Anticipato dal singolo “Missed Collection” e dai brani “Honeybee”, “People Need A Melody” e “I Found Out”, “Living Mirage” fa riferimento alla curiosità che ha dato vita alla band. “È il mistero che si cela dietro all’esperienza che ci ha portato a scrivere queste canzoni insieme”, spiega Matt Gervais. “Assomiglia
al concetto di Capacità Negativa usato da John Keats per descrivere
l’abilità di uno scrittore di perseguire una visione artistica anche
quando questa lo conduce in luoghi incerti e confusi”.
All’inizio dello scorso anno, i The Head And The Heart
sono andati nel Deserto del Mojave, nel Parco nazionale di Joshua Tree,
per ritrovare se stessi e cambiare pelle prima di iniziare a scrivere
il quarto album. Questa rinascita, caratterizzata anche dalla
separazione amichevole con il chitarrista e cantate Josiah Johnson, sostituito da Matt Gervais (marito della cantante e violinista Charity Rose Thielen), e dal ritorno del tastierista Kenny Hensley, ha portato a “Living Mirage”.
Pronti per un nuovo inizio, i The Head And The Heart
hanno lasciato il deserto e si sono trasferiti ad Appleton nel
Wisconsin per scrivere i nuovi brani. L’album è stato registrato al
Barefoot Recordings a Los Angeles con l’aiuto di Tyler Johnson, Alex
Salibian (Harry Styles, Sam Smith, Cam) e Ryan Nasci.
“Nella mia mente i brani di questo album sono come vignette”, spiega il cantante Jon Russell. “‘Brenda’,
ad esempio, mi ricorda le feste in casa da teenager, quando sei
circondato dal frastuono e ti chiedi ‘cosa ci faccio qui?’, poi noti
quella persona e allora pensi ‘forse posso restare’. Questi brani sono
molto onesti”.
La palpitante “Missed Connection” è una toccante istantanea dell’ansia che precede una crescita improvvisa. “I
beat presenti in questo brano sono molto veloci e la loro presenza è
costante, non avevamo mai fatto nulla di simile in passato”, commenta il batterista Tyler Williams, attribuendo quanto realizzato all’amore della band per le produzioni pop e hip-hop. “Missed Connection” inizia come il ricordo del primo incontro tra Jon e la sua ragazza per poi diventare una potente metafora per l’intera band.
“Abbiamo lavorato duramente per arrivare a questo punto e siamo molto orgogliosi di ‘Living Mirage’” conclude Jon Russell.
Abbiamo
atteso quasi vent’anni la rinascita dei Dream Syndicate, e quello che
sembrava un incontro estemporaneo fra amici di lunga data (How Did I Find Myself Here?
del 2017), si è trasformato in un vero e proprio ritorno a casa. Qui,
per rimanere, ormai non ci sono dubbi. La prova provata è questo secondo
disco, che a solo un anno e mezzo dal suo predecessore, suggella la
ripresa di un discorso durato sette anni e quattro strepitosi album in
studio, e interrottosi bruscamente nel lontano 1989.
Certo,
non si può dire che Steve Wynn in tutto questo tempo sia rimasto con le
mani in mano: da solo o con i The Miracle Three ha disseminato di
dischi due decenni, prendendo inoltre parte a un supergruppo (The
Baseball Project), i cui album, tra l’altro tutti ispirati, sono stati
dedicati al popolare sport americano e alle storie che lo hanno
ammantato di leggenda.
Il
ritorno avvenuto nel 2017 ci restituiva un gruppo in palla che, ben
lungi da sfruttare un marchio di fabbrica per meri fini commerciali,
rinverdiva gli antichi fasti con un disco, lasciatemelo dire, cazzuto
assai, in cui confluivano, sotto il consueto afflato jammistico, roots,
tonnellate di psichedelia e una nerboruta propensione noise.
These Times
si pone esattamente nella scia tracciata dal suo predecessore, anche se
in questo caso l’approccio è decisamente meno aggressivo di quello con
cui erano state create le canzoni di How Did I Find Myself Here?.
Registrato con gli stessi musicisti (Dennis Duck, Mark Walton, Jason
Victor) e con la partecipazione del grande tastierista Chris Cacavas
che, visto il contributo dato, risulta un membro effettivo più che uno
special guest, These Times mantiene una dirittura decisamente rock, ma come è evidente fin dall’opener The Way In, la sferragliante potenza del disco precedente è un poco attenuata da cangianti screziature pop.
Comunque
sia, la forza delle canzoni rimane immutata, e il metodo non
convenzione di scrittura di Wynn (suonare prima le parti strumentali e
poi adattare le parole alla musica) esalta il tiro jammistico di brani
costantemente attraversati da un inquieto mood psichedelico. C’è un
tocco di glam nella saltellante Space Age, una robusta spina dorsale rock blues nel tiro dritto e diretto di Speedway, un evidente richiamo ai Rem nelle morbide atmosfere malinconiche di Bullet Holes, mentre Still Here Now pulsa di epicità alla Crazy Horse, guadagnandosi la prima piazza fra le migliori canzoni della scaletta.
Eppure,
nonostante ogni singolo episodio abbia una propria diversa anima e
suggerisca rimandi (ci sono i Rem, c’è Dylan, ci sono i Velvet), These Times
è un disco che impressiona per coerenza stilistica e che suona
avvincente come ogni capitolo targato Dream Syndicate. Che trentacinque
anni dopo il loro esordio, non solo sono ancora tra noi e in ottima
salute, ma continuano a scrivere grandi pagine di musica senza
snaturarsi, rilasciando canzoni che, per quanto possano suonare
famigliari, sanno essere potenti, elettrizzanti e, soprattutto,
contemporanee.
“’Downbreaker’
parla di risvegliarsi al giorno che irrompe con bellezza attorno a te,”
dice Sauser-Monnig, “e risvegliarsi alla vita. La versione della
canzone che si trova sull’album è stata una delle prime registrazioni
delle session. Non era previsto che fosse la versione finale ma mentre
il resto del disco andava formandosi, ci rendemmo conto che la crudezza
di quella prima take incarnava la qualità emotiva dell’intero album.”
Nel
2017, Alexandra Sauser-Monnig iniziò a registrare una serie di canzoni
su una rottura che ancora non era avvenuta. La sua relazione in un
confortevole stato di indecisione, andando in stallo quando si trattò di
prendere le grande decisioni della vita o inseguire nuovi orizzonti.
Sentiva di dover scivolare fuori da quella relazione per perseguire
qualsiasi altra cosa la vita avesse in serbo – più musica, più
avventura, un generale senso di ignoto. Quei sentimenti e quelle
sensazioni andarono alla deriva in una serie di canzoni che lamentavano
l’inevitabile perdita ma, cosa più importante, delineavano le premesse
del futuro. Registrare le dieci tracce che sono diventate il suo
straordinario debutto solista, Dawnbreaker, con lo pseudonimo di Daughter Of Swords le ha consentito di lasciare andare…
Dawnbreaker
è iniziato come le prima fase del ritorno alla musica di Sauser-Monnig
dopo essere stata ai margini per buona parte del decennio. Il suo
college trio, Mountain Man, fu acclamato rapidamente per le armonie
impareggiabili intorno al 2010, ma gli amici si sono lentamente
allontanati, seguendo altri interessi. Mentre lavorava in una fattoria,
però, Sauser-Monnig si rese conto di aver perso l’articolazione emotiva
che trovava nello scrivere canzoni e cantarle, e decise di ricominciare.
Mise assieme un album proprio nel momento in cui I Mountain Man –
trovatisi in North Carolina – iniziarono a riorganizzarsi per il secondo
LP, uscito nel 2018 col titolo di Magic Ship.
Lavorando
con Nick Sanborn del duo elettronico Sylvan Esso, Sauser-Monnig ha dato
forma di canzoni a ciò che aveva preso avvio come semplici riflessioni
in silenzio, scoppiettanti di spavalderia country e scintillante calore
pop. Erano, dopo tutto, le odi preventive alla fase successiva della sua
vita.
Intitolare
questa raccolta Dawnbreaker significa porgerle con aspettative
elegiache, dipingerle come una triste resa alla perdita e al dolore.
Certo, c’è la gentilezza dell’opener “Fellows”, che esplora il tumulto
del non essere in grado di ricambiare i sentimenti di un uomo timido e
selvaggio, alto e raffinato. E c’è lo sfarzoso country shuffle di “Easy
Is Hard”, dove Sauser-Monnig vede il suo compagno allontanarsi mentre
lei è in piedi in giardino, i fanali posteriori che svaniscono nella
notte; non riesce a dormire, quindi si alza per accendere le luci e lo
stereo, per “sentire la mia anima scendere”.
Anche lì, tra gli spasmi di una convulsione di vita, c’è un filo di speranza e di possibilità, incorniciato dal modo in cui "the dim light change[s] into dawn, rosy blue, pink fawn." Il vero cuore di Dawnbreaker
non è l’imminente rottura che ha ispirato molte delle sue canzoni, ma
il senso di liberazione che la rottura porta con sé. Sostenuta dal
pattern insistente della drum machine e dalle ricche chitarre acustiche,
Sauser-Monnig si ritrova alla ricerca di nuovi brividi durante “Gem”,
riflettendo sulla natura sfuggente dell’esistenza ai bordi di una
cascata o guardando la forma delle montagne che sembrano danzare sotto
di lei.
Non
c’è testamento migliore di “Shining Woman”, dove Sauser-Monnig ritrae
una donna baldanzosa che naviga sul suo “destriero d’acciaio” su e giù
per la leggendaria highway 1 della California. Si meraviglia apertamente
di quello spirito e di quella forza, desiderandoli per la propria vita.
Con Dawnbreaker,
l’artista ha ritrovato la gioia di qualcosa di nuovo, l’eccitazione del
rischio. Benché le canzoni siano state registrate come ballate folk, le
ha poi riarrangiate con Sanborn e un gruppo di amici del North
Carolina, come Amelia Meath e Molly Sarlé, cantati dei Mountain Man, il
leader Phil Cook e il chitarrista Ryan Gustafson.
All’inizio
di “Human”, apice innegabile di tutto l’album, Sauser-Monnig si sveglia
presto e trova il suo amante a letto. Scivola fuori dalla stanza,
guarda il sole sorgere e si abbandona a una lunga riflessione nel freddo
splendore della natura. Cosa significa “partire”? Cosa significa
“restare”? Lei ha torto o ha ragione? Mentre il pianoforte cresce
d’intensità e la sua voce si moltiplica, arrivando da tutti i lati, lei
ammette a se stessa qualcosa di cruciale: "You can't will a love to
life/But you can do the loving thing: Make like a bird and fly."
È
il momento di fare i conti con la propria liberazione, di rendersi
conto che a volte una perdita profonda è l’unico modo per ottenere
qualcos’altro. È questa la lezione di Dawnbreaker, un documento intimo di cosa significhi liberarsi.
Per
chi ama un certo suono americano, ascoltare Thrilled To Be Here è un
tuffo al cuore, un emozionante fluttuare a mezz’aria fra note e suoni
famigliari, a cui però è stata tolta la polvere dei ricordi e che
tornano a brillare di nuova luce. Come perdersi in un dolce flusso di
reminiscenze, profumi e fragranze che ti riportano indietro nel tempo,
pur senza che la consapevolezza del presente venga in qualche modo
obnubilata.
I
Bailen, trio con base a New York e composto dai fratelli gemelli Daniel
(voce / basso / synth / chitarra) e David (voce / batteria) e la
sorella minore Julia Bailen (voce / chitarra), non inventano nulla di
nuovo, semplicemente salgono in soffitta, tolgono le ragnatele alla
discografia di mamma e papà, sfogliano vecchi album di foto e si
immaginano il passato. Con i loro occhi giovani e i loro cuori ardenti.
Niente copia incolla, nessuna frusta replica di una stagione gloriosa ma
ormai anacronistica. Cambiano l’approccio, cambiano la prospettiva e
giocano con i colori.
Questo
esordio, a ogni solco, evoca alcune delle stagioni più eccitanti del
rock a stelle e strisce, e la gioia per gli appassionati sarà scoprire
quali citazioni si nascondo nelle pieghe di queste undici canzoni. Io,
ad esempio, ci ho trovato i Carpenters, i Fleetwood Mac, Simon &
Garfunkel, The Band e i CS&N; e tutto, però, mi è parso fresco e
imprevedibile, e per certi versi addirittura straniante, soprattutto
quando gli ammiccamenti suonano palesi e al contempo felicemente
decontestualizzati.
C’è una vibrante e dolce ingenuità che permea Something Tells Me,
canzone che apre il disco con il carezzevole interplay delle tre voci
dei Bailen, che omaggiano la loro mamma e parlano con delicatezza di
amore romantico. Ed è inevitabile pensare ai CS&N per gli intrecci
vocali e a Simon & Garfunkel, in abiti deliziosamente soul, per le
armonie.
Così come è impossibile non rimandare la mente a Paul Simon nell’acquarello folk di Eyelashes, o ai Fleetwood Mac nell’irresistibile melodia di Going On A Feeling, o ancora ai CS&N nell’evanescenza ipnagogica dell’incipit di Your Love Is All I Know, brano che poi fluisce e si risveglia in un’inaspettata modernità indie.
C’è
una maturità artistica insospettabile in questi tre ragazzi, che il
lavoro in fase di produzione di John Congleton (St. Vincent, John Grant,
Anna Calvi) esalta, sgravando le melodie dalla facile e ingombrante
etichetta di “vintage”. E anche quando il songwriting si fa più
esile, i Bailen comunque centrano il bersaglio grosso, con due
splendide ballate in chiusura di disco: lo sfarfallio trasognato di Rose Leaves e la morbidissima corale di Careless Wishing, accarezzata da un’armonica senza tempo.
I
Bailen non sono certo gli unici o i primi che si avventurano in un
genere tanto noto quanto insidioso, ma lo fanno con una ricchezza di
idee e una modernità di suono che lascia stupiti. Pertanto, se mi
chiedeste ora di indicare il disco d’esordio dell’anno, non avrei alcuna
esitazione a indicare Thrilled To Be Here.
"Cantavo
spesso 'La locomotiva' di Guccini e i Nomadi...gli unici nomadi che mi
piacciono sono quelli della band...".
Matteo Salvini ha
fatto la battuta e si sa che scherzando, spesso si dicono le cose serie.
Peccato che in tema di immigrazione, argomento tanto caro al nostro nerboruto
vicepremier, non si scherza. E neppure si minimizza. A Casal Bruciato (un
quartiere alla periferia est di Roma) si è verificata una vera e propria
eclissi dei diritti umani senza che qualcuno delle istituzioni, sindaca Raggi a
parte, abbia adottato misure per arrestare e disperdere i facinorosi fascisti
che hanno minacciato una famiglia bosniaca, assegnataria regolare di un
alloggio popolare. Nessuno delle istituzioni e nessuno del Movimento 5 Stelle
ha sostenuto, se non tiepidamente, l'iniziativa della sindaca. Del resto,
incombono le elezioni europee e il rischio di una rottura tra gli alleati è
alto. A maggior ragione dopo l'affair Siri conclusosi con l'uscita di scena del
sottosegretario. Per il leader del Carroccio ultimamente tira un vento artico.
Sembra strano, eppure qualche ingranaggio pare si stia inceppando nella
macchina da guerra della Lega. Le bordate che Di Maio non esita a infliggergli,
le foto con il mitra, la sfilata con Orban lungo la barriera anti immigrati, il
niet del premier Conte alla permanenza di Siri nell'esecutivo sembra stiano un
po' fiaccando il leader delle Ruspe. A complicargli la situazione astrale ci si
è messo pure il Salone del libro di Torino dopo l'iniziativa scellerata di far
pubblicare la biografia a un editore vicino a Casa Pound. Per non parlare del
proposito stravagante di dichiarare guerra ai cannabis shop tralasciando temi
più impellenti come la lotta alla criminalità. E non mi riferisco solo alla
sparatoria di Napoli. In più, qualche fischio di contestazione e qualche
"buffone" cominciano a udirsi nelle piazze durante i comizi. Persino
a Otto e mezzo Salvini è apparso un po' spompato. Gli ultimi sondaggi
confermano una flessione della Lega di ben 6 punti percentuali. Certo, viviamo
in una congiuntura politica in cui il consenso è più che mai liquido e questo
vale per tutti, Salvini incluso. Forse, per il vicepremier il quarto d'ora di
celebrità si sta esaurendo e i "moscerini rossi" cominciano a
pungere. Peccato che a farne le spese sono sempre i cittadini onesti.