lunedì 11 novembre 2024

Down By The River - Neil Young (Reprise, 1969)


 

“Down by the river
I shot my baby
Down by the river
Dead
(Ooh, shot her dead)”

 “Ho sparato alla mia ragazza, giù al fiume”. Un ritornello di questo tenore non solo carpisce immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore, ma lo fa anche sobbalzare sulla sedia. Perché il tema sembrerebbe quello di un femminicidio, l’atto inconsulto di un uomo che, vicino al greto di un fiume, lontano dalla vista di tutti, spara alla propria ragazza.

Fu lo stesso Neil Young, qualche tempo dopo la pubblicazione del brano, però, a fare chiarezza, spiegando che Down By The River era in realtà una sorta di supplica, un grido di disperazione di un uomo che stava perdendo il proprio amore, che veniva lasciato dalla donna che ama. C’è rabbia, c’è incredulità, c’è tanto dolore, ma se di omicidio si parla, questo è solo figurato, vive solo nell’immaginazione di un uomo che sta emotivamente tracollando.

Questa prima interpretazione è quella sicuramente più immediata, quella apparentemente più logica. A riflettere con attenzione, però, si potrebbe dare un senso diverso a Down By The River, che, non è un’ipotesi campata in aria, potrebbe metaforicamente parlare di droga e di dipendenza.   

Se di primo acchito, infatti, questa canzone sembra parlare di uno psicopatico che ha ucciso il suo amore e soffre per il rimorso del gesto estremo, il senso cambia completamente qualora l’amore diventasse il sinonimo di qualcosa che crea dipendenza, sia questa droga, alcol o un’ossessione. Ecco, allora, che la canzone si tramuta in un atto di ribellione contro quella dipendenza.

Stai al mio fianco, io sarò al tuo fianco, piccola

Non hai motivo di nasconderti

È così difficile per me stare qui tutto solo

Quando potresti portarmi a fare un giro

Lei potrebbe trascinarmi oltre l’arcobaleno

E mandarmi via

 

La prima strofa è l’accettazione della dipendenza, che è palese, evidente, e che genera una piacevole assuefazione (Lei potrebbe trascinarmi oltre l’arcobaleno). Il ritornello, però, spariglia subito le carte sul tavolo: l’omicidio, o presunto tale, è in definitiva nient’altro che la disintossicazione, il rifiuto di quella droga che tiene il protagonista del brano chiuso in una prigione dorata.

Prendi la mano, io prenderò la tua

Insieme potremmo andarcene via

Tutta questa follia fa troppo male

È impossibile farcela oggi

 

Le sensazioni sono confliggenti, la dipendenza è reale, avvinghiata e risoluta a non mollare la presa, ma è una follia che fa male, di cui bisogna liberarsi. Ecco perché il protagonista, ribadisce nel ritornello che deve sparare alla propria “ragazza”, unica strada per tornare a essere finalmente libero.

Neil Young, che scrisse il brano in un giorno in cui era stato vittima di una febbre altissima, provò a registrare la canzone con i Crazy Horse, durante le sessioni di un altro suo brano epocale, Chinnamon Girl. Mentre quest’ultimo fu registrato in un batter d’occhio, la band non riusciva a trovare la chiave di lettura per Down By The River, nonostante i svariati tentativi. Furono i membri dei Crazy Horse che, dopo una giornata di inutili sforzi, decisero di proporre a Young una versione rallentata del brano. Che divenne molto più lunga, e trovò finalmente tutto lo spazio necessario per respirare.  




Blackswan, lunedì 11/11/2024

venerdì 8 novembre 2024

Leprous - Melodies Of Atonement (InsideOut, 2024)

 


Inseriti nel gran coacervo delle band progressive metal, disco dopo disco, i norvegesi Leprous hanno fatto di tutto per prendere le distanze da quella definizione tanto sommaria quanto, nello specifico, ormai insensata. Se i primi due album, Tall Poppy Syndrome del 2009 e Bilateral del 2011, potevano essere inseriti nel filone senza che qualcuno gridasse allo scandalo, oggi, i momenti più “metallici” della loro proposta possono essere considerate delle scorie, dei cascami stilistici che arricchiscono la loro musica, ma che sono assolutamente residuali. Negli ultimi anni, la musica della band ha sempre seguito traiettorie più propriamente progressive e alt-rock, accompagnate da testi cerebrali e impegnati, da un largo uso di arrangiamenti sinfonici e da un surplus di melodrammatica teatralità, che resta, anche in questo nuovo Melodies Of Atonement, uno degli elementi distintivi della loro musica.

Niente metal, dunque, ma un rock di gran classe, confezionato con estrema cura, e punteggiato da un mood malinconico e da atmosfere umbratili. Persistono gli elementi progressive, anche se sono molto meno evidenti che in passato: Melodies Of Atonement è un disco un po' più diretto e meno opulento rispetto ai loro ultimi album, in quanto elimina molto, se non del tutto, l’impianto orchestrale, in favore di elementi di elettronica, su cui si sviluppa un’accattivante e complessa architettura ritmica, questa sì, mutuata dal genere progressive. I synth rispetto alle chitarre, che sono utilizzate con misura e intelligenza, diventano il piatto forte in scaletta, mentre la voce straordinaria di Einar Solberg, la facilità con cui modifica il proprio timbro espressivo, la potenza della sua estensione e la padronanza tecnica con cui affronta anche linee complesse sono la chiave di volta di un disco in cui l’elemento vocale diventa lo strumento principale e quello che dà il segno distintivo alla proposta.

Occorrono svariati ascolti per cogliere le diverse sfumature di ogni canzone in scaletta, dal momento che, fatta eccezione forse per l'apertura "Silently Walking Alone", tutti i dieci brani sono costruiti più o meno nello stesso modo, con una partenza tranquilla che si muove lenta per poi gonfiarsi in un crescendo, in cui accadono tutte le cose più interessanti. Non è una novità, visto che questo escamotage è uno dei marchi di fabbrica della band, ma ci vuole pazienza per entrare nel mood, in considerazione anche del fatto che il cuore dell’album è composto da brani della durata media di sei minuti (si ascoltino in tal senso "Limbo" e "Faceless").

Quando il disco inizia a entrare in circolo, però, emerge anche la straordinaria classe di una band che sa pescare dal cilindro melodie avvincenti ("Atonement"), creare atmosfere crepuscolari cariche di livide suggestioni ("My Specter") o mettere in scena fantasiosi arrangiamenti e stranianti melodie pronte a deflagrare in una violenza tanto repentina quanto inaspettata ("Like A Sunken Ship", in cui le scorie metal si sentono, eccome).

In definitiva, Melodies Of Atonement è un disco riuscito, in perfetta linea con ciò che oggi sono i Leprous, una band consapevole e raffinata, che, con questo ultimo lavoro, sembrerebbe aver trovato la quadra definitiva del proprio suono. Forse, qualche sferzata di energia metal in più avrebbe potuto dare maggior corpo alla seconda parte del disco, che, seppur piacevole, sembra procedere con il pilota automatico. Parere personalissimo, che nulla toglie a un album che, a parte una copertina non bellissima, si fa ascoltare più volte, e ogni volta con rinnovato piacere.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Progressive

 


 

 

Blackswan, venerdì  08/11/2024

mercoledì 6 novembre 2024

Wunderhorse - Midas (Communion Records, 2024)

 


Quando nel 2022 esce Cub, opera prima targata Wunderhorse, in molti avevano alzato il sopracciglio per la sorpresa: il ventiquattrenne Jason Slater, reduce da una stagione frenetica ed esaltante con i Dead Pretties, tornava a dare lustro a un certo suono anni ’90, imparentato con il rock alternativo e il grunge. Un’operazione di recupero suggestiva e tutt’altro che sciatta, che aveva esaltato la proposta, portando il giovane musicista agli onori delle cronache (indie), laddove, forse, nemmeno lui pensava di poter arrivare.

Quello era un progetto prevalente solista, ambizioso, certo, ma in una fase ancora embrionica, per quanto suggestiva. Questo nuovo Midas, pur partendo dalla medesima consapevolezza e da un inesausto amore per gli anni ’90, alza ulteriormente il livello dell’asticella, affinando le idee del primo album e innalzandole a una forma più compiuta, per quanto, comunque, figlie di un’espressività diretta, grezza e senza fronzoli.   

Registrato in Minnesota presso i leggendari studi Pachyderm (Nirvana, PJ Harvey), Midas è il primo album dei Wunderhorse come band fatta e finita. Al fianco di Slater, infatti, ci sono Harry Fowler (chitarra), Jamie Staples (batteria) e Pete Woodin (basso), un quartetto che sembra nato anni fa, tanta ed evidente è l’unità d’intenti. Così, dopo il notevole e inaspettato successo di Cub, che ha spinto il gruppo in turnèe a fianco di artisti del calibro di Fontaines D.C. Pixies e Foals, i Wunderhorse sono diventati un tutt’uno e non solo l’espressione del loro leader, circostanza che ha portato a una visione più ampia, in qualche modo più rotonda.

Voce strascicata e ruvida, sferzate elettriche e riff uncinanti, sono il contorno per melodie scartavetrate ed emozionanti.

La title track apre il disco con una raffica di progressioni di accordi e un ritornello abbaiato ma efficace. Rapidi, disadorni e diretti, Slater e i suoi sodali posseggono una straordinaria efficacia nell’asciugare il suono da ogni orpello e lasciare che la scarna struttura ossea delle canzoni faccia il lavoro più importante: cogliere l’attimo col fascino distorto della presa diretta, senza che alcun lavoro di post produzione venga a inficiare la veridicità della proposta, accentuata da testi appassionati e taglienti.

"Silver", ennesimo singolo, è un’altra canzone che arriva subito al cuore con una splendida melodia, mentre in "Rain" la band crea una sorta di vortice intorno alla voce del Slater, che canta “Do you feel the rain?” con una tensione che brilla nella polvere e nella sporcizia che la canzone solleva. 

Midas è un album che, prevalentemente, racchiude al suo interno un senso di vulnerabilità, come se questa fosse un parto oscuro della mente di Slater. Una vulnerabilità sia in termini di suono, spesso sfilacciato e claudicante, seppur nascosto da chitarre aggressive, che nei testi, come avviene, ad esempio, in "Emily", punto di collisione fra Nirvana e Fontaines Dc (e i Nirvana tornano, quasi clonati, nella splendida "Arizona"), quando il frontman canta “All'interno di questo macchinario, Tutti sono pazzi, Non io, forse" o in July con quell’affermazione tranchant che recita “Sono pronto a morire”. Slater è abile nel mettere in luce la propria anima anche in un breve periodo di parole, un talento che è cresciuto incredibilmente quando la band ha trovato la sua forma definitiva.

In un mondo in cui apparentemente il pregio è less is more, i Wunderhorse sono un richiamo al passato che evoca magnificamente il meglio della cultura rock degli anni ’90, asciugandolo da inutili fronzoli e portando alla luce l’essenza di un suono. Tutto è ovviamente derivativo, ma nulla fa pensare a una blanda replica di una gloria che fu. Le canzoni sono asciutte, scelgono il rumore per nascondere la melodia, e non hanno bisogno di altro, se non della sincerità, per fare il pieno di consensi. Giocano quasi a nascondersi, ad avvolgere la loro espressività spartana in un anfratto di clandestinità. E se i riferimenti della loro proposta emergono in modo chiaro, quasi ineluttabile, non è la nostalgia a vincere la partita, ma il piacere di ascoltare canzoni che sanno evocare emozioni, forse risapute, ma comunque genuine.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Alternative, Grunge

 


 

 

Blackswan, mercoledì 06/11/2024

martedì 5 novembre 2024

Myles Kennedy - The Art Of Letting Go (Napalm Records, 2024)

 


Il senso di Myles Kennedy per il rock. Così potremmo succintamente definire il terzo album solista del cantante degli Alter Bridge. Se Year Of The Tiger (2018) era uno sfogo acustico dopo una carriera prestata all’elettricità, e The Idles Of March (2021), uscito in piena pandemia, lambiva territori contigui al southern, questo nuovo The Art Of Letting Go vede Kennedy alle prese con quello che sa far meglio: suonare rock e suonarlo potente e senza fronzoli.

La mano, in zona produzione, è quella del fidato Michael “Elvis “ Basquette, mentre a fianco del cantante e chitarrista si allineano due musicisti con i contro zebedei, Zia Uddin alla batteria e Tim Tournier al basso.  Il risultato è un disco diretto e immediato, semplice ma non privo di stratificazioni, trainato da un’energia debordante che dà lustro alla solita, ineguagliabile voce, al tiro degli strumenti, tanto tecnico quanto grintoso, e a una produzione capace di rendere super moderno quel suono da power trio, le cui radici proliferano in un terreno vecchio di decenni.

Ogni canzone gronda pathos ed è spinta da una tensione quasi palpabile, figlia di quel senso di libertà che si prova quando si fa ciò che si ama, senza vincoli, senza nessuno a cui dover rendere conto. E’ rock, puro e semplice, che nasce solo ed esclusivamente dal piacere di suonarlo, sprizzando sudore, appiccando incendi, strattonando l’ascoltare verso una purezza che manca a molta musica che si ascolta oggi.

Senza distogliere completamente lo sguardo dall’inevitabile retroterra blues ("Saving Face"), The Art Of Letting Go è un disco che picchia duro, e che si muove sui quei terreni che Kennedy frequenta a capo degli Alter Bridge o come spalla di Slash. Non mancano, ovviamente, momenti più rilassati, in cui è la melodia soprattutto ad accarezzare lo orecchie, come avviene nella malinconica "Eternal Lullaby", un episodio che rallenta il passo di un disco che, per converso, corre selvaggio, tenendo un ritmo impetuoso che non fa prigionieri.

Il piatto forte, è quasi banale sottolinearlo, è la splendida voce di Kennedy, il cui timbro è tra i più immediatamente riconoscibili del panorama rock, e la sua performance che, come di consueto, lascia a bocca aperta, per tecnica, estensione, fantasia e per quella innata versatilità, grazie alla quale, anche nello stesso brano, può contemporaneamente accarezzare e scuotere selvaggiamente l’ascoltatore.

Ci sono, però, anche le canzoni, quasi tutte di livello, a partire da "Behind The Veil", che inizia morbidissima e poi parte in derapata a cento all’ora, fondendo echi settantiani e piglio moderno, l’ariosa e trascinante "Miss You When You’re Gone", un brano che sembra scritto apposta per essere ascoltato in macchina, i finestrini abbassati e un vento di elettricità nei capelli, la scalpitante "Mr.Downside" o la galoppante "Nothing More To Gain", che tira dritta come un fuso verso un ritornello uncinante.

Senza nulla togliere ai due precedenti album solisti, entrambi decisamente buoni, The Art Of Letting Go è il disco migliore del cantante originario di Boston, quello che suona più Myles Kennedy di tutti, quello che ne conferma lo status di autentica potenza in ambito hard rock. Alzate il volume e lasciatevi travolgere da questa ondata di vibrante elettricità: pochi dischi rock, usciti quest’anno, sono all’altezza di cotanta potenza di fuoco.

Voto: 8

Genere: Rock, Hard Rock

 


 

 

Blackswan, martedì 05/11/2024

lunedì 4 novembre 2024

Pictures Of You - The Cure (Fiction, 1989)

 


Quando nel marzo del 1990, quasi un anno dopo l’uscita del disco, viene pubblicato Pictures Of You, quarto e ultimo singolo estratto dall'ottavo album in studio dei Cure, Disintegration, la band inglese ha già venduto, solo negli Stati Uniti, due milioni di copie, e, per la prima volta in assoluto, ha conquistato anche la top ten italiana, portandosi a casa il disco d’oro.

Non male per un disco cupo e depresso, che a fronte di un’atmosfera decisamente crepuscolare, inanella anche una serie spettacolare di melodie, incastonate in gioielli come Lovesong, Lullaby e, appunto, Pictures Of You. La quale è un’emozionante canzone che parla d’amore, attraverso quel toccante lirismo a cui spesso Robert Smith ha fatto ricorso per toccare le corde del cuore di chi ascolta.

Pictures Of You, però, è una canzone mesta, che fa i conti con un rapporto collassato, in cui il sentimento vive ancora, ma solo nelle fotografie di lei e nello struggente ricordo che il cantante ha della sua donna.

 

“Ho guardato queste tue foto per così tanto tempo

Che quasi credo che siano reali

Ho vissuto così a lungo con le mie foto di te

Che quasi credo che le immagini siano tutto ciò che riesco a sentire” 

 

Quasi un’ossessione, un dolore che non si rimargina, un lutto che l’amante abbandonato non può e, probabilmente, non vuole rielaborare, abbandonandosi a quella voluptas dolendi, che è il carburante nobile che alimenta mille malinconie. Un continuo, esiziale rimuginare su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, sugli sbagli commessi, le parole non trovate per esprimere i propri sentimenti e salvare il rapporto. 

 

“Se solo avessi pensato alle parole giuste

Avrei potuto tenermi stretto il tuo cuore

Se solo avessi pensato alle parole giuste

Non farei a pezzi tutte le mie foto di te!"

 

Ascoltando canzoni come Pictures Of You, si potrebbe pensare che Smith vivesse in un perpetuo stato depressivo a causa di relazioni fallimentari: e invece, strano a dirsi, era tutto il contrario. Il cantante degli Smith, infatti, è stato molto fortunato in amore, trovando la sua anima gemella, Mary Poole, quando era solo un adolescente. I due, poi, si sono sposati nel 1988 e continuano a stare insieme.

I testi di Smith sull’amore sono, semmai, sempre stati il frutto della sua capacità di osservazione della società e dei suoi interessi letterari. Pictures Of You, infatti, sarebbe stata ispirata a un saggio di Myra Poleo, intitolato The Dark Power of Ritual Pictures. Smith sostenne che dopo averlo letto, distrusse le sue vecchie foto personali e molti dei suoi video amatoriali, nel tentativo di cancellare il suo passato per una nuova rinascita. Arrivò, però, a pentirsi della decisione pochi giorni dopo, e il dolore per la sciocchezza fatta alimentò il mood depresso della canzone.

Smith, tuttavia, ha fornito resoconti contrastanti su quali eventi abbiano effettivamente ispirato la canzone. Secondo quanto da lui stesso dichiarato nel corso di alcune interviste, l'ispirazione per la composizione del brano venne a seguito dello scoppio di un incendio a casa sua. Dopo quell'episodio, Smith, mentre passeggiava tra i resti della casa, trovò il proprio portafogli che conteneva delle foto di sua moglie Mary (e, per la cronaca, la copertina del singolo è proprio una di queste fotografie).

Sebbene Smith fosse fortemente contrario ad acconsentire che la sua musica finisse in spot pubblicitari, permise a malincuore che Pictures Of You venisse utilizzata in una pubblicità della Hewlett-Packard del 2004, che promuoveva una fotocamera digitale. Era un male necessario, perché la band aveva bisogno di fondi per mantenere il controllo del proprio catalogo, mentre il loro contratto di lunga data con la Polydor (tramite Fiction Records) stava per concludersi. Lo stesso cantante durante un’intervista a NME spiegò il motivo di quella scelta: "Sono totalmente contrario alla musica nelle pubblicità, mi ha ucciso anche solo accettarlo, ma era l'unico modo. I soldi generati da quella pubblicità mi hanno permesso di controllare il nostro vecchio catalogo, altrimenti sarebbe stato come ipotecare la band."

 


 

 

Blackswan, lunedì 04/10/2024