Se dovessimo soffermarci
solo del Popa Chubby chitarrista e sulla sua straordinaria capacità di infiammare
il palcoscenico con tiratissime performance, non smetteremmo mai di tesserne le
lodi. Chi lo ha visto suonare dal vivo, infatti, sa che quando il mastodontico
chitarrista sale su un palco, è sempre una grande festa. A dispetto della
stazza, che mi pare aumenti di anno in anno, e dell’età anagrafica (a marzo ne
ha compiuti cinquantasei), Popa (al secolo conosciuto anche come Ted Horowitz)
continua a palesare un’insospettabile agilità tecnica (è un mistero come riesca
a essere così veloce e pulito con quelle dita che paiono rubate alla sagra
della salamella mantovana) e una buona dose di eclettismo e creatività. La
stessa che troviamo anche fra le note di questo nuovo The Catfish, ennesimo
capitolo di una lunghissima discografia (a tutt’oggi tra full lenght in studio
e album live, i dischi pubblicati sono ventisei) che raggiunse il suo apice con
il leggendario Booty & The Beast, bibbia del rock blues newyorkese, datata
1996. Tuttavia, non possiamo esimerci dal giudicare anche il Ted Horowitz
compositore e, da questo punto di vista, per quanto spiacenti, ci troviamo
sempre a fare i conti con più di una perplessità. In senso assoluto, infatti, riteniamo
cosa buona e giusta quando un artista cerca di articolare il proprio linguaggio
musicale, esplorando anche generi che si distaccano dal consueto habitus; Popa
Chubby, tuttavia, quando si allontana dalla casa madre, in cui coesistono
meravigliosamente rock, blues e funky, finisce per pasticciare non poco. Per
quale motivo si ostini a imboccare la strada del reggae o dell’hip hop, ad
esempio, resta domanda senza risposta. Quel che è certo è che questi azzardi
stilistici compromettono il quadro d’insieme, mortificando la qualità complessiva
del disco. Non è esente da critiche anche questo The Catfish, che alla resa dei
conti risulta un disco buono solo a metà. Quando Mr. Horowitz fa il suo, come
nel torrido funky blues dell'iniziale Going Downtown, nell’adrenalinico swing
texano di Dirty Diesel o nella toccante ballata Blues For Charlie (dedicata ai
morti parigini di Charlie Hebdo), il godimento è assicurato e viene spontaneo
annoverare Popa fra i migliori guitar heroes in circolazione. Ma ci sono anche alcuni
brani che risultano fuori sincrono e denotano una certa confusione, come nel caso
dell’innocuo (e fastidioso) reggae di Bye Bye Love, dell’incomprensibile punk
rock di Motorhead Saved My Life (omaggio al compianto Lemmy) o dell’astrusa
Slow Down Sugar, sei minuti di riempitivo che miscelano ritmica reggae, cantato
hip hop e una tromba jazz ispirata, si fa per dire, a Miles Davis. Certo, si
tratta solo di pochi episodi, ma che pesano sull’economia complessiva del disco
e abbassano di mezzo punto il voto finale.
VOTO 6,5.
Blackswan, giovedì 20/10/2016
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