giovedì 5 novembre 2020

PREVIEW

 


Julien Baker annuncia il terzo album Little Oblivions in uscita il 26 febbraio su Matador e presenta il singolo “Faith Healer” primo assaggio delle nuove sfumature musicali e del contagioso spirito di intraprendenza che troveremo in Little Oblivions. Il nuovo album rappresenta un vero e proprio cambiamento rispetto ai precedenti lavori di Baker più intimi e riservati. Guarda il video diretto da Daniel Henry QUI. Sotto è possibile leggere un saggio sull’album scritto dal poeta, autore e critico Hanif Abdurraqib (Go Ahead In The Rain, They Can't Kill Us Until They Kill Us, A Fortune For Your Disaster).

“Penso che Faith Healer sia un brano sui vizi, sui modi più ovvi e più insidiosi con cui si manifestano nell’esperienza umana.” afferma Baker. “Ho iniziato a scrivere questo brano 2 anni fa e si è rivelato sin da subito un’osservazione letterale della dipendenza. Avevo solo le prime strofe, che parlano di un confronto candido della dissonanza cognitiva che una persona sente quando ha difficoltà con l’abuso di sostanze – la prova schiacciante che questa sostanza ti fa del male, e il desiderio controintuitivo ma molto reale per il sollievo che fornisce. Quando tornai sul brano iniziai a pensare alle similitudini tra l’evasione causata dalle sostanze stupefacenti e altri tipi di evasione che hanno occupato uno spazio simile nella mia mente, anche se meno facilmente identificabili.

Ci sono così tanti canali e comportamenti che utilizziamo per placare il disagio malsano che esiste al di fuori della definizione formale di dipendenza. Io (e molte altre persone) siamo portate a pensare che chiunque – un opinionista politico, un predicatore, uno spacciatore, un guaritore energetico - quando promettono una guarigione, in realtà nonostante l’intenzione sia genuina, potrebbero effettivamente impedire la guarigione.”

Little Oblivions è stato registrato nella città natale di Baker Memphis, Tennessee tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, da Calvin Lauber con il mixing a cura di Craig Silvey (The National, Florence & the Machine, Arcade Fire). Il suo stile unico alla chitarra e al piano è qui arricchito da nuove trame di basso, batteria, synth, banjo e mandolino, con la quasi totalità degli strumenti suonati da Baker. L’album unisce fatti autobiografici decisi con esperienze assimilate e osservazioni sugli ultimi anni, portando ad un nuovo livello la capacità di Baker di raccontare storie galvanizzanti.

Little Oblivions è il seguito di Turn Out The Lights uscito nel 2017 su Matador. The New York Times ha scritto che l’album è “il lavoro di una cantautrice che ha trovato il favore di un pubblico internazionale (…), il raro secondo album, nonostante la nuova autoconsapevolezza, va oltre ad un debutto autentico per raggiungere risultati più grandi, con la passione ancora intatta.” Il Sunday Times ha affermato, “il mix di voci distaccate, arrangiamenti lussureggianti e autopsie a nudo sull’amore, la perdita, le disfunzioni e l’accettazione è devastante.” Baker si è esibita al Late Show with Stephen Colbert e al CBS This Morning.

Nel 2018 Baker, insieme a Phoebe Bridgers e Lucy Dacus, fondò il progetto boygenius con cui realizzarono l’omonimo EP e un tour nordamericano. Il progetto ha messo in evidenza la carriera di un’artista parte di una generazione promettente che sta definendo un’era.

Performer intensa e immersiva, i suoi concerti sono stati descritti dal The New Yorker come “… calmi e reverenziali. L’unico suono che senti tra i brani è quello delle sue dita che accordano la chitarra elettrica, bisbigli sparsi tra amici e il fruscio mentre la folla aspetta pazientemente che Baker torni a strimpellare.”

 


 

 

Blackswan, giovedì 05/11/2020

mercoledì 4 novembre 2020

JEREMY IVEY - WAITING OUT THE STORM (Anti-, 2020)

 


Chitarrista di buon livello, pigmalione artistico e sentimentale di Margo Price, una carriera vissuta nelle retrovie del movimento country rock, Jeremy Ivey aveva esordito, nel 2019, a quarant’anni suonati, con un disco, The Dream And The Dreamer, che impastava con sapienza artigianale, tradizione e modernità, country, folk e rock, sentimento e passione politica.

Fatto il primo passo, evidentemente il più complesso, Ivey, a distanza di un anno, torna con un nuovo album che, visto le congiunture tragiche degli ultimi mesi, guarda con maggior interesse all’attualità e alla politica, attraverso una scaletta di dieci canzoni che alludono al malessere che sta attanagliando gli Statu Uniti (e non solo), al concorso di disastri naturali (il tema ecologista faceva capolino anche nel lavoro precedente), alla pandemia Covid (Ivey è stato malato due mesi e ha rischiato la pelle), alla nascita del movimento Black Lives Matter e al razzismo crescente, che riempie le pagine dei quotidiani. Una presa di coscienza, dunque, che l’America, e il mondo intero, in questo tragico 2020, sono cambiati profondamente, e hanno imboccato una strada che oscura ogni orizzonte di speranza.

Una visione assai pessimista, recitata attraverso liriche che non fanno sconti ma che, stranamente, convivono in un pugno di canzoni tutt’altro che cupe, in cui è la melodia, semplice, diretta e seducente, ad essere l’elemento catalizzante del disco e capace, al contempo, di tenere sottotraccia tristezza, sfiducia e disfattismo.

Registrato con la backing band The Extraterrestials e prodotto dalla moglie Margo Price, il disco risente positivamente della collaborazione della coppia (la mano della Price è evidente in molti brani del lotto) e, nonostante gli argomenti non proprio facili e il mood sofferente con cui vengono trattati, da un punto di vista melodico le canzoni sembrano essere attraversate da urgenza, irrequietezza, a tratti anche di una strana euforia.

La prima parte del disco, soprattutto, in alcuni momenti risulta essere quasi palpitante: la melodia di Tomorrow People gira intorno a reminiscenze west coast ed e è sferzata da vibrante elettricità, così come il rock ruvido della successiva Paradise Alley, che evoca Tom Petty e sfodera una coda tutta chitarre e pathos. Movies è una ballata morbidissima attraversata da raggi di sole e da reminiscenze antiche che portano con la mente alla Band di Robbie Robertson, Hands Down In Your Pocket accelera il passo con una miscela nobile di rock, country e blues, così come la pimpante Things Could Get Much Worse e suoi coretti anni ’50 (in questi due brani si sente chiaramente l’influenza della Price). Poi, il disco un po' si ammoscia, tutto si fa più piatto e prevedibile, fino a How It As To Be, ballata dal retrogusto dylaniano, molto piacevole ma anche un po’ scontata.

Il risultato finale, tuttavia, è decisamente positivo, e Waiting Out The Storm, nonostante il titolo decisamente pessimista, riesce a convincere, fondendo, per lunga parte del suo minutaggio, riflessioni profonde, ganci melodici e palpitante energia.

VOTO: 7 




Blackswan, mercoledì 04/11/2020

martedì 3 novembre 2020

CON L'INCHIOSTRO E COL SANGUE

 


Scrivere la recensione di un disco di Springsteen è un bellissimo esercizio di stile, totalmente inutile. Il Boss, non credo d’inventarmi nulla, è probabilmente (e lo scrivo con l’amaro in bocca) l’artista più divisivo di sempre. I fan di Springsteen, tra i quali ho l’onore di annoverarmi, lo amerebbero a prescindere, anche se pubblicasse, musicandola, una serie di rutti postprandiali. I detrattori, lo odiano, invece, a prescindere, a prescindere dalla storia, dai capolavori pubblicati, dalla debordante e incomparabile energia dei suoi live act, dalla militanza politica sempre coerente e mai ipocrita. Ci sarebbe, poi, anche una terza categoria, quella che dal punto di vista dello springsteeniano di ferro è la peggiore fra tutte, quel tertium datur che a ogni nuova uscita non perde occasione per affermare, con arrogante sicumera da grande intenditore: “Springsteen non fa più un disco decente da Nebraska” (ho citato Nebraska, ma potete sostituirlo con uno a caso dei suoi capolavori).

Sia prima che dopo l’uscita di Letter To You (e quel prima mi inquieta parecchio), ho letto cose da far accapponare la pelle: chi lo accusava di essere ormai vecchio e bollito e di non essere più capace di rilasciare un disco di rock and roll, chi lo accusava di essere ormai vecchio e bollito e quindi di lasciar perdere di fare dischi di rock’n’roll come questo, chi (beato lui e la sua lungimiranza), dopo l’ascolto di due canzoni, mollava la presa, sentenziando negativamente anche sul resto dell’album (ah, quel brutto vizio che abbiamo noi di ascoltare un cd quattro o cinque volte prima di esprimere un parere!).

In pochi hanno davvero affrontato l’ascolto con consapevolezza e onestà intellettuale, e uno di questi è il nostro Luca Franceschini, che ha espresso un’opinione ben motivata e argomentata, come dovrebbe fare chiunque abbia il desiderio di scrivere di musica. Ovviamente, con quell’opinione, io non sono d’accordo: io sono un fan esagitato, lo ammetto senza vergogna, e il boss per me è una fede, che riguarda la musica, ma non solo.

Quindi, queste poche righe in cui mi sto cimentando, non sono una recensione (non ne sarei capace) ma solo una breve riflessione che dedico ai tanti blood brothers, ai miei fratelli di sangue che amano Springsteen a prescindere. Persone a cui batte il cuore al mio stesso ritmo, che non devo convincere di nulla, e che, come me, guardano con affettuosa condiscendenza quelle piccole sbavature (che per altri sono errori marchiani) che si trovano, qui e là, nella scaletta di Letter To You. Persone per cui i settantun anni di Bruce restano un mero dato anagrafico e non una colpa da pena capitale (la prospettiva dei miei settantun anni, per dire, è quella di riuscire ad andare al cesso autonomamente, non certo di tenere quattro ore di concerto), persone a cui non c’è bisogno di spiegare che tutti invecchiano e che l’espressione artistica si modifica con il passare del tempo e con l’accumulo di esperienza, persone che sanno bene che Born To Run e Darkness non torneranno più, e che, forse, proprio questo è il bello della vita e il bello di quei dischi favolosi, traboccanti energia e giovinezza.

Un’altra era, un altro Springsteen. Che oggi è vecchio, certo, ma continua a declinare la propria passione con coraggio, cesellando un disco di emozionante e malinconico pop (Western Stars) o ravvivando il sacro fuoco del rock con lo slancio mai domo contenuto in una lettera. Una lettera scritta con l’inchiostro e col sangue, nostalgica e appassionata, che parla di amici, di fantasmi, di esperienze e di vita. Una lettera scritta con la foga di un rocker, ferito ma ancora in piedi, un rocker capace di prendersi pause, di tirare fuori dal cassetto tre capolavori dimenticati nel tempo, per raccontarci chi è stato e com’è ora colui che è stato, di levigare con quella voce, divenuta dolcissima, canzoni che sanno ancora travolgere ma anche concedersi il tempo di una riflessione o un pensiero.

Letter To You, forse in pochi lo hanno capito davvero, raggruma in sé un’intera carriera, è il filo rosso che lega non solo l’artista, ma soprattutto, l’uomo al suo vissuto, alle sue gioie e ai suoi rimpianti. Letter To You, semplicemente, è la fotografia del rock‘n‘roll, com’è ora e come è stato, è la fotografia di quella fiamma che talvolta trema sotto le folate del vento ma non si spegne, è esattamente come quell’uomo solo, in copertina, che riesce a trasmettere calore e fascino, nonostante la furia degli elementi. Questa lettera è pulviscolo di stelle e di eternità, è il senso di una carriera, sono parole preziose per chi ancora ci crede, per chi non si arrende, per chi guarda al proprio passato come una lezione fondamentale, e al futuro, con la speranza che, domani, il cuore batterà ancora di passione, a dispetto dell’età e degli acciacchi.

Se oggi lo Springsteen in copertina potesse parlare a quello di Born To Run, gli direbbe, semplicemente: “Non ho mai tradito i tuoi sogni, fratello”. E questo, credo, sia il senso della vita. E del Rock’n’Roll.

 


 

 

Blackswan, martedì 03/11/2020

lunedì 2 novembre 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO

 


Davvero strano questo Paese. Di fronte a uno spartiacque come la pandemia, uno si aspetterebbe ragionevolmente che i politici di ogni colore e credo facciano fronte comune. Pia illusione, ahinoi. Non pretendiamo certo una resipiscenza da parte di gente come Salvini o Meloni che folgorati sulla via di Damasco si adoperino per l’armonia comune, ma un po’ di buon senso, si’. In latino si dice: necesse est. E invece con profondo rammarico misto a rassegnazione, si registra un parossismo nei toni che mal si concilia con il clima di esasperazione che aleggia da nord a sud dello Stivale. 

È uno spettacolo disgustoso o, per dirla eufemisticamente, una pochade i cui protagonisti si contendono il palmares dell’indecenza. Prendiamo il senatore di Rignano, ad esempio. Quello che farebbe parte della maggioranza di governo (a giorni alterni), il cui unico trastullo è creare azioni di disturbo solo per dimostrare di esistere. All’indomani dell’approvazione del Dpcm del 25 ottobre, fa il solito intervento a gamba tesa:”Il Dpcm è sbagliato perché non poggia su dati scientifici ma sulle ansie di alcuni ministri preoccupati...” E rincara la dose sul Premier:” Vorrei ricordare che senza i miei giochini politici di un anno fa, oggi Conte farebbe il professore all’università di Firenze e in queste ore si occuperebbe di come funziona la didattica a distanza online da Novoli, non di Dpcm”. Segue l’altro “campione”, il Capitan Fracassa (Salvini), quello dei comizietti e degli assembramenti senza mascherina e distanziamenti, divenuto ultimamente virologo honoris causa. In occasione dell’ennesima boutade, il ”Salvioni” se ne esce con questa sortita:” Che cosa è stato fatto in questi 6 mesi per prevenire la seconda ondata?”. 

Solo per chi si fosse perso qualche puntata, ricordo che il Leghista disse qualche mese fa: “Ma perché dovrebbe esserci una seconda ondata?”. Tralasciamo poi il tweet sull’attentato a Nizza in cui chiede scusa al popolo francese e ai familiari delle vittime a nome di Conte e Lamorgese. È meglio astenersi da commenti. Per concludere questa kermesse di illuminati, un cenno lo merita la virago tascabile della destra italiana. Giorgia, la madre, la donna, la cristiana che aggiunge la ciliegina sulla torta: “Se si chiude l’Italia è colpa del governo. Si voti nel 2021”. Una considerazione: la pandemia finirà ma la pandemenza, come qualcuno ha definito l’attuale situazione politica italiana, resisterà. Persino al vaccino quadrivalente potenziato.

Cleopatra, lunedì 02/11/2020

venerdì 30 ottobre 2020

TYLER BRYANT & THE SHAKEDOWN (Snakefarm Records, 2020)

 


Quando nel 2013 uscì Wild Child, esordio sulla lunga distanza di Tyler Bryant e dei suoi Shakedown, si creò un immediato hype sul giovane chitarrista, emulo di tanti guitar heroes del passato e creatore di un rock blues solido, muscolare e, diciamolo pure, clamorosamente passatista. Niente che non si fosse già ascoltato migliaia di volte, certo; eppure, quel disco assemblava un lotto di canzoni impetuoso e brillante, suonato col ringhio sudato dei vent’anni e con tecnica notevole.

Una band affiata, di gente che il suo lo ha sempre saputo fare egregiamente (Caleb Crosby alla batteria e Graham Whitford, figlio di Brad Whitford degli Aerosmith) e un songwriting che, pur pagando debito, e che debito, al passato, produceva canzoni che rileggevano un canovaccio un po' frusto ma con disarmante passione.

In seguito, le luci dei riflettori si sono un po' abbassate, il trio (a cui bisogna aggiungere il bassista Noah Denney) si è comunque creato un discreto seguito e ha rilasciato altri due dischi, nemmeno questi particolarmente originali, con cui la band ribadiva concetti noti, strizzando talvolta l’occhio a sonorità radiofoniche.

Il nuovo Pressure non si discosta di molto dai suo predecessori: blues elettrico, vampate hard, ammiccamenti al southern, qualche luccichio sleaze e glam, qualche brano ripulito dal lucido mainstream. Tuttavia, questa volta, nonostante una scaletta che non nasconde le proprie derivazioni (lo spettro va dagli Aerosmith al rock sudista, dall’hard rock settantiano al blues più sanguigno) e un alto tasso di prevedibilità, le canzoni sembrano finalmente ritrovare la freschezza dell’esordio, in un alternarsi di sonorità che rendono Pressure un disco vario e brillante.

Si parte a razzo, con la bordata hard della title track, chitarroni distorti, riff urticante e tiro pazzesco. Bryant, poi, dimostra di essere un chitarrista coi controfiocchi, pochi assoli, magari, ma tutti ficcanti e letali. Quando la band mostra i muscoli, tira fuori dal cilindro i numeri migliori e regala al pubblico pagante sferzate elettriche come Automatic e Fuel, capaci in pochi minuti di frantumare le casse dello stereo.

Il disco mette in mostra, però, anche l’inclinazione del trio verso il southern rock e il rock blues: la slide e il riff scartavetrato di Hitchhiker alzano il tasso di adrenalina nel sangue, il passo lascivo di Holdin’ My Breath vede il contributo sudista di Charlie Starr dei Blackberry Smoke, e il tiro diretto di Crazy Days, canzone scritta durante il lockdown, che vede la partecipazione di Rebecca Lovell, una delle Larkin Poe e moglie di Bryant, è di quelli che fanno abbassare il finestrino dell’auto per essere schiaffeggiati da un corroborante vento di chitarre.

Poi, c’è qualcosa che funziona meno bene: il taglio radiofonico di Wildside, il cantato rap e il ritornello a la Aerosmith annaspano nella banalità, mentre Like The Old Me, nonostante la discreta melodia, è un ballatone troppo consunto per essere credibile. Chiude, però, e compensa, il blues tutta polvere di Coastin’, breve, classicissimo, ma decisamente riuscito.

Niente di nuovo in casa Bryant, quindi, ma un album che pur nei suoi evidenti limiti, si fa ascoltare più volte e con grande piacere. Certo, se non amate particolarmente il genere e la chitarra elettrica vi procura l’orticaria, state pure alla larga. Diversamente, spendere dei soldi per Pressure si potrebbe rivelare un’idea azzeccata.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, venerdì 30/10/2020