giovedì 5 dicembre 2019

HEALTH & BEAUTY - SHAME ENGINE / BLOOD PRESSURE (Wichita Recording, 2019)

Solitamente, dicembre è un mese in cui si cominciano a tirare le fila, a fare il bilancio della stagione trascorsa, a imbastire le classifiche dei dischi più belli. Tuttavia, vista la qualità delle uscite di quest’ultimo scorcio d’anno (mi vengono in mente Allison Moorer, Kate Davis, Leonard Cohen, come esempi) i giochi sembrano tutt’altro che fatti e si preannuncia un fine 2019 davvero interessante.
A dimostrazione di quanto affermato, ecco, quasi sul filo del traguardo, uno dei dischi che occuperà posizioni molto alte nelle classifiche di chi avrà la fortuna di ascoltarlo. Shame Engine/Blood Pressure è il settimo album in studio degli Health & Beauty, nome che sembra rubato a un centro benessere, sotto il quale invece si cela un ensemble chicagoana capitanata dall’eclettico Brian J Sulpizio, songwriter nativo dell’Ohio e unico membro fisso del progetto. Intorno alla sua figura, infatti, da sempre ruotano svariati musicisti, di diverse estrazioni, che danno linfa alla visione idiosincratica di Sulpizio nei confronti di generi preconfezionati. Una visone fieramente libera, il coraggio dell’incoerenza, la volontà di contaminare e di miscelare suoni apparentemente distanti, fanno degli Health & Beauty un gruppo anomalo, legato al suono americano, ma capace di rielaborarlo, arricchirlo, in alcuni casi persino stravolgerlo.
Questo nuovo Shame Engine / Blood Pressure è dunque l’ennesimo capitolo visionario dell’ispirazione onnivora di Sulpizio, uno che riesce a far convivere all’interno dello stesso album country folk, rock per chitarra, esplosioni noise, derive jammistiche ereditate dal free jazz e pop. Un disco dalla struttura spigolosa, dall’andamento tortuoso (brani di tre minuti si alternano a canzoni chilometriche), e concettualmente complesso, ostico ai più, ma ricco di fascino ed estremamente eccitante per tutti coloro che amano osare e mettere il naso fuori dalla loro comfort zone.
Sono solo dieci le canzoni in scaletta, ma a parte la lunga durata del disco (più di un’ora), la complessità è data dai frequenti cambi di registro, dal continuo alternarsi fra momenti morbidi ad altri decisamente rumorosi, pur in un contesto che, da un punto di vista sonoro, rimane immediatamente riconoscibile.
Shame Engine / Blood Pressure si apre con i quasi undici minuti di Saturday Night, canzone che non ammette mezze misure: o vi innamorerete immediatamente e perdutamente, o sarà anche il vostro ultimo saluto a Sulpizio e alla sua musica fuori dagli schemi. Un giro di basso ipnotico, ripetuto all’infinito a cui si incolla un giro di chitarra elettrica che vi introdurrà in cupe atmosfere notturne del Nick Cave più crepuscolare: è solo l’abbrivio per spingervi in un blues inquietante, ossianico, reso ancora più malevolo dalla voce cantilenante di Sulpizio e da una stratificazione di chitarre che trasfigurano Hendrix in un trip psichedelico a lenta combustione.
La successiva Yr Wives farà immediatamente crollare tutte le certezze che l’ascoltatore si è costruito nei dieci minuti precedenti: giro di basso tonante e riff di chitarra elettrica che aprono a un ritornello di una dolcezza inusitata, dai sentori quasi brasiliani, per poi perdersi in un finale puntuto e dissonante. Le atmosfere ipnagogiche di Rat Shack tratteggiano una melodia inafferrabile, accarezzata da una voce femminile che fa da contraltare a quella di Sulpizio e da un vellutato suono di tromba. Ci sono moduli jazz in questa canzone (provate a coglierli sottotraccia) e tutto il genio visionario di un artista che plasma la materia rock con un’originalità sorprendente.
Resterete a bocca aperta, poi, quando parte la successiva Clown, dieci minuti di ballata elettrica che tesse trame disilluse e malinconiche, riportando in vita il fantasma del mai dimenticato Jason Molina.
C’è un contrasto stridente fra l’approccio jammistico e l’impatto live con cui gli Health & Beauty affrontano le canzoni in scaletta e la complessità di idee che prendono forma, ascolto dopo ascolto. Picchi di songwriting tanto geniale da indurre la più spontanea delle standing ovation, come avviene nella superba Bottom Leaves, in cui esplosioni noise mutuate dal free jazz intervallano una melodia nostalgica e dolcissima che sembra presa a prestito dal songbook del nostro Luigi Tenco. Un brano talmente ricco, spiazzante e inusuale da lasciare senza fiato. E non è finita.
Judy è una ballata che fonde mirabilmente Neil Young a dissonanze jazz, Escaping Error evoca fragranze folk con leggerezza estatica, Recourse è un country rock che cita nuovamente Neil Young (uno dei pallini di Sulplizio), architettando una melodia sghemba e colorandola con tonalità di verde irlandese, mentre la conclusiva Love Can Be Kind, chiude con dieci minuti di ballata elettrica, la chitarra e la voce di Sulpizio a lambire le stelle del cielo, e un’atmosfera da locale jazz all’ora del bicchiere della staffa a scaldare il cuore.
La chiosa perfetta di un disco non facile, poco accessibile, forse, ma di una bellezza stordente. Perderlo sarebbe un delitto.

VOTO: 9





Blackswan, giovedì 05/12/2019

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