giovedì 8 settembre 2022

PUMPED UP KICKS - FOSTER THE PEOPLE (Startime International/Columbia, 2011)

 


Pumped Up Kicks è una canzone leggera e dalla melodia accattivante, uno di quei brani che puoi ascoltare in cuffia seduto sul divano, per goderti un momento di relax, oppure alzarti in piedi e ballarlo. Fa lo stesso: in ogni caso, raggiunge il suo scopo, lasciandoti sulla bocca un buon sapore zuccherino e un sorriso divertito.

Autore della canzone è Mark Foster, un musicista losangelino, che dopo aver lavorato alla composizione di jingle pubblicitari, decide di dare una svolta a una carriera che gli sta troppo stretta. Arruola così il bassista Cubbie Fink e il batterista Mark Pontius, e dà vita al progetto Foster The People.

Nel 2011, Pumped Up Kicks viene pubblicata sul sito web della band, e grazie al passaparola, i Foster The People vengono notati sia dalla stampa specializzata che dalla Startime International, che li mette sotto contratto. Trainati dal successo del brano, Foster e compagni pubblicano un primo Ep omonimo e poi, nel giugno del 2011, Torches, il loro album d’esordio, che si piazza all’ottava piazza di Billboard, vendendo più di due milioni di copie.

L’apprezzamento per il primo singolo, quello che innesca la carriera dei Foster The People, è trasversale: la canzone è orecchiabile, ma non banale, piace ai teenager e a un pubblico più maturo, grazie alla sua anima indie e quella ritmica che fa battere istintivamente il piede e abbandonarsi a un morbido headbanging.

Eppure, nonostante Pumped Up Kids sia così deliziosamente melodica, le liriche trattano un argomento che è tutto, fuorchè rassicurante. Il protagonista del brano, infatti, è un emarginato, un giovane disadattato che sta perdendo il lume della ragione e medita vendetta, dopo aver trovato una pistola da sei colpi nell’armadio del padre (“He found a six-shooter gun In his dad's closet”). 

Quando scrive il testo della canzone, Foster è intenzionato a fotografare, senza mezze misura, lo sfacelo di una società in cui molti giovani vivono isolati e frustrati, che non sanno rapportarsi con il mondo circostante e che si nutrono di livore nei confronti delle istituzioni, della famiglia e dei coetanei più fortunati. Il suo intento è quello di mettersi nella testa di un giovane assassino, per comprenderne le dinamiche e le motivazioni, allo stesso modo di Truman Capote quando scrisse il suo celebre A Sangue Freddo.  

Oggetto dell’odio del giovane assassino sono soprattutto alcuni suoi coetanei, identificati attraverso un particolare tipo di scarpa in voga all’inizio degli anni ’90. A quei tempi la Reebok aveva lanciato sul mercato le Reebok Pump, una scarpa che aveva un pallone raffigurato sulla linguetta, che potevi ripetutamente schiacciare per gonfiare la tomaia e aver maggior spinta nel salto. Le vendite della scarpa inizialmente andavano a rilento (era la Nike a fare sfracelli, grazie a Michael Jordan che ne era testimonial). Poi, tutto cambiò, quando Dee Brown dei Boston Celtics, prima di una schiacciata vincente, si abbassò a gonfiare la linguetta delle sue Pumps a favore di telecamera, un gesto che fece la fortuna della Reebook e del modello di scarpa. Le scarpe divennero, così, molto costose e i ragazzi che le indossavano erano considerati dei fighetti privilegiati, e quindi invisi a chi poteva permettersi, ad esempio, solo un paio di Converse. Ed è proprio questo tipo di gioventù a essere chiamato in causa nella canzone e a essere minacciata dall’arrabbiato protagonista di Pumped Up Kicks (“You better run, better run faster than my bullet”).  

Una canzone allegra, dunque, ma dal testo oscuro e inquietante. Troppo inquietante, visto che MTV, ogni volta che riproduceva il video, toglieva l’audio sulle parole “pistola” e “proiettile”. E questo, nonostante Foster abbia sempre affermato che la canzone era una critica alla società e che quella violenza viveva solo nelle immagini create dalla fantasia malata del ragazzino che ne era protagonista.

Affermazioni senz’altro sensate, ma che non poterono impedire la censura del brano da parte dei circuiti radiofonici nazionali, quando, nel dicembre del 2012, alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, in Connecticut, un ventenne di nome Adam Lanza fece fuoco all’impazzata, uccidendo ventisette persone, di cui venti bambini, fra i sei e i sette anni. 




Blackswan, giovedì 08/09/2022

martedì 6 settembre 2022

MY SLEEPING KARMA - ATMA (Napalm Records, 2022)

 


I riferimenti all’India, alla sua religione e alle sue divinità, sono una costante dei dischi dei My Sleeping Karma, band tedesca attiva dal 2006 e giunta, oggi, a pubblicare il sesto disco, il primo dopo sette anni di pausa. Se l’India vive nei titoli degli album e delle canzoni del gruppo teutonico, la musica, però, è quanto di più lontano possa esserci dalle sonorità che si ascoltano nell’esotica nazione asiatica. I My Sleeping Karma, infatti, sono una rock band che ha plasmato negli anni un ibrido in cui confluiscono psichedelia, stoner, post rock e schegge di metal. Basso, batteria, chitarra, tastiere, niente cantante e tanto groove.

Atma, che nell’induismo è il termine per indicare l’anima, nasce dopo un lungo iato, in cui la band aveva completamente perso l’ispirazione e la voglia di suonare. Piano piano, il gruppo è tornato in studio a registrare, partendo da abbozzi di idee, che lentamente hanno preso la forma di sei lunghe canzoni, caratterizzate dal consueto mood ipnotico, in perfetto equilibro fra momenti distesi, quasi cinematografici, e improvvisi uragani elettrici.

Il disco si apre con i nove minuti di "Maya Shakti", un fiume sonoro che fluisce tra profondità cavernose ed emerge spazi immensi di accecante bagliore. "Prema" è un’estensione della canzone precedente, una variazione sul tema, in cui è ancora la chitarra a indicare la strada, un percorso, questa volta, quasi sospeso a mezz’aria. "Mutki", la più breve del disco, coi suoi sei minuti e quaranta, suggerisce un senso di estasi e di meraviglia, "Avatara" è come perdersi in un bosco, trasmette una sensazione di pericolo, ma di un pericolo eccitante, di quelli che spingono all’esplorazione, alla scoperta. Si percepisce che qualcosa sta per succedere, qualcosa di buono o di cattivo sta arrivando col vento, che soffia insieme a un incredibile lavoro della sezione ritmica. "Pralaya" è probabilmente il brano concettualmente più semplice da interpretare, è cupo, si muove nel profondo, ha connotati goth ed evoca qualcosa dei Tool. "Ananda" e il suo carico di instabilità e disagio, chiudono un disco impervio e poco lineare, ma decisamente suggestivo.

Resta, però, una sensazione di incompiuta, quel retrogusto che ti fa dire che forse si poteva fare meglio, che non tutto è sviluppato come avrebbe potuto. Per carità, Atma è un album che formalmente non fa una piega, che si ascolta e si riascolta volentieri, trascinando l’ascoltatore in un vorticoso fluire di groove. Eppure, l’impressione finale, è che l’idea di base sia sempre la stessa, e che la band viaggi con il pilota automatico, senza grande pathos, senza scarti dal prevedibile, senza impennate di genio. Buono, ma con riserva.

VOTO: 6,5

 


 

 

Blackswan, martedì 06/09/2022

 

lunedì 5 settembre 2022

NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL - NOISE & FLOWERS (Reprise, 2022)

 


Ennesimo album live pescato dai suoi infiniti archivi, Noise & Flowers fotografa Neil Young durante il tour europeo del 2019 insieme ai Promise Of The Real, la band capitanata da Lukes Nelson, con cui il canadese ha già registrato due album in studio (The Monsanto Years e The Visitor) e uno dal vivo (Earth).

Il disco contiene quattordici canzoni pescate da nove concerti tenuti in giro per l’Europa appena due settimane dopo che Elliot Roberts, amico di una vita di Young e suo manager da oltre 50 anni, è morto all'età di settantasei anni. Young si è accostato, quindi, a ogni spettacolo con l’intento di celebrare e onorare la memoria di Roberts. Nelle note di copertina dell'album, il rocker spiega: "Suonare in sua memoria lo ha reso uno dei tour più speciali di sempre. Ci siamo messi in viaggio e abbiamo portato il suo grande spirito con noi in ogni canzone. Questa musica non appartiene a nessuno. È nell'aria. Ogni nota è stata suonata per il grande amico della musica, Elliot.” E si sente. L’atmosfera è vibrante, Young e i Promise Of The Real suonano con trasporto e fanno quello che sanno fare al meglio, in tutti i brani in scaletta.

Nel rendere omaggio al manager che ha guidato la carriera di Young per oltre mezzo secolo, Noise & Flowers esplora tutti gli angoli della sua vasta discografia. Nel disco convivono inni immortali ("Mr. Soul", "Helpless", "Rockin' in the Free World", "Alabama") con brani risalenti agli anni '70 eseguiti raramente ("Field of Opportunity", "On the Beach") oltre a gemme degli anni '90 ("From Hank To Hendrix", "Throw Your Hatred Down").

Il disco si apre con una versione vertiginosa del classico dei Buffalo Springfield, "Mr. Soul", e all'inizio si ha quasi l’impressione che sia una cover di ("I Can't Get No") Satisfaction dei Rolling Stones. La band è sul pezzo, la musica gira a mille, l’elettricità è palpabile, e sembra davvero che Young stia ricordando il primo incontro con Elliot Roberts, avvenuto cinquant’anni fa. Una sensazione, questa, che permea tutta la durata di questo Noise And Flowers. Come, ad esempio, nella successiva "Everybody Knows This Is Nowhere", in cui l’interazione vocale fra Lukas e Micah Nelson, Corey McCormick e Young evoca la sensazione di essere immersi in una gloriosa registrazione dei CSN&Y.

L'interplay tra Young e i Promise of the Real è fantastico e, oserei dire, che la band riesce spesso a replicare il grande sound dei Crazy Horse: con intuizione quasi telepatica, i ragazzi assecondano alla perfezione il canadese, sia durante le numerose e rumorose sfuriate rock, sia quando il suono si addolcisce in morbide ballate country. La scaletta è una sorta di greatest hits dal vivo, e vengono suonati molti di quei brani che ti aspetti sempre di sentir suonare dal vecchio zio Neil: una versione travolgente di "Rockin’ In A Free World", le sempre splendide "Alabama" e "Comes A Time", un’emozionante "From Hank To Hendrix", e le conclusive turbolenze elettriche di una sferragliante "Fuckin Up". Ci sarebbe stata bene anche "Hey Hey, My My", ma non si può chiedere tutto alla vita e, in definitiva, va bene così.

Perché Noise & Flowers è un live intenso e vibrante, e considerato il fatto che è stato registrato solo tre anni fa, suggerisce una cosa importante, la più importante di tutte: che Young, nonostante la veneranda età, è ancora in forma smagliante e, soprattutto, è sempre pervaso da una voglia matta di suonare, e di divertirsi facendolo.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, lunedì 05/09/2022

venerdì 2 settembre 2022

LE FREAK - CHIC (Atlantic, 1978)

 


Se stai leggendo queste righe e il titolo della canzone non ti dice nulla, probabilmente è perché vivi su Marte. Già, perché Le Freak, hit senza tempo contenuta nell’album C’est Chic, rilasciato nel 1978 dalla band newyorkese degli Chic, è una delle canzoni più famose della storia, un brano che ha venduto milioni di copie, risultando ancor oggi un irresistibile riempi pista in quelle discoteche che passano musica vintage anni’70. 

La band nacque dall’incontro fra il chitarrista Nile Rodgers e il bassista Bernard Edwards, che dopo aver tentato la fortuna in alcuni gruppi del circuito newyorkese, ingaggiarono il batterista Tony Thompson, precedentemente al servizio delle Labelle, e la cantante Norma Jean Wright, per dare vita a un gruppo che, negli intenti, avrebbe dovuto sfondare nell’allora rigogliosissimo panorama dance. Si diedero il nome di Chic e, dopo aver firmato un contratto per l’Atlantic Records, pubblicarono, nel 1977, il loro primo singolo, Everybody Dance. L’album d’esordio, Chic, fu pubblicato alla fine dello stesso anno, e arrivò ad avere un ottimo riscontro di vendite grazie al singolo Dance, Dance, Dance (Yowsah, Yowsah, Yowsah), che scalò Billboard 100 fino alla posizione numero 6.

E qui, più o meno, inizia la storia di Le Freak, una canzone ballabile e divertentissima, che nasce però da una cocente arrabbiatura e dal desiderio di sputtanare uno zelante buttafuori. Ecco i fatti. Era la vigilia di Capodanno del 1977, quando Rodgers e Edwards furono invitati allo Studio 54, un club molto popolare e alla moda di New York, in cui si poteva ballare la musica del momento e dove, ogni sera, potevi incontrare tantissime celebrità. I due erano stati invitati da Grace Jones, una cantante giamaicana, che aveva appena esordito con il suo primo album in studio (Portfolio) e che era intenzionata a collaborare per il disco successivo con i due Chic. Quando giunsero al locale, i loro nomi, però, non erano nella lista degli invitati, e non riuscirono a convincere il buttafuori che loro erano due musicisti famosi, nonostante dall’interno risuonassero le note della loro Dance, Dance, Dance. Vestiti di tutto punto e senza sapere cosa fare la notte di capodanno, Rodgers e Edwards, furibondi, se ne tornarono a casa e iniziarono a scrivere una canzone, il cui intento era sbeffeggiare e mettere alla berlina il buttafuori del locale. Tanto che il titolo provvisorio del brano doveva essere Fuck Off, e cioè la frase pronunciata dal buttafuori prima di chiudere loro la porta in faccia. Tuttavia, quando registrarono il brano, dal momento che Edwards non era a suo agio con le imprecazioni (la canzone, poi, avrebbe potuto trovare la censura da parte delle radio), il titolo fu modificato in Freak Off, trasformato quindi nel Le Freak, che tutti conosciamo.

La canzone raggiunse per tre volte la prima posizione di Billboard 100 (due a dicembre 1978 e una gennaio 1979) ed è stato il più grande successo commerciale di tutti i tempi per la Atlantic Records, con ben tredici milioni di copie vendute, di cui due milioni solo negli Stati Uniti.

E pensare che alla casa discografica la canzone non piaceva e non aveva intenzione di pubblicarla come singolo. Nile Rodgers ricorda, che quando riunirono tutto lo staff dell’Atlantic per far ascoltare Le Freak in anteprima, una volta passato il brano, nella stanza calò un silenzio di tomba, tutti uscirono dalla sala conferenze, lasciando i due musicisti da soli con il loro avvocato. I dirigenti Atlantic tornarono nella stanza dicendo che la canzone faceva schifo e che avrebbero preferito pubblicare come singolo qualcos’altro. Fortunatamente per loro, però, le cose andarono come voluto dai due musicisti, che da quel momento in avanti si guadagnarono un posto al sole nello star system dell’epoca.

 


 

 

Blackswan, venerdì 02/09/2022

giovedì 1 settembre 2022

I'M YOURS -JASON MRAZ (ATLANTIC, 2008)

 


Apritevi all’amore e alla vita, donate con generosità e ricevete con riconoscenza. Siate felici, soprattutto, e condividete la gioia con gli altri, con chi vi ama e vi sta vicino. E’ questo il messaggio positivo contenuto in I’m Yours, uno di quei tormentoni che se ascolti anche una sola volta, finisci per ricordarne per sempre la melodia.

Un brano zuccherino, certo, ma tutto sommato refrattario alle mode, non incanalato negli standard di un genere, ma dotato di una inusuale libertà espressiva, addirittura scarno nella sua veste formale, eppure incredibilmente ritmico e melodioso.

Mraz scrisse la canzone nel 2003, in un quarto d’ora, mentre si trovava a casa sua a San Diego e stava cazzeggiando con la chitarra elettrica. La melodia gli sgorgò dalle dita quasi per caso e iniziò a cantarci sopra, ispirato dal sole e dal cielo terso di quel pomeriggio californiano. E quel momento, di perfetta estasi, ispirò le liriche, che esprimevano la felicità di sentirsi vivo, di godere della bellezza del mondo e di volerla condividere con gli altri.

Il chitarrista iniziò a eseguire immediatamente il brano dal vivo e, nel 2005, decise di pubblicarne una versione demo, che inserì su un EP bonus a edizione limitata, che venne pubblicato per promuovere il suo album Mr. A-Z.

Più il tempo passava, più Mraz si accorgeva che I’m Yours faceva breccia nel cuore della gente, anche perché su YouTube iniziavano a comparire centinaia di cover del brano, eseguite dai suoi fan. A quel punto il chitarrista decise che era ora di dare una propria casa alla canzone, e pertanto la inserì in una versione definitiva nel suo album We Sing. We Dance. We Steal Things., il cui titolo venne ispirato a un’opera di David Shrigley, un artista britannico, noto soprattutto per i suoi cartoni animati umoristici, che disegnò anche la copertina del disco.

In realtà, una demo del brano, anni prima, era stata consegnata da Mraz anche a Steve Lillywhite, che era il produttore del disco precedente, Mr.A-Z. Lillywhite, che aveva lavorato con Simple Minds, U2, Talking Heads, Big Country e Rolling Stones, non riusciva, però, a comprenderne il senso perché mancava un ritornello, o meglio, perché tutto il brano era un unico ritornello. Quindi, ci lavorò un po', ma poi, non sapendo che farne, la accantonò, salvo poi, in un’intervista successiva alla pubblicazione del singolo, fare ammenda, per non aver capito, testuali parole, di avere” una pepita d’oro” fra le mani.

Il successo del brano, tuttavia, non fu immediato. I’m Yours, infatti, detiene il record per il tempo più lungo occorso a una canzone, ventotto settimane, per accedere alla prima piazza di Billboard, superando di una settimana il precedente record registrato da Bad Days (2005) di Daniel Powter. Tuttavia, I’m Yours detiene anche un altro primato, decisamente più confortante: è stata, infatti, la canzone che ha stazionato più a lungo, ben settantasei settimane, nella Hot 100 di Billboard.

 


 

Blackswan, giovedì 01/09/2022