Guy Walks Into A Bar…
esamina quel rock'n'roll che fa muovere i fianchi che potresti trovare
nel jukebox di un pub poco raccomandabile, che suona felicemente
disamorato dalle nuove mode di oggi. Un ragazzo entra in un bar per
affrontare la realtà. Shuman dice del titolo “È un modo per iniziare il racconto di una relazione che inizia per gioco e finisce per diventare molto più profonda.”
L'album è stato un lavoro d'amore individuale e collettivo. I testi del
disco scritti dal cantante e chitarrista Shuman sono i più duri e
autoriflessivi che abbia mai condiviso, tutti influenzati da una
relazione vorticosa che è poi finita.
Il
risultato è il loro album più elegante, diretto e pop fino ad oggi. Ci
sono alcune voci familiari in aggiunta ad alcuni brani del disco, un
duetto con Alison Mosshart dei The Kills in "Hey Lover" e le seconde
voci di Z Berg (ex cantante in The Like) in "Forgot Your Name" e in
“Living In The Future”.
All'inizio di quest'anno la band ha introdotto un batterista esterno:
il compagno di band di Shuman e amico Jon Theodore (Queens Of The Stone
Age, Mars Volta).
Mentre tutti e tre i Mini Mansions sono impegnati da altri concerti
(Dawes suona nei The Last Shadow Puppets, Parkford negli Arctic Monkeys e
Shuman suona il basso nei Queens of The Stone Age), Mini Mansions è il
progetto dove loro si sentono più a casa.
Qui sotto potete ascoltare il primo estratto "GummyBear".
Che
Gabriel fosse un istrione e rubasse la scena, sia sul palco che in
studio, al resto della band, è un dato di fatto sul quale sono già stati
versati litri di inchiostro. L'arcangelo Gabriele, a dispetto dei modi
cortesi e di quel sorriso aperto che ispirava immediata simpatia, non
era proprio quello che si può definire un tipo accomodante.
La
storia dei Genesis è infatti cadenzata dalle sue intuizioni, dalla sua
creatività, ma anche dalle sue continue imposizioni, dall'assolutismo
delle sue scelte (ad esempio, obbligò Collins a non chiudere le rullate
sui piatti), dalla sua indole attoriale che lo portava a ritagliarsi
sempre il ruolo di prima donna.
E' per questo che The Lamb Lies Down On Broadway,
se da un lato rappresenta l'apoteosi di un percorso musicale che, per
molti versi, potremmo definire Gabriel-centrico, dall'altro sarà anche
l'ultimo capitolo del cantante di Bath alla guida del quintetto inglese.
Gabriel è stufo degli angusti limiti che la band inevitabilmente
pone al suo sempre crescente desiderio di sperimentazione, gli altri
quattro, invece, sono stanchi di stare al servizio di un padre padrone
che impone e dispone, spesso senza nemmeno accettare contradittorio.
Concept album, opera rock a tutto tondo e primo doppio album nella discografia Genesis, The Lamb Lies Down On Broadway non
è solo il sesto (e, probabilmente, il miglior) disco in studio della
band, ma è soprattutto un ponte artistico fra il passato e il futuro di
Gabriel. Una sorta di anteprima di quello che sarà, nel
quale l'ambiziosa progettualità sperimentale e il talento
narrativo dell'Arcangelo superano per la prima volta le anguste barriere
del progressive, gli orpelli e i barocchismi, l'idea ormai consunta di
un rock romantico, fine a sé stesso e senza più sbocchi creativi.
The Lamb
rappresenta, quindi, una sorta di (sublime e monumentale) canto del
cigno del genere, la pietra miliare che segna la fine di un epoca,
l'epitaffio che chiude la storia di un movimento che ha già detto tutto e
forse anche troppo.
La
storia di Rael (Rael = Real = Re Lear), teppista portoricano dei
bassifondi newyorchesi che vede l'agnello sdraiarsi su Broadway,
è narrativamente (e musicalmente) complessa, a tratti perfino di
difficile comprensione, sia per l’andamento disomogeneo della scaletta
che per le liriche di Gabriel, abile come di consueto a manipolare la
lingua inglese, a suggerire tramite calembour, citazioni colte e
metafore, e a stupire l’ascoltatore con un con un timbro vocale sempre
più duttile e cangiante.
C'è
un abisso fra i precedenti lavori della band e questo concept: il suono
Genesis si irruvidisce, acquista accenti più marcatamente rock, gli
acquarelli della campagna inglese vengono sostituiti con i tratti decisi
dei graffiti metropolitani di una New York sotterranea e malevola. I
brani si fanno meno articolati e più stringati, la ritmica finisce
spesso in primo piano, le canzoni mordono alla gola, sono aggressive,
stanno addosso all'ascoltatore, rimandano a un futuro ancora lontano, ma
qui già preconizzato.
Si pensi, ad esempio, al pulsare claustrofobico e ipnotico dell'incipit di In The Cage, con Banks a reiterare un giro di tastiera, che spinge il progressive ai limiti estremi dell'ipotesi elettronica. Si pensi a Back in NYC,
che è una sorta di manifesto proto-punk, un gancio per quel futuro che
di lì a breve cambierà la storia della musica, partendo proprio dal
cuore di New York. Si pensi a tanti intermezzi, nei quali si esplora
l'ambient fino ai confini del noise, o alle atmosfere hard-rock di Lilywhite Lilith, embrione prog-metal ante litteram.
Un'opera avanguardista, dunque, che certamente anticipa alcune sonorità
del futuro, ma che gioca anche di rimando ai grandi capitoli
della passata (e presente) storia della musica popolare. Così Counting Out Time e Anyway ammiccano a sonorità beatlesiane, mentre la conclusiva It omaggia nel testo It's Only Rock And Roll (but i li ke it) degli Stones, uscito poco tempo prima.
E
poi, c'è il prog - rock, superato, certo, ma non dimenticato,
riproposto in un'accezione più scarna e diretta, e proprio in virtù di
questa nuova essenzialità, capace di toccare vette di lirismo fino ad
allora mai esplorate. Ne sono esempi clamorosi Carpet Crawl, la title track, e soprattutto, la sofferta e ispiratissima The Lamia,
uno dei vertici compositivi dell’album, in cui il pianismo liquido di
Banks, lo struggente assolo finale di Hackett e il cantato dolente di
Gabriel riescono ad aprire un varco spazio temporale fra le visioni
notturne di Debussy ed il rock anni ‘70.
Le
liriche, più visionarie che mai, utilizzano una figura mitologica (le
lamie, secondo mitologia greca, furono figure femminili in parte umane e
in parte animali, rapitrici di bambini o fantasmi seduttori che
adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro
carne) e giocano con sottintesi sessuali (“con le lingue tastano,
assaporano e giudicano tutto il mio essere/ si muovono con una sequela
di carezze che fanno rabbrividire la mia spina dorsale/ mentre mordono
il frutto della mia carne, non sento dolore, solo una magia alla quale
non saprei dare nome”).
Dopo
questo disco, ognuno se ne andrà per la sua strada: Gabriel a cercare
fortuna con la sua World Music e il suo art-rock avanguardistico,
Collins & co. a trascinare stancamente il marchio Genesis tra
(pochi) alti (The Trick of the Tail, Duke) e (moltissimi) bassi.
English Rose è l’atteso album di debutto di Connie Constance, in uscita il 22 marzo su AMF Records. La title-track dell’album, una reinterpretazione minimale di ‘English Rose’ dei The Jam.
La
cover di Connie del brano dei The Jam è indicativa dell’approccio
imprevedibile di Connie al canto, così come della necessità di sfidare
lo status quo. ‘English Rose’ è una canzone profondamente personale per
Connie e che riassume la sua etica. Dice: “Il
mio patrigno suonava sempre ‘English Rose’ quando ero piccola. E già
allora mi rendevo conto di quanto fosse bella quella canzone. Mi ricorda
tutto quello che amo che è inglese. Per me la cosa più importante
dietro all’album è provare a ridisegnare l’identità della English Rose.
Mi sono chiesta… come sono adesso gli inglesi? Perchè certamente non
siamo tutti uguali. E questo è parte del mio messaggio: inclusività.
Riflettendo su come sono adesso i giovani del Regno Unito - quali sono
le nostre English Rose oggi? È stato importante mostrare quanto sia
vario questo paese”
English Rose
documenta come Connie vede se stessa e la sua generazione in questo
momento. In tutto l’album analizza la società al microscopio, facendosi
domande su se stessa e le persone intorno a lei con una colonna sonora
con elementi jazz, r’n’b e indie. English Rose include i suoi
recenti singoli ‘Fast Cars’, ‘Let Go’ e ‘Yesterday’. Connie ha
co-composto le canzoni dell’album con una varietà di talenti, inclusi Mura Masa, Kwesi Darko, Dave Okumu e Alfa Mist. English Rose è stato prodotto da Jim Abbiss (Adele, Arctic Monkeys).
Senza i vincoli di uno stile o di un genere particolare, Connie ha
creato un suono che fa riferimento alla grande storia musicale della
Gran Bretagna, portandolo avanti con nuove idee e un punto di vista
originale.
Ultima
arrivata in casa Ruf Records, grazie anche all’occhio lungo di Mike
Zito, qui in veste di produttore, è Katarina Pejak, giovane pianista
serba, ed ennesima testimonianza che, all’est, qualcosa di interessante,
in ambito blues rock, si sta muovendo (dalla Serbia arrivano anche Ana
Popovic e Vanja Sky).
Cantautrice
e pianista, Katarina, fin da giovanissima, ha sviluppato una grande
passione per la musica americana, filtrata attraverso la sua discendenza
balcanica e una formazione musicale classica.
Come
spesso accade, la passione per il rock, il country e il blues nasce
grazie ai vinili di papà, che nella casa di Belgrado possedeva una
cospicua discografia su cui la Pejak passava ore di ascolti. Ispirata a
Tom Waits, Bessie Smith, Norah Jones, Otis Spann, e forte dei suoi studi
classici, Katarina ha iniziato a scrivere canzoni e a esibirsi, fin
dall’adolescenza, nei blues club della sua città natale, oltre che in
altre città della Serbia.
Nel
gennaio 2011, ha iniziato i suoi studi di composizione musicale al
Berklee College of Music, dove è stata ammessa grazie a una borsa di
studio. Si è laureata a maggio 2014 e nel suo ultimo semestre ha vinto
il Songwriting Achievement Award, quale più talentuosa alunna della
scuola. Durante i suoi studi a Berklee, è stata istruita da personaggi
del calibro di Dave Limina (un lungo tastierista per la leggenda del
blues Ronnie Earl), Pat Pattison (un guru della scrittura lirica di fama
internazionale), Scarlet Keys (compositore e jingle writer), tutte
frequentazioni che le hanno permesso un decisivo salto di qualità. Ha
quindi pubblicato tre album nel suo paese d'origine, Perfume & Luck, nel 2010, First Hand Stories, nel 2012 e Old, New Borrowed and Blues, nel 2016, un mini album dal vivo registrato l’anno precedente.
Attualmente è residente tra Belgrado e Nashville, sua patria d’adozione, dove ha registrato questo Roads That Cross
(presso i Southern Ground Studios e i The Smoakstack Studios), quarto
album in carriera, il primo fuori dei confini nazionali, avvalendosi,
oltre che della produzione del grande Mike Zito, anche del contributo di
un gruppo di musicisti navigati, tra cui Laura Chavez (chitarra),
Lonnie Trevino (basso) e Damien Llanes (batteria).
Composto di undici canzoni, di cui nove brani originali e due cover (Sex Kills di Joni Mitchell e Turtle Blues di Janis Joplin), Roads That Cross
è un disco in cui sono, ovviamente, il pianoforte e le tastiere a
tessere le fila delle composizioni, a cui si aggiunge l’ottimo lavoro di
una backing band, elegante e volitiva, e la bella voce di Katarina, una
Norah Jones dal taglio leggermente più rock.
Il
disco è assai eterogeneo, Katarina ama spaziare fra generi, e non tutto
quello che si ascolta è spudoratamente blues, genere che resta comunque
il piatto forte del menù. In scaletta, infatti, troviamo il surf rock
dell’iniziale Nature Of My Blues, le atmosfere da club dell’ottima rilettura di Sex Kills, il divertito r’n’b di Cool Drifter, la sensualità country soul di Old Pain e il riff stonesiano di Chasing Summer.
Una versatilità che rende l’ascolto molto piacevole, anche se
inevitabilmente sorge il sospetto che la Pejak abbia voluto esibire
tutto il proprio repertorio, ma sia ancora alla ricerca di uno suo stile
definitivo. Anche se manca il colpo del ko, o la canzone destinata a
durare, questo esordio americano mette comunque in luce una musicista
assai interessante, il cui talento, c’è da scommetterci, finirà
inevitabilmente per emergere.
La band folk-rock dei Felice Brothers pubblicherà un nuovo album chiamato Undress, il 3 maggio, via Yep Roc.
Undress è stato registrato a Germantown, New York.
Dal
rilascio del suo ultimo album, nel 2016, la band ha subito un
significativo cambio di formazione, e ora comprende i membri Ian Felice
(voce, chitarra), James Felice
(fisarmonica, tasti), Will Lawrence (batteria) e Jesske Hume (basso).
"Molte delle canzoni del nuovo album sono motivate da un passaggio da temi privati a temi pubblici", afferma il cantautore Ian Felice. "Non
è difficile trovare
cose interessanti da scrivere in questi giorni. C’è un sacco di caos
che permea le nostre vite. La parte difficile è trovare modi semplici e
diretti per affrontare questioni complesse. "
"Ogni canzone è una storia", ha aggiunto James Felice. "In questo album, tutto è un po' più riflessivo, inclusi gli arrangiamenti, la qualità sonora e le armonie."
Di seguito, potete ascoltare la title track, primo estratto dal disco e brano dai forti connotati politici.