraverso una scrittura attraversata da momenti di lirismo e pervasa da quella sincerità che è in grado di conquistare il lettore fino all’ultima pagina. Vivi intensamente e cerca sempre la bellezza: il senso della vita è tutto qui.

 

Blackswan, giovedì 08/07/2021

martedì 6 luglio 2021

DEWOLFF - WOLFFPACK (Mascot Records, 2021)

 


Le strade del southern rock sono così infinite che portano anche in Olanda, dove da anni militano i DeWolff, trio originario di Geleen, che già vanta una discografia più che discreta alle spalle. Se vi piacciono il blues psichedelico e il classic rock, se vi piacciono il tocco sudista e tutto ciò che è analogico, allora Pablo Van De Poel (chitarra e voce), suo fratello Lika (batteria) e Robin Piso (hammond, voce e basso) fanno esattamente al caso vostro.

L'epidemia di Covid ha causato una brusca battuta d'arresto al tour iniziato dalla band a supporto della loro precedente uscita, Tascam Tapes (2020). Invece di rimanere con le mani in mano, DeWolff hanno sfruttato il tempo libero e hanno iniziato a lavorare su materiale nuovo, coinvolgendo, con una sorta di abbonamento, anche i fan, ai quali, in cambio dell’iscrizione, il trio ha regalato tre nuove canzoni ogni due settimane per dieci settimane, e chiesto di contribuire a comporre la scaletta dell’album.

Il risultato è questo nuovo Wolffpack, un’inebriante miscela di blues, soul, rock e tanta, tanta psichedelia. Calde atmosfere anni ’70 per un disco che è un’autentica gioia per le orecchie sia nei contenuti che nel suono: dalla trascinante intro di Yes You Do, alle rilassate atmosfere di Do Me, ballatone dall’accattivante tocco soul, fino all’oscillante e stratificata Lady J. e al basso fuzz della graffiante e sporca Bona Fide, non c’è un filler che sia uno, a dimostrazione di come i Dewolff siano autentici maestri nel recuperare e gestire, con uno stile ben definito, le coordinate del classic rock.

E' vero che il trio olendese potrebbe facilmente saltare in una macchina del tempo e correre indietro per diversi decenni, trovandosi comunque a proprio agio; ma è altrettanto vero, però, che l'album non suona in alcun modo datato o eccessivamente nostalgico, e che l’ispirato songwriting dei tre ha tenuto ben lontano ogni operazione di frusto copia incolla.

Se nella vostra discografia compaiono dischi di band come Magpie Salute o Marcus King Band, per citarne un paio, fatevi un giro di giostra insieme a questi tre ragazzi olandesi: non resterete delusi. 

VOTO: 7,5




Blackswan, martedì 06/07/2021

lunedì 5 luglio 2021

BILLY F GIBBONS - HARDWARE (Concord, 2021)

 


Maestro indiscusso della chitarra, membro della Rock and Roll Hall of Fame e santo patrono del rock texano, Billy Gibbons torna a sgommare veloce con il suo nuovo album solista Hardware, il terzo del frontman degli ZZ Top e il suo primo a essere quasi interamente composto di brani rock originali. Gibbons ha registrato il materiale all'Escape Studio, nell'alto deserto della California, vicino a Palm Springs, con l’aiuto degli amici Matt Sorum (Guns N' Roses), Mike Fiorentino, e Chad Shlosser, gli stessi con cui aveva registrato il precedente The Big Bad Blues, vincitore del Blues Music Award della Blues Foundation. Una location, quella desertica, che ha influenzato molto il suono del disco, come lo stesso chitarrista afferma: “Il deserto, pieno di sabbie mobili, cactus e serpenti a sonagli è stato lo sfondo perfetto per riuscire conferire un intrigante riflesso alle canzoni di questo disco”.

D’altra parte, il deserto è sempre stato una costante nella carriera di Gibbons, che a capo degli ZZ Top, con i primi cinque album (il debutto omonimo del 1970, Rio Grande Mud del 1972, Tres Hombres del 1973, Fandango del 1975 e Tejas del 1976) ha costruito una leggenda che pochi altri hanno saputo eguagliare e si è guadagnato la nomea di uno dei migliori chitarristi blues/rock di sempre.

L’ispirazione, che, ogni tanto, strada facendo, era sembrata ai minimi termini (le derive elettroniche con gli ZZ Top, quella boiata pazzesca che è Perfectamundo), con Hardware torna a essere di alto profilo.

L’iniziale My Lucky Card spinge il piede sull’acceleratore di quel tipo di blues/rock che ha reso unici gli ZZ Top, mentre la successiva She's On Fire è un rock dinamico e uptempo alimentato dalla potente batteria di Matt Sorum. Subito sugli scudi!I indipendentemente dal tipo di groove con cui si cimenta, pochi chitarristi sanno snocciolare assoli come fa Gibbons, che non ricorre mai a colpi di teatro per attirare l'attenzione, preferendo, invece, appollaiarsi in cima alla sezione ritmica e declinare il proprio asciutto ma geniale e inconfondibile stile. West Coast Junkie, primo singolo estratto da Hardware, miscela surf e rock, Texas e California ed è un vero e proprio colpo da KO, grazie a quel suono di chitarra sporco e carnale che rende il tocco di Gibbons unico.

Tre episodi, questi, che rappresentano al meglio un disco che colpisce il centro del bersaglio, con canzoni brevi ma vibranti, anche quando dal cilindro salta fuori la cover di Hey Baby, Que Paso dei Texas Tornados, un brano strappato dalla folkloristica pista da ballo e trasformato in un ruggente rock texano.

La vetta della scaletta, però, arriva con Stackin' Bones, un altro rockaccio sporco (con un ritornello favoloso), suonato insieme alle sorelle Lovell (Larkin Poe): Rebecca e Meghan si inseriscono alla perfezione nell’universo Gibbons, tanto da far sospirare all’idea di un progetto di collaborazione stabile fra i tre.

Missione compiuta, vecchio Billy! In attesa di un nuovo album sotto l’egida ZZ Top, hai regalato ai tuoi fan un disco al livello dei tuoi giorni migliori: rock blues texano, ma capace anche di spostare la narrazione verso altri generi, tutti gestiti con l’imitabile suono di una chitarra (e una voce) che ha pochi eguali al mondo. Infilate il cd nel lettore, alzate il volume e godetevi al meglio la vostra estate.

VOTO: 7,5

 


 

Blackswan, lunedì 05/07/2021