giovedì 10 marzo 2022

TEARS FOR FEARS - THE TIPPING POINT (Concord, 2022)

 


Sono passati diciotto anni dall’ultimo disco in studio dei Tears For Fears. Diciotto anni. Uno iato impressionante, anche se non dovessimo misurarlo con i ritmi frenetici di questo mondo impazzito, esattamente il tempo di veder nascere un figlio e vederlo poi diventare maggiorenne. Curt Smith e Roland Orzabal, dopo la rottura artistica (e affettiva) degli anni ’90, quando per tutto il decennio, passavano il tempo a insultarsi reciprocamente a mezzo stampa, si sono dovuti riavvicinare lentamente per prendere le misure di un rapporto ormai logoro, farlo funzionare di nuovo e capire che era ancora possibile creare musica insieme.

Un lustro fa, l’annuncio di questo The Tipping Point, che aveva fatto battere forte il cuore a tanti fan ormai rassegnati alla scomparsa della band. Le cose, però, non sono andate come previsto e i tempi si sono dilatati: la morte della prima moglie di Orzabal, i suoi successivi problemi di salute, il cambio di management e il passaggio da un’etichetta all’altra: ogni circostanza sembrava far propendere verso scenari pessimisti, alimentava il dubbio circa la realizzazione dell’album o la sua eventuale caratura artistica. E invece…

Invece, The Tipping Point, a dispetto di tutto e di tutti, è un gran disco, un’opera che ha visto i due amici/nemici collaborare in un clima distensivo, grazie anche al nuovo approccio di Orzabal, che si è evidentemente rilassato, ha tenuto a bada la sua smania di controllo e si è aperto a quella collaborazione fattiva, che negli anni del grande successo era mancata, portando alla fuga di Smith dal comune progetto.

Il risultato sono undici canzoni arrangiate con rara eleganza, di una sostanza melodica piena e consapevole, che non ha avuto bisogno di riciclare vecchie idee, ma che, invece, ha saputo collocarsi nel panorama pop attuale, senza guardarsi alle spalle.  

Solo a tratti giungono echi di un lontano e glorioso passato, e se è vero che lo stile è inconfondibile (quelle due voci che riconosceresti anche nella più assordante cacofonia), non c’è spazio per la nostalgia, ma solo per nuove intuizioni, per un approccio hic et nunc, per la visione di un pop che sa mutare pelle mantenendo intatta una sostanza di ganci irresistibili e classe cristallina. Ascoltate, ad esempio, "Break The Man", con le chitarre accordate come nella celebre "Pale Shelter", a evocare la leggerezza di una mattina di assolata primavera, e la ritmica così incredibilmente moderna e seducente, sottofondo ideale per nottate stilose: ecco la sintesi, ecco l’equilibrio, il passato e presente che convivono in un suono nuovo, che scarta dall’ovvio dell’autocitazione.

The Tipping Point è un disco arioso e vario, che gioca coi ritmi, che si apre alla malinconia di ballate spacca cuore, che cerca e trova la convivenza fra strutture complesse e immediatezza melodica, che sfodera un’omogenea simbiosi fra elettronica e strumenti acustici. Non c’è una sola canzone che non sia attrattiva, che non seduca a ripetuti ascolti, a partire dall’introduttiva "The Small Thing", immensa, a dispetto del titolo, un brano costruito per accumulo, che parte folk minimalista e si gonfia di umori soul, scorrendo verso un finale pieno, avvolgente, rumoroso.

Ogni brano è una delizia melodica, levigata dal velluto di arrangiamenti sobri e misurati. Forma che si fa sostanza, e viceversa. Il battito cupo di "My Demons", il cui incedere strizza l’occhiolino ai Depeche Mode, lo struggimento malinconico di "Rivers Of Mercy", vertice emotivo dell’album e appendice 2.0 alla "Mercy Street" di gabrielliana memoria, la tensione drammatica che pervade "Master Plan" e la coccola al miele di "Please Be Happy", sono momenti di musica destinati a farsi amare nel tempo. Perché The Tipping Point non è solo uno dei dischi più intensi ascoltati in questa prima parte dell’anno, ma un vero e proprio instant classic, che riaccende la luce sulla storia di una band che nessuno potrà mai dimenticare. Anche se dovessero passare altri diciotto anni per un nuovo disco.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, giovedì 10/03/2022

martedì 8 marzo 2022

BETH HART - A TRIBUTE TO LED ZEPPELIN (Provogue, 2022)

 


Un disco di cover, ormai, non si nega a nessuno. Certo, il più delle volte si tratta di raccolte che contengono reinterpretazioni di brani tratti dal songbook di svariati musicisti. Più raro, un disco tributo a una sola band, operazione per la quale è necessario gran gusto, capacità di sintesi, di rilettura filologica e visione. Perché il rischio, diversamente, è quello di mancare il bersaglio e passare per folli, soprattutto se quella band, che vai a evocare, porta il nome di Led Zeppelin.

Con A Tribute To Led Zeppelin, Beth Hart e la band che l’accompagna, hanno deciso di intraprendere ciò che pochi artisti avrebbero osato fare. Sulla carta, la Hart, con la sua voce potente e il suo timbro graffiante, che resiste immarcescibile allo scorrere del tempo, sembra essere più vicina a un sostituto di Robert Plant di chiunque altro, ma catturare il peso artistico e la mistica degli Zep, plasmandoli al proprio stile interpretativo, richiede un alto livello di talento artistico e visione d’insieme profonda e avvolgente.

Hart ha già eseguito alcune delle nove tracce dell'album, anche se in contesti live. Non sorprende, allora, che apra la scaletta con "Whole Lotta Love", un brano a lei famigliare, per essere da tempo un classico dei suoi concerti, e che qui viene riletta come avrebbe fatto Plant se fosse stato una donna. Eppure, la Hart evita con cura l’effetto copia incolla, e ha il merito di mantenere integra la propria identità, attraverso il caratteristico gorgheggio e le vocalizzazioni improvvisate.

"Whole Lotta Love" dà il tono complessivo all'album, mostrando non solo l'atteggiamento della Hart (tutt’altro che remissivo di fronte ai mostri sacri), ma anche l'approccio filologico al materiale in scaletta. Con la guida del produttore e chitarrista Rob Cavallo, che ha anche prodotto il precedente lavoro, War In My Mind, il tandem opta per interpretazioni fedeli alla scrittura degli Zep. In tal senso, le tracce sono rock-centriche, non ci sono scarti fantasiosi o bizzarre riletture: ciò che conta, è semmai la voce della Hart e l’amalgama coi musicisti, concentrati e grintosi per far rivivere appieno l'abilità tecnica del quartetto originale.

In tal senso, tutti i protagonisti del tributo fanno bene la loro parte e l'ascoltatore si troverà a godere, grazie a interpretazioni che evitano tanto folli voli artistici quanto riproduzioni in copia carbone.

Al suono, potente e hard, è stata aggiunta più orchestrazione: gli archi spesso si armonizzano con i riff di chitarra e le incisive sezioni di fiati spostano leggermente l’accento su brani altrimenti arcinoti nel loro sviluppo. Così, senza nulla togliere all’inarrivabile potenza degli originali, anche pochi ritocchi stilistici, rendono queste cover meritevoli di attenzione, con vertici davvero notevoli in "Black Dog", "Good Times, Bad Times", nel medley "No Quarter/Babe I’m Gonna Leave You", e nella conclusiva "The Rain Song".

Impossibile parlare male di questo disco, e se anche le canzoni in scaletta le conosciamo a memoria, il lavoro fatto dalla Hart è di caratura davvero notevole. Ciò nonostante, come è inevitabile in progetti di questo tipo, sappiamo già che i puristi dei Led Zeppelin potrebbero esprimere indignazione o disprezzo, nonostante l’audacia della Hart nel misurarsi con un songbook, che la maggior parte degli artisti avrebbe troppa paura di affrontare, mentre ascoltatori meno passionali, potrebbero lamentarsi della scarsa fantasia con cui il materiale è stato reinterpretato (salvo, poi, lamentarsi di nuovo perché gli originali sono comunque superiori a qualsiasi rilettura). Un bel dilemma davvero. Tuttavia, a leggere questo tributo con obiettivo distacco, è indubbio che la Hart sia stata in grado di accostarsi alla leggenda, mantenendo intatto il trasporto emotivo del potente hard rock della premiata ditta, aggiungendo la firma distintiva di una voce unica. In tal senso, A Tribute To Led Zeppelin è un omaggio ispirato, appassionato e devoto a quella che è forse la più grande rock blues band del nostro tempo.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, martedì 08/03/2022

lunedì 7 marzo 2022

THE SLOW SHOW - STILL LIFE (Pias, 2022)

 


Raccontare un disco degli Slow Show non è un’impresa facile, perché la musica della band mancuiniana dribbla ogni razionalizzazione e vive in una dimensione parallela, dove contano solo ed esclusivamente le emozioni. Canzoni svincolate dall’ovvio, fluttuanti e immaginifiche, che impongono un’esperienza d’ascolto immersiva e totalizzante. E’ un dono per pochi, come dimostra la loro straordinaria discografia, composta da quattro album bellissimi, eppure nascosti in un sottobosco emotivo, a cui ha accesso solo una nicchia di ascoltatori/viaggiatori: anime inquiete, sempre con le valigie in mano, pronte a partire verso paesaggi sonori declinanti delicati struggimenti e malinconie definitive.

Pubblicato il 4 febbraio 2022 tramite Pias, Still Life, come il suo predecessore (Lust and Learn del 2019), è un disco avventuroso e mozzafiato, reso però ancora più speciale dalle circostanze in cui è stato generato. Un album, infatti, nato durante la pandemia, in due anni in cui la band, composta da Rob Goodwin, Frederick't Kindt, Joel Byrne-McCullough e Chris Hough, ha dovuto lavorare prevalentemente a distanza, a causa del lockdown e dei divieti di viaggio. Sarebbe riduttivo, però, definirlo un disco pandemico, perché come sempre la musica degli Slow Show è comunque il frutto di profonda introspezione e tumulti interiori. La pandemia, in Still Life, è, quindi, solo lo spunto iniziale, e sebbene nato in tempi di solitudine e disconnessione, il disco suona semmai come una riflessione universale sull’uomo di fronte alle difficoltà, all’incertezza, e alla paura per un futuro che pone solo domande, nessun punto fermo, nessun riferimento a cui aggrapparsi.

Non c’è però tristezza, né disperazione, in questa musica dal respiro cinematografico, ma semmai una diversa consapevolezza nello scandagliare l’anima per trovare una speranza, una luce che illumini l’oscurità per celebrare la vita. Meno immediato dei suoi predecessori, Still Life indaga l’intimo per liberare spazio, per aprire varchi in cui cercare l’azzurro del cielo, il calore del sole, la bellezza di una natura che, a dispetto del titolo, vibra intorno a noi per ricordarci che la vita, se lo vogliamo, può essere ancora incredibilmente appagante.

Il linguaggio usato dalla band è il consueto: strumentazione prevalentemente acustica, la voce baritonale e impostata di Rob Goodwin, un approccio apparentemente minimalista che, come un miracolo, si gonfia di sincero romanticismo, di indicibili malinconie e vibrante epos, e accerchia l’ascoltatore, avvolgendolo in un abbraccio voluttuoso, quasi orchestrale. Come avviene esattamente nell’opener "Mountbatten", le note sgocciolate di un pianoforte, la carezza degli archi, la voce profonda di Goodwin, i momenti di stasi e le ripartenze melodiche, che spingono l’ascoltatore a fluttuare a mezz’aria, in un mondo parallelo a quello reale, così famigliare alla musica degli Slow Show, eppure, ogni volta, così inaspettatamente sorprendente.

Still Life, come dicevamo, è un viaggio dell’anima, e basta guardare fuori dal finestrino del nostro cuore, per perdersi in un’eterea calligrafia cinematografica (la spoken word della conclusiva "Wheightless"), nel caracollare bluesy di un romanticismo in bianco e nero ("Blinking"), nelle luci sfreccianti a ridosso di nostalgie notturne ("Blue Nights") o nell’aria, sapida di rugiada, di mattinate allagate di sole ("Breathe"). Proverete il sapore delle lacrime, salate di tristezza, ma anche di un’incomprensibile allegria, e palpiti del cuore, così rumorosi da sovrapporsi alle note, e ancora, l’estasi di librare leggeri, sopra i vostri corpi, persi, definitivamente, in una musica catartica, tanto coinvolgente, quanto inafferrabile, nella sua diafana e vaporosa consistenza.

Resta da chiedersi, di fronte a un disco di questa caratura, come sia possibile che una band del livello degli Slow Show, non abbia un posto di prestigio nell’odierno panorama alternative, ed è triste prendere atto che questa musica, certo non immediata, sia costantemente ignorata sia dalla stampa specializzata che dal grande pubblico. Voi che leggete queste poche righe, avete il potere di cambiare il corso degli eventi: ascoltate Still Life e diffondete il verbo. Abbiamo un disperato bisogno di bellezza.

VOTO. 9

 


 


Blackswan, lunedì 07/03/2022

giovedì 3 marzo 2022

HAPPY TOGETHER - THE TURTLES (White Whale, 1967)

 


Questa è la storia di Happy Together, la canzone che nessuno voleva registrare e che invece costruì la fortuna dei Turtles, una band di ventenni californiani che, all’improvviso, il 14 febbraio del 1967, si ritrovò sul tetto del mondo.

Il brano, infatti, pubblicato inizialmente come singolo e poi inserito nel terzo album della band, vanta numeri da capogiro: prima piazza della Billboard Hot 100 USA, diventando il primo e unico singolo della band in cima alle classifiche americane, top 20 in diversi paesi, incluso il Canada (seconda) e il Regno Unito (dodicesima), disco d’oro sia in Inghilterra che negli States, dove vendette in poco tempo un milione di copie.

E pensare che, come accennato, la canzone, prima di vedere la sua definitiva realizzazione, venne rifiutata da tutti gli artisti a cui fu proposta. Scritto da Alan Gordon, mentre era seduto ai tavolini di un negozio di dolciumi a Brooklyn, il brano fu completato successivamente dallo stesso Gordon con la collaborazione di Garry Bonner, caro amico e anch’esso membro dei The Magicians, un gruppo Rock & Roll con sede a New York. Il demo, che fu registrato con pochi mezzi, fu offerto e rifiutato da dozzine di musicisti, a causa del suono primitivo e della pessima resa sonora del nastro.

I Turtles, invece, si accorsero del potenziale di Happy Together, e dopo averla provata più volte dal vivo, visto l’ottimo ritorno da parte del pubblico, decisero d’inciderla come singolo. Mai intuizione si rilevò tanto azzeccata: oltre al considerevole riscontro commerciale, per la band, infatti, si aprirono le porte del successo, i Turtles vennero chiamati a esibirsi in diversi programmi TV, come The Ed Sullivan Show e The Smothers Brothers Show, la stampa iniziò a portarli in palmo di mano e quella hit, prima tanto sottovalutata, apparve in numerosi film e programmi tv, venne inserita nell’elenco delle canzoni del ventesimo secolo più eseguite negli Stati Uniti (cinque milioni di passaggi radio fino al 1999) e, nel 2007, entrò nella Grammy Hall of Fame.

Ciò che conta realmente, a prescindere da premi e riconoscimenti, è che Happy Together è una canzone bellissima, attraversata da un ingenuo romanticismo, un filo sdolcinata, forse, ma non tanto da offuscare l’immagine nitidissima di un grande amore e di due ragazzi che, solo stando insieme, possono dipingere l’esistenza coi colori della felicità: “Immagina me e te, io lo faccio, Ti penso giorno e notte, è giusto così, Pensare alla ragazza che ami e tenerla stretta, Così felici insieme”; e ancora: “Non riesco a vedermi amare nessuno tranne te, Per tutta la mia vita. Quando sarai con me, piccola, i cieli saranno azzurri. Per tutta la mia vita”.

Ultima annotazione di colore: quando Happy Together entra in classifica, la prima piazza è saldamente occupata da Penny Lane dei Beatles. Passano solo pochi giorni, e i Fab Four vengono scalzati dalla vetta da sei ragazzotti americani, che si ritrovano catapultati, di punto in bianco, nella leggenda.  




Blackswan, giovedì 03/03/2022

martedì 1 marzo 2022

SPOON - LUCIFER ON THE SOFA (Matador, 2022)

 


Abbiamo dovuto aspettare ben cinque anni per un nuovo album dei texani Spoon, dal momento che il loro ultimo disco, Hot Thoughts, risale al lontano 2017. Quell’album, assai ambizioso, cerebrale e strutturalmente meno immediato, era una sorta di puzzle sonoro, all’apparenza confuso, in realtà molto efficace alla distanza, tanto da suonare come un episodio, si anomalo, ma comunque incredibilmente spassoso.

Con il nuovo Lucifer On The Sofa, la band mette, invece, in atto una giravolta, si stacca decisamente da quel suono e imbocca la direzione opposta, alla ricerca di un’espressività più immediata e di un approccio alla canzone quasi “live”, nonostante abbiano iniziato a lavorare su questo materiale fin dal 2018.

Un disco, Lucifer, che ha visto per la band texana anche il ritorno a casa, ad Austin, dove, per la prima volta da Gimme Fiction del 2005, gli Spoon hanno registrato tutta la scaletta, utilizzando lo studio Public Hi-Fi di proprietà del batterista Jim Eno, e avvalendosi dei servigi del produttore dei Queens Of The Stone Age, Mark Rankin, e del poliedrico Dave Fridmann, che aveva messo anche mano al precedente Hot Thoughts.

Che gli Spoon siano in formissima, rigenerati dal lungo iato e galvanizzati da un’inclinazione più decisamente rockista, lo si capisce fin dall’opener Held, non una canzone originale, ma una cover di un pezzo datato 1999, a firma Bill Callahan, alias Smog. Un brano cadenzato e graffiante, riletto senza stravolgere l’originale, ma suonato come fosse la chiave di lettura per interpretare il suono che attraversa l’intero disco, e cioè quello di una band che si è scrollata di dosso la polvere della lunga inattività, ritrovando nel rock l’energia che da sempre fa vibrare le loro performance live. Un approccio molto classico, se vogliamo, che arriva immediatamente al centro del bersaglio e che strattona l’ascoltatore con una tripletta iniziale da urlo: la citata Held, il primo singolo, The Hardest Cut, e la funkeggiante The Devil & Mr. Jones, che ammicca addirittura ai Rolling Stones.

Un taglio sonoro, quello che permea Lucifer, che spesso strizza l’occhio agli anni ’70, facendo convivere all’interno della stessa scaletta le chitarre vibranti di On The Radio, il pianoforte della bellissima Satellite o il potenziale radiofonico di Wild (a qualcuno torneranno in mente anche gli U2).

Uno degli elementi distintivi dei dischi degli Spoon è che sono sempre traboccanti di dettagli e sfumature che non possono essere visualizzate tutte nei primi ascolti, il che significa che ogni nuovo ascolto diventa più gratificante del precedente. Questo particolare è ancora più evidente in Lucifer, un disco di cui, almeno all’inizio, non si riesce a cogliere il tessuto connettivo che lega i singoli brani, salvo, poi, quando i punti di forza più profondi divengono evidenti, rendersi conto di essere di fronte a un'eccezionale raccolta di canzoni, coerenti per estetica e sostanza. Insomma, gli Spoon non sbagliano un colpo, riuscendo ogni volta a reinventarsi senza inventare nulla, a mantenere immediatamente riconoscibile il proprio stile, spostando di poco le coordinate sonore, così da risultare sempre tanto famigliari quanto brillanti.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, martedì 01/03/2022