lunedì 8 marzo 2021

LONGVIEW - MERCURY (14th Floor Records,2003)

 


A voler fare una classifica delle meteore che hanno attraversato la storia del rock, con molta probabilità i mancuniani Longview occuperebbero una delle prima piazze. Composti dal cantante e chitarrista Robert Duncan McVey (autore di tutti i brani della band), dal chitarrista Doug Morch, dal bassista Aidan Banks e dal batterista Matt Dabbs (poi, sostituito da Francesco Mendolia), i Longview nacquero a Manchester nel 2002 e iniziarono a farsi una reputazione, diventando una delle attrazioni principali del Night And Day Cafe, uno dei più noti locali per musica dal vivo della città.

Qui, vengono notati da un manager del 14th Floor Records, una sussidiaria della Warner, che ha annoverato nella propria scuderia artisti come Damien Rice, Biffy Clyro e David Gray, e quindi, messi sotto contratto. Il tempo di perfezionare il tanto materiale già pronto, e la band si trova a registrare e mixare Mercury, quello che resterà l’unico album in carriera e che vedrà la luce il 21 luglio del 2003 (negli Stati Uniti, uscirà due anni dopo con una scaletta leggermente diversa).

Un solo album, una botta e via. Ed è un peccato, perché Mercury è un signor disco, la scrittura di McVey è ispiratissima, e il primo singolo, Further, ha un ottimo riscontro commerciale, viene utilizzato nella colonna sonora della serie tv One Tree Hill e anche per la pubblicità degli Us Open.

Il disco scala le classifiche, trainato anche da entusiastiche recensioni della stampa specializzata, che premia l’esordio dei Longview con critiche e voti più che lusinghieri. Perché la proposta della band è prevedibile, certo, ma le canzoni sono dannatamente buone. Nulla di nuovo sul fronte del brit pop (rock), dal momento che Mercury è figlio dell’epoca e della cultura da cui è stato generato. Canzoni in cui si alternano chitarre rombanti e ballate malinconiche, che suonano risapute, certo, ma che palesano, tuttavia, sincerità d'intenti e la capacità di cesellare melodie cariche di pathos e romanticismo. Il classico disco col cuore in mano, insomma, ricco di sentimenti, di ritornelli da mandare a memoria, di momenti da condividere con il proprio amante.

La scaletta inizia proprio con Further, il singolo di lancio, che ben racconta il mood della proposta: un’apertura che sembra rubata ai Cranberries, le chitarre che graffiano, lo svolgimento melodico e malinconico, il ritornello arioso che conquista al primo ascolto. La successiva Can’t Explain, pubblicata anch’essa come singolo, è anche meglio: un robusto giro di basso, le chitarre in bell’evidenza, la punteggiatura del pianoforte e una melodia di mestizia infinita, roba da cuori spappolati e groppi alla gola seriali.

Se brani come When You Sleep e Nowhere mettono in evidenza il lato più rock e muscolare della band, con decise aperture verso lo shoegazing, sono però le ballate a conquistare, grazie alla filigrana di trame delicatissime (gli struggimenti volatili di If You Asked), al sapore agrodolce di nostalgie estive (Falling For You) o alla depressione senza appello di un intreccio malinconicissimo di chitarra acustica e archi (Falling Without You).

Vista la vita breve della band (che in realtà si scioglie ufficialmente solo nel 2015), Mercury è un disco che è rimasto nascosto nelle pieghe della storia, dimenticato un po' da tutti a dispetto dell’intrinseca bellezza di dodici canzoni ispirate, schiette, dannatamente autentiche, capaci di creare un languido immaginario nel cuore di quelle anime romantiche, che cercano nella musica la colonna sonora per accompagnare i propri struggimenti interiori. Un disco prevedibile, certo, ma così clamorosamente sincero da risultare, ancora oggi, un'avvincente e irresistibile meteora.

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/03/2021

venerdì 5 marzo 2021

THE DEAD DAISIES - HOLY GROUND (Spv/Steamhammer/Audioglobe, 2021)

 


Rockettari di tutto il mondo unitevi! I Dead Daisies sono tornati con un disco tonitruante, undici canzoni che ascoltate a volume esagerato potrebbero mettere a serio rischio la tenuta dei vetri del salotto e i padiglioni auricolari dei vostri vicini.

Nato nel 2012, il combo australiano-statunitense è sempre stato un porto di mare, un supergruppo dalla porta girevole, che ha visto entrare e uscire dalle sue fila gente del calibro di Darryl Jones, Dizzy Reed (Guns And Roses), Marco Mendoza (Thin Lizzy), John Corabi (Motley Crue), solo per citarne alcuni.

Oggi, la formazione vede nella line up l’onnipresente David Lowy (chitarra ritmica), Doug Aldrich (Whitesnake, chitarra solista), Deen Castronovo (Journey, batteria) e, soprattutto, l’ultimo arrivato, il bassista Gleen Hughes. Hughes, che sostituisce Corabi e Mendoza (due piccioni con una fava), non ha bisogno di presentazioni, dal momento che si parla di un’autentica leggenda; a vantaggio dei più distratti, tuttavia, giova ricordare che ha militato nei Deep Purple e nei Black Country Communion. Mica pizza e fichi, insomma.

L’arrivo di Hughes ha prodotto un ulteriore innalzamento dell’asticella della qualità, tant’è che Holy Ground è di gran lunga il migliore dei cinque dischi fino a oggi pubblicati dalla band. Un album dal tiro pazzesco, più potente e cazzuto di ogni suo predecessore. Con Hughes al timone i Dead Daisies picchiano come se non ci fosse un domani, sono più feroci, e pur non tralasciando qualche gancio melodico, questi vengono assediati da assalti elettrici all’arma bianca che non fanno prigionieri. La voce inconfondibile dell’ex Deep Purple (ma come fa ad avere ancora quell’estensione?) e le sue portentose linee di basso avvicinano, oggi, il sound della band a quello dei più noti Black Country Communion, altro notevolissimo supergruppo in cui Hughes ha militato in condominio con Joe Bonamassa.

L’uno due iniziale è da capogiro: la title track e Like No Other (Bassline) sono due bordate che mandano k.o. Riff pesantissimi, la voce di Hughes che s’impenna gagliarda, mentre le linee di basso sono in grado di spappolare il più potente dei subwoofer. E’ tutto così, Holy Ground, uno tsunami che travolge ogni ostacolo e che trova nella lunga e conclusiva Far Away il suo unico momento di quiete: una splendida ballata avvolta da sinuose tastiere, che però nella parte centrale e nel finale s’imbizzarrisce in una sferragliante deriva elettrica.

Per il resto, non c’è un brano, uno solo, che tradisca le aspettative: dal riff ansiogeno di Come Alive, alle venature grunge della pesantissima My Fate, capace però anche di un irresistibile tiro melodico, dal furore selvaggio della clamorosa Chosen And Justified al rockaccio sporco e sudato di 30 Days In The Hole (cover presa dal songbook degli Humble Pie), che sembra suonata da degli Stones strafatti di anabolizzanti, sono alcune delle gemme di un disco che spara i suoi decibel ad alzo zero, proponendo, al contempo, una qualità di scrittura che ha pochi eguali in circolazione.

Holy Ground è, infatti, un disco di millesimato hard rock, che non guarda alle mode ma suona comunque moderno, che non cerca compromessi, ma raggiunge esattamente ciò che si prefigge: 46 minuti di pura potenza che vi lasceranno esausti e senza fiato, ma incredibilmente appagati. Play It Loud!

VOTO: 8

 


 

Blackswan, venerdì 05/03/2021

 

giovedì 4 marzo 2021

DON WINSLOW - ULTIMA NOTTE A MANHATTAN (Einaudi, 2021)

 


Manhattan, alla fine degli anni '50, è all'apice del suo fulgore, il posto ideale per chi ha grandi ambizioni o vuole soltanto cambiare vita. Joe Keneally è un giovane senatore che mira alla presidenza. Walter Withers, invece, a New York ci è tornato. Ha lavorato a lungo per la CIA e adesso è un investigatore privato in una grande agenzia di sicurezza. Le loro parabole si intersecano e quando a Withers viene chiesto di fare da scorta durante un party a Madeleine Keneally, l'affascinante e ricca moglie del senatore, la «principessa d'America» che sembra destinata a diventare First Lady. Un compito di routine, all'apparenza. Ma nello stesso albergo alloggia anche la giovane e bella amante del senatore. E il mattino dopo la ragazza viene trovata morta. Un suicidio, all'apparenza. L'unico a non crederci è Walter Whiters. Withers sa, per esperienza, che avvicinarsi troppo alla verità è pericoloso, in certi casi. Per salvarsi, e salvare chi ama, dovrà affrontare i suoi vecchi datori di lavoro e soprattutto l'Fbi di J. Edgar Hoover, che sono decisi a fermare l'ascesa di Keneally. E cosí si ritrova – lui, un maestro nell'incastrare gli altri – a essere, per la prima volta, in trappola.

Abbandonata la Cia, per la quale operava come reclutatore di spie nel nord Europa, Walter Whiters torna a vivere a New York, in compagnia della bella Anne, cantante jazz dalla singolare bellezza. Qui, Whiters si fa assumere come investigatore privato che indaga per conto terzi sulla rispettabilità dei dipendenti delle aziende committenti. Alla vigilia di Natale, viene incaricato di fare la guardia del corpo alla fascinosa Madeleine, moglie del senatore democratico Joe Keneally, futuro candidato alla presidenza degli Stati Uniti. E’ così che Whiters si trova invischiato in un torbido gioco di ricatti e tradimenti, che ha inizio quando Martha, la procace amante del senatore, viene trovata morta nella sua stanza d’albergo.

Ultima Notte a Manhattan è una spy story elegantissima, dai ritmi compassati, in cui non mancano i colpi di scena, anche se l’azione e il thriller, pur essendo il motore della narrazione, restano decisamente più sfumati rispetto ad altre opere dello scrittore americano. Protagonista del romanzo è soprattutto New York, metropoli raccontata con l’affetto di chi ci è nato e ci vive, e con la dovizia di particolari di chi vuole trasmettere agli altri il proprio infinito amore.

Siamo a New York, siamo a Natale e siamo nel 1958, periodo in cui la Grande Mela vede il fiorire di un avanguardistico movimento jazz e delle spinte contro culturali del Village, culla di una vivace scena artistica, da cui prende piede la beat generation. Winslow conduce il lettore per mano alla scoperta della città, con vista a 360 gradi su tutto ciò che la rende una metropoli unica al mondo: i ristoranti tipici, i piccoli caffè, i pub dove potersi ubriacare, i teatri off, i fumosi locali notturni dove si suona fino all’alba, i parchi, lo stadio del football, i ritrovi dell’alta borghesia. Uno splendido omaggio, che Winslow accompagna con una colonna sonora jazz, in cui vengono citati tutti i grandi dischi dell’epoca.

Lo sguardo affascinato e appassionato, stride però con le tinte fosche di una vicenda di cui, a poco a poco, con la consueta sapienza, il romanziere svela tutti i torbidi contorni, fino a un inaspettato e adrenalinico epilogo finale.

I fan dello scrittore newyorkese, però, si troveranno di fronte a un romanzo anomalo, in cui la consueta prosa “cinematografica” di Winslow risulta più compassata, meno incalzante e decisamente più elegante, tanto da far sospettare che chi ha scritto la trilogia del cartello non sia lo stesso autore di Ultima Notte a Manhattan.

 

Blackswan, giovedì 04/03/2021

 

mercoledì 3 marzo 2021

PREVIEW

 


I Dropkick Murphys sono pronti a tornare con il loro decimo album in studio Turn Up That Dial, in uscita il 30 aprile sulla loro etichetta Born & Bred Records.
Come precedentemente annunciato, i Dropkick Murphys presenteranno in anteprima alcuni brani di Turn Up That Dial in occasione dell’evento Dropkick Murphys St. Patrick’s Day Stream 2021...Still Locked Down per celebrare la giornata di San Patrizio il 17 marzo alle 19.00 ET (in Italia, all’01.00 del 18 marzo). Il concerto in streaming gratuito, che si terrà in una venue vuota, sarà trasmesso su www.DKMstream.com e vedrà la band esibirsi secondo le regole del distanziamento sociale su un palco simile a quelli delle arene con uno schermo LED e nuovi visual.

 
Con gli 11 brani di Turn Up That Dial, i Dropkick Murphys celebrano il piacere della musica, il sollievo e il conforto che questa offre non appena “alzi il volume”, spazzando via i problemi. “Il tema centrale di questo album è l’importanza della musica, e le band che ci hanno resi quello che siamo adesso”, spiega il fondatore dei DKM Ken Casey. “Speriamo solo che (questo album) possa far dimenticare i problemi a chiunque lo ascolti. Siamo così fortunati e grati di essere in una posizione per cui possiamo condividere un po’ di gioia a modo nostro. I nostri livelli di gratitudine sono alle stelle. 25 anni fa, qualcuno aveva scommesso con me 30 sterline che non sarei riuscito a formare una band per aprire il concerto della sua in sole tre settimane. Da bambini, non siamo mai usciti dall’Inghilterra ma adesso eccoci qui: abbiamo scritto 10 dischi e siamo stati in giro per il mondo. Se c’è un messaggio in questo album, è ‘pugni in alto e alza il volume’”.
 
Negli ultimi due anni, a seguito di un intervento, il bassista e co-cantante Casey ha smesso di suonare, cedendo il basso all’amico e membro della crew di lunga data Kevin Rheault. Con Casey libero di muoversi sul palcoscenico insieme al co-cantante Al Barr, tra i due si sono instaurate nuove, potenti dinamiche. Dopo circa 200 date in cui i due hanno dominato i palchi di tutto il mondo, la loro sintonia vocale è pronta ad esplodere in Turn Up That Dial.
 
Volume a palla, teste alte, sorrisi enormi, occhi puntati sull’obiettivo, i Dropkick Murphys continuano con lo spirito che da sempre li contraddistingue e che li ha portati fin qui… ma con nuova determinazione ed esuberanza che portano questo album e il loro live a un altro livello.
 
Rinchiusi in casa durante la pandemia, i Dropkick Murphys hanno fatto in modo di prevenire la depressione affidandosi alla musica, ma anche contando l’uno sull’altro. Come sempre dal 1996, anche questa volta hanno scritto brani che spaziano dal punk rock arrabbiato a tracce melodiche dall’ispirazione irlandese. 
 
Al lavoro presso i Q Division Studios di Somerville, MA, con il produttore di lunga data Ted Hutt, hanno registrato Turn Up That Dial dividendosi in turni, due membri per volta. Per le ultime settimane di registrazione, Hutt ha condotto le sessioni in videoconferenza dal suo studio di Los Angeles. Per i cori, i ragazzi hanno sistemato dei microfoni separati in 5 stanze diverse, così da poter cantare contemporaneamente e nella massima sicurezza. “Almeno potevamo guardarci attraverso le finestre”, ricorda Casey.
 
I Dropkick Murphys hanno realizzato un album che include una serie di inni, tra cui la title track. “Turn Up That Dial” svela il filo conduttore dell’intera raccolta nella sua prima strofa: “You’re my inspiration, you got something to say / Now turn up that dial ‘til it takes me away.” È facile immaginare come i membri della band abbiano ripensato alla loro adolescenza: ascoltavano i The Clash su un Walkman, e pensavano che le loro band preferite ci sarebbero sempre state per loro, più di chiunque altro al mondo. Quest’album è stato ispirato proprio da quelle band che catturavano l’energia delle strade, riassumendo le difficoltà della vita in ritornelli furiosi, e che da sempre li hanno accompagnati.
 
Nel nuovo singolo “Middle Finger”, Al Barr sputa fuori le strofe con un grigno diabolico, finché il brano non scoppia nel ritornello: “I could never keep that middle finger down”. Casey, che non è uno che sfugge alle sue responsabilità, riflette: “Ripensando ai tempi in cui ero più giovane, mi rendo conto di aver reso le cose molto più complicate di quello che dovevano essere, e pago ancora le conseguenze di alcuni di questi errori”.
 
L’album si chiude con un tributo al defunto padre di Al, Woody Barr, nella commovente “I Wish You Were Here”. Turn Up That Dial dà il suo addio con una marcia con fisarmonica, cornamusa e percussioni. “Il padre di Al era un uomo incredibile”, spiega Casey. “Lui e Al avevano un rapporto davvero speciale. Vedere Al addolorarsi per la sua perdita è stato straziante. Eppure ha perseverato, anche quando siamo dovuti tornare in tour, lontani dalla famiglia. Ha sempre tenuto la testa alta. Noi non abbiamo mai chiuso un album con un brano lento, ma questa volta abbiamo voluto e dovuto mostrare il nostro rispetto a Woody e a molti altri. È un momento in cui bisogna fermarsi, apprezzare la nostra fortuna, e ricordare chi abbiamo perso, incluse le oltre 400.000 persone uccise da questo virus”.
 
Nei momenti felici e in quelli bui, noi ci rivolgiamo alla musica. Le nostre collezioni di dischi e le nostre playlist ci accompagnano nei momenti più difficili, nelle avversità e nell’affrontare i problemi che il mondo ci pone davanti. Quando premi play, il dolore sparisce. È questo il motivo per cui ascoltiamo. E questo è quello che i Dropkick Murphys si erano prefissi, e sono assolutamente riusciti a fare, con il nuovo album Turn Up That Dial. Aprono violentemente le porte di questo 2021 con un album che ti colpisce dritto in faccia e ti dice, secondo le esatte parole di Casey: “Alzati, togliti quei pantaloni della tuta che hai indossato nell’ultimo anno… arriveranno tempi migliori. ANDIAMO C***O!!”
 
Ci siamo lamentati già abbastanza, quindi l’obiettivo era mantenere tutto ciò divertente”, continua Casey. “Più nero diventava il periodo, più noi combattevamo per migliorarlo con la musica. Qualsiasi cosa noi stiamo dando ai nostri fan, fidati, loro ce lo stanno rendendo per dieci volte. Adesso, alza quel c*zzo di volume”.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 03/03/2021

martedì 2 marzo 2021

GOLD DUST WOMAN - FLEETWOOD MAC (Warner, 1977)

 


Quando il 4 febbraio del 1977 esce Rumours, i Flettwood Mac, che già avevano risalito la china della notorietà mediatica con il precedente disco omonimo (1975), conquistano definitivamente un posto nella leggenda. Alla faccia del dilagante punk, il loro soft rock, dalle melodie a presa rapida, fa sfracelli. Undici canzoni semplicemente perfette, infatti, portano Rumours in vetta alla classifica di Billboard, dove resta per trentuno settimane.

Non solo. Il disco fa man bassa di riconoscimenti: disco più venduto dell’anno in Australia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda e Sud Africa, doppio disco di diamante negli Stati Uniti, quattordici dischi di platino nel Regno Unito, doppio disco di diamante in Usa, due dischi di diamante in Canada, tredici di platino in Nuova Zelanda, platino in Francia e Hong Kong, oro in Spagna e Germania, e un Grammy Award come miglior disco dell’anno.

Non è però solo business, perché la critica impazzisce per la qualità del songwriting e l’eccellenza degli arrangiamenti, tanto che, per dirne una, Rolling Stone certifica Rumours come il settimo disco più importante della storia.

Eppure, poche volte, tanto successo, tanta bellezza e tanta perfezione sono state il prodotto di sessioni di registrazione così turbolente e cariche di pathos emotivo. Quando i Fleetwood Mac entrano negli studi affittati al numero 2200 di Bridgeway, Sausalito (California) la band è, infatti, sul punto di implodere. Lindsey Bickingham e Stevie Nicks sono ai ferri corti, John McVie e Christine Perfect si stanno separando, e Mike Fleetwood è da poco venuto a sapere che la moglie andava a letto con un suo caro amico.

Una polveriera, insomma: volano stracci, esplodono litigi, si assiste ad aggressioni verbali, e non solo, e nel contempo si respira un profumo agrodolce di nostalgia e di precarietà, esasperato da continui eccessi di alcool e di droghe.

Stevie Nicks firma tre pezzi (I Don't Want to Know,e le leggendarie Dreams e Gold Dust Woman), tutti splendidi, tuti splendidamente levigati dall’eleganza formale di Buckingham, che mette al servizio della ex, non senza continui ma fruttuosi battibecchi, il proprio istinto per la melodia e per gli arrangiamenti.

In particolare Gold Dust Woman, che chiude la scaletta del disco, trova nelle chitarre di Buckingham la sua perfetta veste estetica. Il brano viene registrato, nella sua forma definitiva, alle quattro del mattino: Stevie si mette davanti al microfono completamente coperta da una tuta integrale e con occhiali scuri, in modo da isolarsi completamente dal resto della sala. Non certo per timidezza, ma per la necessità di un surplus di concentrazione, visto che il testo della canzone è fortemente emotivo. Anzi di più.

Se nei brani di Rumours i dolori, le amarezze, il desiderio di rivincita dei cinque membri della band sono il tema principale delle liriche, Gold Dust Woman è una vera e propria confessione senza filtri, la spogliazione di una regina, che non solo sente di aver perso la propria corona, ma anche la propria integrità e, forse, il senso stesso della propria esistenza.

Perché la vita della rockstar, per quanto dorata, è un esilio dal mondo, un’esistenza al di sopra delle proprie possibilità, che ti rode l’anima e ti spinge a fare di tutto per poterla affrontare senza soccombere. Ti spinge a fare uso smodato di droga, che anestetizza e non fa sentire il male di vivere. Gold Dust: la cocaina.

Non è un caso che, a inizio canzone, ci sia un verso fulminante come: “Rock on, Gold Dust Woman, Take your silver spoon, dig your grave”. Prendi il tuo cucchiaio d’argento e scava la tua fossa. E ancora: “Rock on, ancient queen, Follow those who pale in your shadow, Rulers make bad lovers, You better put your kingdom up for sale”. “Faresti meglio a mettere in vendita il tuo regno, antica regina”, perché il successo è effimero, è polvere di stelle e non porta da nessuna parte.

Non fa sconti a se stessa, la Nicks, e si analizza con ferocia, sonda la propria anima, riflette sul proprio destino, senza mezzi termini. “Pallida ombra di una donna”, così si definisce, con coraggio, nel finale di canzone: una sofferta presa di coscienza, che rende le atmosfere caliginose del brano ancora più inquietanti. Per brillare come stella del firmamento, la cocaina non serve, serve la forza di guardarsi allo specchio e ricominciare da capo. 



 
 
Blackswan, martedì 02/03/2021