martedì 1 ottobre 2024

The Dead Daisies - Light 'Em Up (SPV, 2024)

 


Un supergruppo dalle porte sempre aperte, da cui sono entrati e usciti, e continuano a farlo, musicisti straordinari che hanno segnato, ognuno a modo proprio, la storia del rock. Questa, in poche parole, la fotografia più nitida dei Dead Daisies, una band che, a dispetto di una line up instabile, continua a sfornare ottimi dischi, senza perdere un grammo dell’intensità espressiva e, per converso, senza cambiare una virgola, o quasi, di una proposta tetragona di fronte al tempo che passa e alle mode del momento.

Dopo due album, ha levato le tende Glenn Hughes (Deep Purple, Trapeze, Black Country Communion), mentre per quest’ultimo full length ha fatto ritorno in batteria il cantante John Corabi, già presente fra il 2015 e il 2019, che si affianca così al nuovo bassista Michael Devin (Whitesnake), e alle certezze Doug Aldrich, David Lowy (chitarre) e Tommy Clufetos dietro le pelli.

La proposta, come dicevamo, resta la solita, e cioè un hard rock potente e trascinante, che senza Hughes ha perso i predominanti elementi blues e funky, in favore di un approccio più ruvido, ma non meno elettrizzante. Ciò che stupisce è come, nonostante gli svariati cambi di line up, la band continua a suonare con un affiatamento a dir poco travolgente, alzando, nello specifico, anche l’asticella della qualità rispetto al precedente Radiance (2022), un disco piacevole, ma abbastanza ordinario.

Light ‘Em Up, invece, offre poco più di trentacinque minuti di ottima musica, in cui il gruppo si riconnette alle sua profonde radici rock’n’roll, sfoderando una grinta che riesce a far tremare i vetri delle finestre attraverso bordate di elettricità che mettono a rischio le casse dello stereo. Agli acuti di Hughes, uno che a settant’anni dà ancora la paga a tanti giovani ventenni, si è sostituito il timbro ispido e graffiante di Corabi, perfettamente a suo agio nell’aggredire i padiglioni auricolari con un cantato tanto duttile quanto intriso di whiskey e arrochito dal fumo.

La title track schizza via a velocità supersonica su un riff rubato a Angus Young, una partenza violenta e in derapata che mette subito in chiaro le cose. Più scanzonata ma non meno ruvida è la successiva "Times Are Changing", in cui emerge prepotente quell’anima rock’n’roll di cui dicevamo, mentre "I Wanna Be Your Bitch" corre dritta come un fuso, un’onda di sudicia energia che non fa prigionieri.

Una tripletta iniziale che mette in mostra i muscoli pulsanti di una band che sa il fatto suo: non solo la grande prova di Corabi, ma due chitarre spietate, che evitano fronzoli e inutili orpelli stilistici, e una sezione ritmica che avanza poderosa come uno schiacciasassi. Basta ascoltare la linea di basso di Devin in "I’m Gonna Ride", omaggio esplicito agli Ac/Dc, o quella ancor più possente di "Take A Long Line", esiziale punto di collisione fra un trasporto eccezionale di metallo e una Ford Thunderbird del ’57 guidata da un Elvis strafatto di metanfetamine, per capire a che folle velocità girino queste canzoni innervate di adrenalina pura.

Una corsa che rallenta solo nell’ariosa melodia di "Love That’ll Never Be", virile power ballad di ruvido romanticismo e nel conclusivo cadenzato rock blues con cui "Take My Soul" chiude un album a dir poco eccitante, forse anche superiore dell’acclamato Holy Ground del 2021. Bomba!

Voto: 8

Genere: Hard Rock 




Blackswan, martedì 01/10/2024

 

 

lunedì 30 settembre 2024

The Police - King Of Pain (A&M, 1983)

 


C'è un fossile intrappolato nell'alta parete di una scogliera
C'è la mia anima lassù
C'è un salmone morto congelato in una cascata
C'è la mia anima lassù
C'è una balena arenata sulla spiaggia dal riflusso della grande marea
C'è la mia anima lassù
C'è una farfalla intrappolata nella tela di un ragno
C'è la mia anima lassù

Questi versi depressi e grondanti sofferenza rappresentano il senso di Sting per il dolore. King Of Pain è, infatti, una canzone intima e molto personale, attraverso la quale il cantante dei Police cercava di rielaborare un momento infelice della propria vita. Sting, infatti, si era recentemente separato dalla sua prima moglie, l'attrice Frances Tomelty, e, in quei giorni turbolenti, non andava d'accordo con gli altri due membri della band, con i quali, spesso e volentieri, si trovava in disaccordo su svariate scelte artistiche. Con questo brano, allora, Sting cerca di darsi una scossa, si incorona King Of Pain e prova ad analizzare, per superarlo, il proprio tormento interiore.  

C'è una piccola macchia nera sul sole di oggi. 

La canzone inizia con questo famoso verso, a proposito del quale, il cantante in un’intervista a Musician, disse: “Ho evocato simboli di dolore e li ho collegati alla mia anima. Una macchia nera sul sole mi ha colpito come un'immagine molto dolorosa”.

Questo verso, che evoca immediatamente l’umore cupo di chi si trova a fare i conti con qualcosa che disturba la propria serenità, nacque in seguito a un evento specifico. Durante i giorni in cui il suo matrimonio stava collassando, Sting era seduto sotto un albero del suo giardino, e mentre rimuginava sulla fine della sua storia d’amore, vide il sole tramontare e notò delle macchie solari. Quando Trudie Styler, la sua nuova compagna, vedendolo solo e depresso, lo raggiunse in giardino, Sting le disse: "Oggi c'è una piccola macchia nera sul sole. Quella lassù è la mia anima". Trudie alzò discretamente gli occhi al cielo e, vagamente infastidita dall’umore di quello che, tempo dopo, sarebbe diventato suo marito, disse: “Eccolo di nuovo, il re del dolore.”

Sting scrisse King Of Pain nel 1982 a Goldeneye, una tenuta in Giamaica precedentemente abitata da Ian Fleming, che lì scrisse molti dei romanzi di James Bond, e registrò il primo abbozzo del brano utilizzando un piccolo sintetizzatore Casio. Quel suono tintinnante piacque molto a Copeland, che, però, ebbe l’idea di renderlo un po’ più organico e pieno, utilizzando uno xilofono. L’utilizzo dello xilofono per la canzone è stato uno dei pochi suggerimenti che Sting accettò dai suoi compagni, con i quali, a causa del suo egocentrismo, era, ormai, ai ferri corti. Tanto che alla fine delle registrazioni di Synchronicity, in cui venne inclusa King Of Pain, il trio si sciolse e Sting iniziò una proficua carriera solista.  

 


 

Blackswan, lunedì 30/09/2024


giovedì 26 settembre 2024

Pallbearer - Mind Burns Alive (Nuclear Blast, 2024)

 


Una genesi complicata, quella di Mind Burns Alive, un disco messo in cantiere due volte, nel 2020 e nel 2022, che tuttavia non ha mai visto una forma definitiva, trovata con pertinacia solo alla fine dello scorso anno e realizzata compiutamente a metà del 2024.

C’era quindi molto attesa per il quinto album in studio dei doomsters Pallbearer, per verificare se l’antico granitico approccio sarebbe tornato a scuotere le casse dello stereo, o se la band, come era evidente nel precedente Forgotten Days (2020), avrebbe mutato definitivamente pelle, per diventare qualcosa d’altro rispetto a ciò che i fan della prima ora conoscevano.

Con questo eccellente Mind Burns Alive si può affermare che la mutazione sia definitiva, che il magma distorsivo delle prime prove in studio sia scomparso quasi totalmente, per lasciare spazio a un approccio più melodico e atmosferico, in cui le lunghe suggestioni strumentali e le armonie conducono la scaletta dell’album in territori limitrofi al prog. Certo, non mancano esplosioni elettriche e ribollenti muri di chitarre, ma sono funzionali, semmai, a un linguaggio più forbito, che sceglie la digressione e il crescendo come principale forma espressiva.

Se è vero che anche in passato i Pallbearer non sono mai stati una band di allegroni, oggi, l’elemento malinconico, si è ulteriormente accentuato, in virtù anche dei temi trattati, visto che l’album affronta il malessere mentale degli esseri umani di fronte all’oscurità in cui il mondo sta sprofondando, con il suo fardello di disperazione motivato da guerre, pandemie e catastrofi ambientali. Le nostre menti prendono fuoco, bruciano lentamente di fronte ad avversità esistenziali che sono diventate universali, che affossano le speranze rivolte a un futuro sempre più tetro, insufflando nelle nostre anime del vapore acido della paura.

Con queste premesse, è ovvio che il disco sia avvolto spesso in un velo di tristezza che la potenza del metal non può certo esprimere al meglio. Ecco, allora, l’opener "Where The Lights Fades", un brano che farà storcere immediatamente il naso a chi è aduso a sonorità estreme, e che porta la musica della band originaria dell’Arkansas verso una dimensione inaspettata: arpeggio melodico, voci pulite, tappeto di tastiere, un mood sospeso tra prog e pop, che solo la seconda parte del brano movimenta un poco con un suggestivo crescendo. Un brano inaspettato e splendido, che cattura immediatamente all’ascolto di un disco che ha parecchie frecce al proprio arco.

La title track apre ruvida e pesante, ma il riff delle chitarre è straordinariamente melodico, l’andamento epico, il ritornello irresistibile, il finale intenso e liberatorio. "Signals" è l’ennesima canzone che allontana i Pallbearer dai loro esordi, l’incipit per voce e morbido arpeggio di chitarra è tremante, il brano si riempie poi molto lentamente tra volute sonore meste e arrese, salvo poi inasprirsi in un crescendo, che è la sintesi perfetta di come si possa forgiare una splendida melodia anche nel metallo più incandescente.

"Endless Place" è il capolavoro piazzato proprio nel cuore del disco, undici minuti di assoluta perfezione, che ricalcano lo svolgimento del brano precedente (quanto tristezza e quanta melodia!), prima che le trame ascendenti di un sax acuminato attraversino la coltre crepuscolare, cavalcando la tempesta elettrica sottostante. Più introspettiva, la successiva "Daybreak", il brano più melodico della scaletta, che porta la band in un mondo parallelo e sognante, per tornare poi sulla terra con la conclusiva "With Disease", che mostra l’antica ferocia senza tuttavia dimenticare accenti più melodici e un mood complessivamente angosciato e sofferente.

Mind Burns Alive è quello che si potrebbe definire il disco della svolta definitiva per quanto riguarda la breve ma intensa carriera dei Pallbearer. Il doom c’è ancora, ma non è il piatto più sostanzioso della premiata ditta. Circostanza, questa, che potrebbe allontanare molti fan della prima ora, e avvicinarne, invece, altri, più abituati a una musica che rifugge facile etichette e che ama suoni contaminati e sperimentali. In senso assoluto, visto con gli occhi di un ascoltatore neutrale, Mind Burns Alive è semplicemente un gran disco, ricco di sfumature, suggestivo per quel rinnegare almeno in parte il passato, alla ricerca di più intriganti forme espressive.

Voto: 8

Genere: Prog Metal

 


 

 

Blackswan, giovedì 26/09/2024

martedì 24 settembre 2024

Julie Christie - Ridiculous And Full Of Blood (Red Crk, 2024)

 


Julie Christmas, un nome che evoca il calore del Natale, il tepore del caminetto, l’albero, i doni, le luci, la tavola imbandita. Mai suggestione fu più errata. Basta guardare la copertina e leggere il titolo di questo nuovo Ridiculous And Full Of Blood per rendersi conto di approcciarsi a un’esperienza inquietante.

La signora Natale, per chi non se lo ricordasse, si è fatta un nome a metà degli anni 2000 con due band di sludge/alternative metal (Made Out Of Babies e Battle Of Mice), con un album solista (The Bad Wife del 2010) che aveva dimostrato tutta l’ampiezza del suo talento, e con la scintillante collaborazione con i Cult Of Luna per quel capolavoro che porta il nome di Mariner (2016).

La musica della Christmas rifugge alle facili categorizzazioni, come appare evidente da questo Ridiculous And Full Of Blood, un album che imbocca numerosi percorsi del tutto inaspettati. Versatile, ricco di sfumature e sfaccettato, il disco sembra un logico successore di The Bad Wife, ma più inquieto e inquietante, in cui le sfumature vagamente barocche del suo predecessore sono sostituite da echi sludge, psichedelia, bordate alternative metal, esplosioni noise, derive post rock e melodie avant pop, che rendono l’ascolto accessibile.

La band che accompagna la Christmas è straordinariamente funzionale al progetto, soprattutto perché la line up è composta di musicisti con cui l’artista newyorkese ha già collaborato in passato: John LaMacchia (chitarrista dei Candiria), Johannes Persson (padrone indiscusso dei Cult Of Luna), il bassista/produttore Andrew Schneider, il tastierista Tom Tierney e il batterista Chris Enriquez (Spotlights). E poi ci sono lei e la sua straordinaria voce, un’estensione pazzesca e una varietà espressiva da fare invidia a chiunque, capace di percuotere e accarezzare, di sedurre come una ragazzina smorfiosa, di inerpicarsi in acuti estremi, di delirare in preda alla follia, di esplodere in terrificanti urla belluine che raggelano il sangue.

La scaletta è varia, le canzoni hanno uno sviluppo ben poco lineare, il mood è cupo, ombroso, solo a tratti illuminato da qualche accattivante ritornello, e fra le pieghe di questi dieci brani destabilizzanti è possibile cogliere il devasto elettrico di certi Sonic Youth, la tensione nervosa delle più rumorose Sleater Kinney e, ovviamente, rigurgiti post metal mutuati dalla collaborazione con i Cult Of Luna.

L’inziale "Not Enough" è un sabba febbrile, la ritmica è convulsa, le chitarre taglienti come rasoi, la tensione e la disperazione sono palpabili, esacerbate dalla vertiginosa performance della Christmas. "Supernatural" fonde mirabilmente noise e pop (le Sleater Kinney sono dietro l’angolo), "Ash" è puro delirio di distorsioni (la prova vocale della Christmas è da brividi), "Thin Skin" e "Blast" sono due fucilate di noise rock furente e selvaggio, che non fa prigionieri, giustiziando i padiglioni auricolari senza pietà. E se "End Of the World" parte eterea e carezzevole, prima che il cantato gutturale di Johannes Persson spazzi via ogni suggestione, trascinando il brano in un manga infernale in cui la Christmas annaspa in un latrato disperato, "Silver Dollars" cavalca la furia di uno sludge crepuscolare e inquieto.

Ridiculous And Full Of Blood è un disco che si muove per territori selvaggi e minacciosi, un’aggressione sonora continua che rende l’ascolto ostico e respingente. Eppure, in queste dieci canzoni decisamente fuori di testa, si raggrumano alcune delle cose migliori, in termini di pathos, scrittura e originalità, ascoltate durante l’anno. Un album, come spesso capita alla musica migliore, destinato a un esiguo pugno di fortunati ascoltatori che, sono pronto a scommetterci, lo inseriranno nella loro personale top ten del 2024.

Voto: 9

Genere: noise rock, alternative, metal

 


 

Blackswan, martedì 24/09/2024

lunedì 23 settembre 2024

Simple Man - Lynyrd Skynyrd (MCA, 1973)

 


Un canzone fantastica, un testo immediato e diretto, eppure, nella sua semplicità, ricco di riflessioni su quello che davvero conta al mondo. Simple Man è un vademecum esistenziale, sono le istruzioni per l’uso su ciò che un giovane dovrebbe fare per avere una vita appagante e ricca di felicità: cogli l’attimo, cerca l’essenziale, non farti sedurre dalle lusinghe del denaro e della fama.

“La mamma me lo diceva quando ero giovane

Vieni a sederti accanto a me, figlio mio unico

E ascolta attentamente quello che dico

E se lo fai ti aiuterà…”

E ancora:

“Prenditi il tuo tempo, non vivere troppo in fretta

I problemi arriveranno e passeranno

Troverai una donna, sì, e troverai l'amore

E non dimenticare, figliolo, che c'è qualcuno lassù

E sii un uomo semplice” 

Parole chiare, che non possono essere fraintese, parole che indicano la strada da percorrere per essere felici. L’unica ricchezza che conta è la ricchezza interiore, che risiede nelle piccole cose di tutti i giorni e nei grandi sentimenti che nascono dal cuore: 

“Dimentica la tua brama per l'oro del ricco

Tutto ciò di cui hai bisogno è nella tua anima…

Ragazzo, non preoccuparti, troverai te stesso

Segui il tuo cuore e nient'altro…” 

Questa malinconica e toccante ballata fu scritta da Ronnie Van Zant e Gary Rossington che, da poco, avevano perso, rispettivamente la nonna e la mamma. I due una sera, avvicinati dal lutto e dal dolore, si ritrovarono nell'appartamento di Van Zant e, tra una birra e l’altra, iniziarono a raccontarsi aneddoti sulle due donne. Fu quasi inevitabile che la chiacchierata sfociasse nell’idea per una canzone, Così, in circa un’ora, nacque Simple Man: Rossington compose la progressione di accordi del brano e Van Zant scrisse il testo, basandosi sui consigli che le donne avevano dato loro nel corso degli anni.  

Rossington, a proposito della canzone, raccontò in un’intervista la genesi di Simple Man: “Abbiamo semplicemente messo in una canzone quello che nostra mamma e nostra nonna ci avevano detto. Le parole sono le loro, noi le abbiamo semplicemente suonate."

Simple Man, in realtà, incarnava alla perfezione Ronnie Van Zant, che amava gli amici, la famiglia e il divertimento molto più di qualsiasi cosa il denaro potesse comprare. Valori, questi, a cui rimase fedele anche dopo aver trovato la fama, e fino alla sua morte, avvenuta nel noto incidente aereo del 1977, che costò la vita anche al chitarrista degli Skynyrd, Steve Gaines, e a sua sorella, la cantante Cassie Gaines.

La canzone è l’ultima traccia del lato A del disco d’esordio dei Lynyrd Skynyrd, il cui titolo fornisce un’utile guida alla pronuncia del nome della band (Leh-nerd Skin-nerd). Simple Man, però, rischiò di non finire sul disco. Il grande Al Kooper, che era il produttore dell’album, aveva ascoltato il brano e non gli piaceva, e non aveva, quindi, intenzione di inserirlo in scaletta. La band, allora, lo estromise momentaneamente, registrò il brano in autonomia e, solo in seguito, invitò Kooper ad aggiungere il suo contributo all’organo.

Durante la promozione del CD/DVD Live From Freedom Hall del 2010, l’allora frontman della band, Johnny Van Zant, ebbe a dire, a proposito di Simple Man: “E’ una canzone fantastica e penso che chiunque là fuori debba rispettare la propria madre e le parole della propria madre. In quella canzone è la mamma che ti parla e penso che sia probabilmente una delle mie preferite, se non la mia preferita in assoluto da suonare dal vivo. È semplicemente una canzone fantastica, che non manca mai e fa impazzire il pubblico.”    




Blackswan, lunedì 23/09/2024