mercoledì 26 luglio 2017

CANZONI





Kacy & Clayton, il duo canadese composto dai cugini Kacy Anderson (voce e violino) e Clayton Linthicum (Chitarra, banjo e voce) ha pubblicato il video di Just Like A Summer Cloud, il primo singolo tratto dal nuovo album. Il disco, che si intitolerà Siren’s Song, è il seguito dell’acclamato Strange Country (2016) e uscirà il 18 agosto via New West Records. L’intero lavoro è stato prodotto da jeff Tweedy dei Wilco ed è stato registrato presso gli studi The Loft di Chicago.





Blackswan, mercoledì 26/07/2017

martedì 25 luglio 2017

GOSPELBEACH – ANOTHER SUMMER OF LOVE (Alive Natural Sound, 2017)



Il titolo del secondo album dei GospelbeacH la dice lunga su tutto quello che potrete trovare nelle dieci canzoni (undici nell’edizione in cd) che compongono la scaletta del disco. “Summer Of Love”, chiaro riferimento a una delle stagioni più emozionanti del rock americano, mette subito in evidenza quali siano alcuni dei riferimenti musicali della band; e quella parola, “estate”, si sposa perfettamente con i contenuti di un disco che profuma di sole, leggerezza e, perché no, spiaggia, dalla prima all’ultima nota. I Gospelbeach (al secolo, Jason Soda, chitarra e voce, Brent Rademaker, basso e voce, Matthew Correia, batteria , Johnny Niemanns, tastiere e, il più noto di tutti, Neil Casal, ex Cardinals e Chris Robinson Brotherhood, voce e chitarra) portano a compimento il percorso iniziato due anni fa con l’uscita del loro esordio, Pacific Surf Line (Oceano Pacifico e surf: i rimandi estivi sono proprio nelle corde della band), che ammiccava agli anni’70 e in particolar modo al suono West Coast, uno sguardo rivolto a Los Angeles e uno a San Francisco. Another Summer Of Love è però migliore sia nelle composizioni che negli arrangiamenti, e porta come dote ulteriore un taglio decisamente più pop, che trasforma il sophomore in una raccolta di potenziali hit radiofoniche. Le belle melodie si sprecano, e se è vero che la materia risulta essere un po’ consunta, dal canto loro i Gospelbeach sono però bravi ad aggiungere bollicine e cubetti di ghiaccio per un risultato fresco e godibilissimo. Come detto, il terreno su cui si muove la band è un country rock di nobilissime origini (Byrds, Grateful Dead e Eagles i primi riferimenti), su cui si innestano, però, arrangiamenti e melodie che richiamano alla mente alternativamente gli America (nel pop rock dell’irresistibile In The Desert), il Tom Petty anni ’80, quello di Full Moon Fever per intenderci (Sad Country Boy) e addirittura un po’ di surf alla Beach Boys (Kathleen). Niente che non sia già stato fatto e ascoltato centinaia di volte, ma se dovessi suggerire un disco da portare sotto l’ombrellone come colonna sonora per le vacanze estive, Another Summer Of Love sarebbe la prima scelta.

VOTO: 7





Blackswan, martedì 25/07/2017

lunedì 24 luglio 2017

ALGIERS – THE UNDERSIDE OF POWER (Matador, 2017)



In una scena musicale dominata da passatismo e revivalismo, gli Algiers hanno percorso una strada difficile e in controtendenza, definendo una proposta che, seppur derivativa nei punti di riferimento (ma quale non lo è?), è apparsa fin da subito totalmente nuova nella struttura e nei contenuti. Ci è voluto coraggio, in questi anni di ispirazione ai minimi termini e di riciclaggio compulsivo, per uscire dal coro e far sentire una voce, che non solo suonasse diversa da tutte le altre, ma che fosse in grado di declinare un linguaggio ostico, corposo, ricco di contenuti. Quello che la band di Atlanta è riuscita a fare in un solo disco è stato un triplo salto mortale senza rete, un azzardo a rischio caduta libera perfettamente riuscito (se non a livello commerciale, sicuramente da un punto di vista artistico). Non solo, infatti, gli Algiers hanno creato un suono identificativo e immediatamente riconoscibile, ma hanno codificato un genere, creando un’inaudita miscela che pesca dalla grande tradizione nera (soul, r’n’b, gospel) rimasticata, però, in chiave post-punk. L’omonimo esordio del 2015 fece, quindi, gridare al miracolo in molti, compreso il sottoscritto: un disco spiazzante e ricco di pathos, in cui le black roots del profondo Sud degli Stati Uniti venivano destrutturate sull’asse Berlino-Londra, sotto il tiro incrociato di un bombardamento noise, goth e industrial. Un po’ come ascoltare le canzoni della grande Mahalia Jackson suonate (rectius: disturbate) dagli Einsturzende Neubauten o dai Joy Division. I testi militanti, lo schieramento hic et nunc tra le fila dell’ultra sinistra, le barricate per i diritti civili dei neri, tema ricorrente nelle canzoni della band (vedi la nuova Walk Like A Panther che campiona la voce di Fred Hampton, attivista delle Pantere Nere ucciso nel 1969) completano l’habitus concettuale di una band che si pone con orgoglio fuori da ogni logica dello star system. Il sophomore The Underside Of Power non fa altro che ribadire, sviluppandole, quelle idee. Se da un lato l’effetto sorpresa è chiaramente venuto meno, è altrettanto vero che la band non ha affievolito la propria vis iconoclasta, mantenendo dritta la barra di una musica che veicola temi politici e militanti in controtendenza rispetto allo smantellamento ideologico (e morale) della società. La saturazione dei suoni, cupi, metallurgici e in odore di apocalisse, resta un punto fermo di una scaletta che, tuttavia, aggiunge nuovi elementi alla rabbia dissonante e digitalizzata che contraddistingue le canzoni degli Algiers. Ecco allora la dolcezza in formaldeide di Mme Rieux, petali di pianoforte sparsi proprio là, dove prima erano cadute le molotov; ed ecco il gospel imprigionato nel loop di Hymn For An Average Man, nenia crepuscolare attraversata da un romanticismo dagli echi siderurgici. Fingono addirittura ad essere lineari, gli Algiers, ma in fin dei conti stanno solo mischiando le carte: così le convulsioni northern soul della title track, che rilegge The Commitments sotto l’algida luce dei neon, giocano con la melodia e l’inquietudine, ponendosi come unico obbiettivo quello di dissacrare un genere per tenerlo in vita, potenziandolo con un esoscheletro al titanio. Così, ancora una volta, gli la band di Atlanta vince la sua battaglia per la modernità, trasformando il passato, le radici, il pensiero marxista e la militanza nera in qualcosa che suona nuovamente attuale. Una sportellata ai ben pensanti musicali, un quadro a tinte fosche di un’umanità in debito d’ossigeno, un grido di rabbia di chi non vuole arrendersi al degrado etico e al potere corrotto della politica, e pensa che stare sulle barricate e combattere sia meglio che crogiolarsi in una muta e rassegnata disperazione: The Underside Of Power è tutto questo. Un calcio nello stomaco e un’audace prospettiva di speranza.

VOTO: 8





Blackswan, lunedì 24/07/2017