martedì 7 settembre 2021

WONDERFUL LIFE - BLACK (A&M, 2021)

 


Quando tutto va a rotoli, quando la vita ci crolla addosso portandoci via ogni cosa, un sorriso ironico, per quanto amaro, non cambia il corso degli eventi, ma sicuramente aiuta a guardare le cose nella giusta prospettiva e, perché no, a farsi un po' di coraggio. E’ questo quello che pensava Colin Vearncombe, in arte Black, quando nel 1985 scrisse le note e il testo di Wonderful Life, una hit, l’unica, che in seguito gli donò fama imperitura. 

Black, stava vivendo un periodo complicatissimo, uno di quei momenti in cui le sfighe si accumulano una dietro l’altra, senza soluzione di continuità. Nell’ordine, Black aveva divorziato dalla prima moglie, era rimasto senza casa, era stato licenziato dalla casa discografica del tempo, aveva avuto due seri incidenti d’auto e passava le giornate ad accudire la madre, affetta da una grave malattia. Una serie di eventi che avrebbe stroncato chiunque e che invece per il songwriter britannico fu l’abbrivio per scrivere una canzone, divenuta un vero e proprio evergreen. 

Wonderful Life è il titolo ironico con cui Black ride delle proprie disgrazie e tiene lontano i fantasmi della depressione, uno sberleffo in faccia al crudele destino, che introduce l’invito ad avere un approccio fatalista di fronte agli eventi dell’esistenza: “Guardami qui, Di nuovo qui da solo, Dritto sotto il sole Non c'è bisogno di correre e nascondersi, È una vita meravigliosa, meravigliosa Non c'è bisogno di nascondersi e piangere, È una vita meravigliosa, meravigliosa”. Qualunque cosa tu possa fare, non c’è speranza, perché il destino ti starà sempre alle calcagna. Insomma, la vita è una merda, rassegnati, ciò che puoi fare è solo mantenere la tua dignità e trovare la forza di un sorriso ironico.

Wonderful Life inizialmente non aveva avuto un grande successo. Fu pubblicata per la prima volta nel 1985 dalla Ugly Man Records, ma raggiunse solo la 72esima posizione in classifica. Per fortuna, la bellezza del brano attirò però l'attenzione di una grande casa discografica, la A&M, che mise sotto contratto l'artista. Nel 1987 uscì una nuova canzone di Black, Sweetest Smile, sempre ispirata al suo drammatico divorzio, e il brano entrò nella top ten. A questo punto, la casa discografica decise di ripubblicare Wonderful Life, che inaspettatamente raggiunse l’ottava piazza delle charts britanniche. Il brano, in seguito, tornò periodicamente di moda, dal momento che è stata una delle canzoni più coverizzate della storia (la migliore, a parere di chi scrive, è quella cupissima pubblicata da Smith&Burrows nel 2011).

E’ triste constatare come la vita di Black sia stata tutto tranne che meravigliosa. L’artista, infatti, nonostante abbia pubblicato in seguito diversi dischi, anche col proprio nome di battesimo, non ebbe mai il successo ottenuto con quella straordinaria hit e rimase sempre un musicista di nicchia. Fino a quando, il 10 gennaio del 2016, non morì in seguito alle gravi lesioni riportate in un incidente d'auto avvenuto presso l’aeroporto di Cork. Quel destino che aveva ironicamente sbeffeggiato con Wonderful Life tornò a presentargli un conto salatissimo: “Non c'è bisogno di correre e nascondersi, È una vita meravigliosa, meravigliosa, Non c'è bisogno di nascondersi e piangere, È una vita meravigliosa”. Per Black non lo è mai stata.

 


 

 

Blackswan, martedì 07/09/2021

 

 

 

 

lunedì 6 settembre 2021

IDA MAE - CLICK CLICK DOMINO (VRR/Thirty Tigers, 2021)

 


Sotto l’egida Ida Mae si celano i coniugi Chris Turpin e Stephanie Jean, i quali, dopo aver militato nella band alternative blues dei Kill It Kid, hanno imboccato una strada diversa che li ha portati, oggi, a pubblicare un secondo full length.

Il debutto della coppia, Chasing Lights del 2019, miscelava con intelligenza folk vellutato e rock grezzo in un suono potente, evocativo, meravigliosamente imprevedibile. Un binomio perfetto, in cui il cantante/chitarrista Christopher Turpin mostrava le proprie radici punk rock, stemperate dalla bella voce e dalle tastiere della moglie Stephanie Jean, che rappresenta l’anima più delicata e romantica del progetto. C’è anche una forte impronta blues nella musica del duo, il cui nome, guarda caso, è preso in prestito da una canzone eseguita da Lightnin' Hopkins, uno dei più veraci e seminali artisti del Delta.

Britannici di provenienza, i coniugi, ora di stanza a Nashville, guardano più agli States che alla madre patria, come risulta palese fin dal primo ascolto di questa seconda, ottima, prova. In direzione contraria al potere straripante della tecnologia e ai suoni artefatti della nostra epoca (il doppio click del titolo) i due ragazzi allestiscono uno scenario vintage, in cui le radici vengono rielaborate con gusto moderno e in cui convivono, senza soluzione di continuità, generi fra loro diversi.

Apre il disco la delicata malinconia di Road To Avalon, un morbidissimo folk in punta di plettro che nella prima parte richiama la fragile emotività del Sufjan Stevens di Carrie & Lowell per poi gonfiarsi, nel finale, di tensione gospel. Niente di più lontano dalla successiva title track, un ringhio blues sporco e garagista in quota Jack White, che vede la partecipazione alla chitarra elettrica dell’amico Marcus King, enfant prodige del rock blues statunitense, già vincitore di un Grammy nel 2019.

Un disco, Click Click Domino, che pur avendo una precisa identità, risulta assai vario nello sviluppo. Così, in scaletta, troviamo un umorale ballatone soul (la vibrante Line On The Page), il folk ombroso di Raining For You (splendido il lavoro a incastro sulle due voci), lo slow blues di Mountain Lion Blues, sulfureo e intriso di afrori paludosi, il riff frenetico alla Queens Of Stone Age di Long Gone & Heartworm (l’assolo è offerto da Jake Kiszka dei Greta Van Fleet) e il convulso folk rock zeppeliniano di Deep River, stridente derapata che possiede lo stesso DNA del terzo album della premiata ditta Page/Plant (spettacolare l’assolo di Marcus King, presente anche qui come special guest).

Questo alternarsi di generi è decisamente l’elemento vincente del disco, che seduce con ballate romantiche col cuore in mano e insuffla energia nei pochi, ma centratissimi momenti, in cui i coniugi scattano grintosi dispiegando un arsenale elettrico di tutto rispetto. Qualche eccesso di zuccheri (Learn To Love You Better) non toglie nulla a un disco dalla struttura solida e dalla grande forza emotiva, che ripropone il piacere di speziati sapori antichi in quest’epoca musicale dai suoni troppo spesso inutilmente insipidi.

VOTO: 7,5 




Blackswan, lunedì 06/09/2021

venerdì 3 settembre 2021

LET'S GO OUT TONIGHT - THE BLUE NILE (Linn Records/A&M, 1989)

 


C’è un implicito elogio alla lentezza che sottende alla poetica dei Blue Nile. I loro dischi, infatti, sono stati centellinati nel tempo, rari e suggestivi come un ricordo obliato che inaspettatamente torna a sorprenderci o come l’apparizione di misteriose comete che, talvolta, vagabondano al limitare dell’atmosfera terrestre. Una media di un album ogni sette anni, più o meno, è il ritmo di una produzione che definire dilatata è un eufemismo.

E' questo il segreto per mantenere alto il livello di ispirazione? Si direbbe di sì, considerando la straordinaria qualità di ognuno dei quattro dischi pubblicati dai tre musicisti scozzesi fino a oggi (l'ultimo, High, è del 2004, e la lentezza, a questo punto, potrebbe essersi trasformata in stasi definitiva, visto che Paul Buchanan, leader del gruppo, ha, nel 2012, ha pubblicato un disco solista per poi sparire nel nulla).

Hats, rilasciato nell'ottobre del 1989, è probabilmente il capolavoro della band scozzese, l'apice di una musica sublime e raffinata, che si veste di spiritualità, silenzi malinconici e romantiche visioni notturne, mescendo con nobili gesti il sapore torbato del whisky delle Highlands, il passo meditabondo del gentiluomo di campagna e l’eco distante della metropoli che, lontano da qui, si nutre della frenetica cacofonia di luci al neon e clacson impazziti.

La voce triste e arresa di Paul Buchanan arricchisce di poetica dandy sette canzoni senza tempo, cesellate con artigianale delicatezza su partiture di tastiere distanti ed eteree, mentre basso e batteria elettronica talvolta pulsano sottotraccia, più spesso si insinuano liquide nella diafana filigrana delle melodie, scandendo con morbidezza il ritmo delle emozioni.

Impossibile, quindi, non commuoversi alle lacrime quando inizia l'arpeggio di chitarra di Let's Go Out Tonight, preghiera per l'ultimo dei romantici, se ancora il romanticismo avesse asilo su questa terra, colonna sonora perfetta per una sconfitta o un dolore straziante, declinazione introspettiva e ripetuta del verbo immalinconire. Una canzone che fotografa un rapporto d’amore che sta collassando o che è già finito, il vuoto di una perdita che il protagonista del brano cerca di colmare implorando l’amata a uscire, ancora una volta, forse l’ultima: “Why don't you say what's so wrong tonight? I pray for love, coming out alright, yeah baby, baby, let's go out tonight”.

Una disperazione quasi tangibile, un terremoto emotivo che spinge verso un dirupo di cupa nostalgia e un intimismo tanto profondo (soprattutto se condiviso) da pretendere che l'ascolto avvenga in perfetta solitudine: una sigaretta che brilla nel buio, un bicchiere di scotch e, fuori dalla finestra, il silenzio empatico della notte o i primi accenni di un’alba livida e brumosa. Nel cuore, ricordi di una felicità ormai lontana che si smaterializzano nella salata dissolvenza delle lacrime.

 


 

 

Blackswan, venerdì 03/09/2021

giovedì 2 settembre 2021

DAVID CROSBY - FOR FREE (BMG, 2021)

 


Ci sono storie artistiche che non finiscono mai, come se il tempo che non passasse e la vita si fosse cristallizzata in un giovinezza che sembra senza fine. Di anni, per David Crosby, ne sono passati tanti (per la precisione ne ha compiuti ottanta il 14 agosto di quest’anno), ma l’ispirazione che anima i suoi dischi sembra rimasta ferma ai suoi giorni di gloria. Anzi, a onor del vero, c’è stata un’improvvisa accelerazione della prolificità, nonostante, oggi, l’esistenza del baffuto chitarrista dovrebbe muoversi con il passo lento della vecchiaia.

Molto, infatti, è stato detto sul fatto che David Crosby abbia vissuto una rinascita creativa soprattutto nell'ultimo decennio, cosa del tutto evidente se si considera che negli ultimi sette anni ha pubblicato cinque album da solista, superando di gran lunga il resto della produzione (solo tre dischi) concentrati nel periodo che va dal 1971 al 1993. E non ci stupisce più di tanto: arrivato alla veneranda età di ottant’anni, come spesso è accaduto ad altri artisti a fine vita (viene in mente il Johnny Cash degli American Recordings), anche Crosby sembra spinto dalla volontà di chiudere in bellezza e di lasciare ai propri fan il maggior numero di canzoni possibile, come se il poco tempo rimanente fosse il propulsore di un motore che ora sembra aver ritrovato un’antica brillantezza.

Una traiettoria certo diversa, resa inevitabile dalla chiusura definitiva dei rapporti con i sodali degli anni d’oro (i rapporti burrascosi con gli altri componenti dei Crosby, Stills, Nash e Young è cosa nota) e dalla necessità di affiancarsi a musicisti altrettanto affidabili e in sintonia (il talentuoso figlio James Raymond, il suo fidato partner Michael League e i musicisti che compongono la sua band Sky Trails hanno fatto tutti la loro parte per riempire quel vuoto che sembrava incolmabile).

A ben vedere, Crosby è sempre dato il meglio quando faceva parte di una band, che fossero Byrds, CSN o CPR, e non è un caso che ogni suo disco ha sempre visto la partecipazioni di molti amici-musicisti. Non sfugge da questa logica corale nemmeno il nuovo For Free, che pur essendo un album solista, è in realtà un lavoro in cui a emergere è il collettivo: Crosby, certo, ma anche suo figlio, che regala al vecchio leone qualche splendida canzone (cosa che fa anche il grande Donald Fagen con Rodriguez For A Night), la collaudata band di accompagnamento e alcuni ospiti formidabili, tra cui Michael McDonald, che si aggiunge ai cori nell’opener River Rise, e Sarah Jarosz, che duetta insieme al chitarrista (trent’anni di differenza, un’intesa magica) nella cover di For Free presa dal repertorio di Joni Mitchell (della quale aveva già reinterpretato Amelia nell'album Sky Trails).

Per un complesso problema di artrite, Crosby non suona la chitarra in nessuna di queste canzoni, e si limita solo a cantare. Il dispiacere di non poter più ascoltare il suo celebre fingerpicking è compensato, però, da una voce che smentisce chiaramente la sua età, e che risuona limpida e risoluta, come se non fosse passato un solo giorno da quegli ormai lontanissimi anni di gloria west coast. Ciò che è evidente, in modo particolare, in canzoni come la sublime River Rise e The Other Side of Midnight, è una costante in tutta la scaletta del disco, che lascia stupiti di come a ottant’anni le corde vocali risultino ancora così elastiche.

A dispetto del tempo che passa e degli acciacchi fisici, Crosby palesa un’ottima forma ed è del tutto evidente che abbia ancora voglia e cose da dire. For Free è un disco curato nella forma e nella sostanza, cesellato da mani esperte e cura artigianale, e capace di rendere onore a un suono di cui il vecchio chitarrista è ormai da sessant’anni uno dei migliori interpreti. Niente di nuovo, ci mancherebbe, e tutto è prevedibile, tranne, però, la classe cristallina di una stella che non smette di brillare intensamente, nonostante il suo tempo stia volgendo a termine. E questo, alla resa dei conti, è ciò che fa la differenza.

VOTO: 7

 


 


Blackswan, giovedì 02/09/2021

mercoledì 1 settembre 2021

SCORPIONS - BLACKOUT (Mercury, 1982)

 


Dopo un decennio di buon levatura ma senza picchi indimenticabili, i tedeschi Scorpions attraversano la prima metà degli anni ’80 spinti da una baldanzosa ispirazione, che li porta a pubblicare il meglio della loro lunga discografia. L’eta dell’oro della band tedesca si apre Animal Magnetism (1980), disco che inanella un filotto di canzoni dure ma orecchiabili, venate di hard blues e dal suono brillante e potente, e si chiude con Love At Fisrt Sting (1984), lavoro dal tocco decisamente mainstream, che vende benissimo e annovera autentici istant classic quali Still Loving You e Rock You Like A Hurricane.

A metà strada esatta tra questi due estremi, nel 1982, la band tedesca pubblica Blackout, l’album che la critica definisce come il loro capolavoro e che li spinge a conquistare, finalmente, anche il mercato americano, dove gli Scorpions raggiungono la decima piazza di Billboard e conquistano il disco di platino.

Registrato a Nizza, in Francia, e non come di consueto in Germania, e prodotto dal sodale di vecchia data Dieter Dierks, Blackout potrebbe essere definito come il disco della svolta, quello del successo planetario, almeno stando agli impressionanti numeri di vendite, che portano le nove canzoni in scaletta a conquistare riconoscimenti ovunque (tra cui la prima posizione assoluta in Francia). Merito di una formula rodata nei dischi precedenti, ma qui tirata a lucido da un suono limpido e compatto, che alterna riff penetranti e melodie irresistibili, chitarre taglienti e tiro radiofonico, che gioca a essere mainstream senza però perdere un briciolo della potenza d’impatto.

Se si può concepire un disco metal e renderlo orecchiabile, Blackout ne è la matrice: un disco duro, dai rimi infuriati e dai riff assassini, che al contempo piace a tutti, anche a quelli non adusi ai suoni estremi, e che vende, vende benissimo, senza però compromettere la propria anima con artifici che ne smussino la propulsiva irruenza. Un disco squillante, incisivo e irresistibile, che affianca derapate fulminanti (la title track, Now!, Dynamite), a oscuri scenari di sabbathiana memoria (China White), ballate virili dall’irresistibile piglio melodico (la leggendaria No One Like You e You Give Me All I Need), sfrontato airplay radiofonico (Arizona) e romantica malinconia da cantare tutti insieme, accendino alla mano, nel cuore pulsante di un live act (When The Smoke Is Going Down).

Una band rodatissima e in stato di grazia, dal motore cromato e ruggente, sostiene l’ugola d’oro di Klaus Meine che, nonostante i problemi alle corde vocali (nei cori gli dà una mano l’amico Don Dokken) sfoggia una performance di livello mostruoso per estensione e intensità interpretativa.

Il Blackout emotivo del titolo venne ispirato dalla suggestiva foto in copertina, autoritratto dell’artista Gottfried Helnwein in camice bianco, con benda in testa e forchette sugli occhi, mentre lancia un urlo e manda in frantumi un vetro. Ulteriore iconico elemento, questo, di un disco che rasenta la perfezione e che darà agli Scorpions fama imperitura, ribadita dal successivo Love At First Sting e poi, solo parzialmente offuscata da una seconda parte di carriera dalla creatività in affanno e dallo smalto molto meno lucido.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 01/09/2021