martedì 6 settembre 2011

APERTO PER SCIOPERO



Dialogo surreale.
Io:<< Domani, non mi trovi in ufficio perché sciopero>>.
L’altro: << Scioperi ? Ma non scioperano solo i dipendenti pubblici ?>>.
Io: <<No. E’ uno sciopero generale>>.
L’altro : << Ah. Io non posso scioperare >>.
Io:<< Strano, così a naso mi parrebbe un diritto costituzionalmente garantito >>.
L’altro : << Lo so. Ma da me non sciopera nessuno >>.
Io: << E quindi ? >>.
L’altro : << Sai com’è…di questi tempi, se non stai attento ti tarpano le ali, rischi anche il posto >>.
Io:<< E’ proprio per questo che si sciopera>>.
L’altro : << Si ma se gli altri non scioperano, io non ne ho il diritto >>.

Censuro per decenza il seguito di questa conversazione realmente avvenuta ieri sera.
Il mio interlocutore è un ragazzo giovane, uno di quelli che si è affacciato da qualche anno al mondo del lavoro e sgomita per emergere: dodici ore in ufficio,giacca e cravatta d’ordinanza, le arie di chi decide il destino del mondo e uno stipendio da fame.Per carità: anche non scioperare è un diritto sacrosanto, ma sarebbe bello che alla base della riflessione ci fosse una qualche consapevolezza politica o quantomeno filosofica.Invece, questo giovane, e molti altri come lui, forse troppi, sono vittime felici di un sistema ricatto.Sono come cani ammansiti al dolore, legati alla catena da un miraggio di carriera ( che ovviamente non ci sarà ), insensibili alle bastonate del padrone, corrotti nel profondo da una ciotola di pastone, fedeli anche ai calci nel culo "che aiutano a crescere ". Una gioventù imborghesita pur in assenza di un ceto borghese, domata dal dio i-phone, inconsapevole della propria forza propulsiva, e soggiogata dalle sirene del successo, in nome del quale,in una sorta di trance autolesionista, sta in realtà bruciandosi il futuro. Oggi,chi sciopera,sciopera soprattutto per loro.Scioperiamo perché un domani i nostri figli abbiano ancora il diritto di ammalarsi ( e di curarsi ) senza per questo essere licenziati; scioperiamo perché il posto fisso non è un privilegio acquisito per nobiltà di stirpe, ma un diritto generato da lotte decennali e conquistato da ciascuno di noi, ogni giorno, coi sacrifici che l’essere lavoratore comporta; scioperiamo perché i nostri giovani non paghino con la propria pensione le scelte scellerate di chi li governa; e scioperiamo perché il rischio di morire in fabbrica o in cantiere è direttamente proporzionale all’erosione dei nostri diritti. Scioperiamo per tutti,per quelli di destra e per quelli di sinistra, per quelli che ci additano sprezzantemente come comunisti, per quelli che “ non sciopero perché tanto non cambia mai niente “, per quelli che “ non posso, sono appena tornato dalle ferie”, per quelli che “boia,governo ladro “ solo a parole, per chi sostiene che in virtù della crisi sia irresponsabile scioperare e tace invece sugli sperperi e l’evasione, per coloro, i più deboli fra tutti, per cui una giornata di paga fa la differenza fra vivere e morire.

Blackswan, martedì 06/09/2011

lunedì 5 settembre 2011

JET - GET BORN




Una premessa è d'obbligo:questo non è un disco seminale o innovativo.Anzi," Get Born " è forse uno dei dischi più derivativi e citazionisti della recente storia musicale .Nelle tredici tracce di questo lavoro,non vi è un accordo che non sia già stata sentito,nè una canzone che non produca il brivido mnemonico del deja-vù."Get Born " racconta trent'anni di rock,come se fosse una visita guidata al Louvre dell'arte rockettara.Who,Rolling Stones,AC/DC,Free,Kinks,Stooges,Small Faces,Pink Floyd,Oasis,Beatles ( la copertina non ricorda forse quella di Revolver ? ),sono citati proprio tutti,in uno spiazzante rincorrersi di voli pindarici che sta all'ascoltatore ricostruire.Ma per quanto rock derivato, l'affresco della band australiana non è opera di maniera,perchè trabocca di vitalità e freschezza, è brillante dalla prima all'ultima canzone,suggerisce ed affascina nell'altalenante incedere fra riff pazzeschi e ballate struggenti che blindano il cuore.Un cd che parte indebitato fino ai capelli,ma che dopo tre ascolti i suoi debiti li ha pagati tutti,interessi compresi.L'inizio di "Last Change " è fulminante,richiama le acrobazie chitarristiche di Pete Towshend,come se Quadrophenia fosse stato scritto l'altro ieri e non nel 1973.Quante volte avrete ascoltato nella vostra vita un attacco di basso ( e tamburello a sostegno )simile a quello di " Are you gonna be my girl " ? Un centinaio,almeno.Eppure,non c'è proprio nulla che infastidisca : il riff di chitarra potrebbe uscire tranquillamente dalla sei corde di Keith Richards e la voce di Nic Cester è talmente blues e graffiante da chiamare in ballo il buon Paul Rodgers ( Free ) dei tempi di "Tons of sobs"."Cold Hard Bitch ",coi suoi riffoni pesanti, è un inchino alla maestria dei connazionali AC/DC,mentre "Radio Song "fa pensare più di una volta a "Wish you were here " dei Pink Floyd."E c'è pure l'omaggio ai più recenti Oasis ,con una ballata dal titolo " Look what you've done ", che compete per pulizia di scrittura e linea melodica a "Wonderwall " dei fratelli Gallagher.Certo,i più critici dei nostalgici potrebbero obiettare che a questo zibaldone di citazioni siano preferibili gli originali citati e che l'operazione possa nascondere carenza di idee proprie.Può essere ( e visti i seguiti di questo esordio è più che plausibile ).Personalmente,ritengo che "Get Born "sia piuttosto un sentito,e riuscitissimo, omaggio ai tempi che furono,a quella musica legata ad epoche indimenticabili, della quale più o meno tutti i rocker della mia età si sono nutriti.Il disco dei Jet non potrà mai competere con "Let it bleed " degli Stones o "Live at Leeds " degli Who, che restano pietre miliari impareggiabili.E ci mancherebbe altro.Però,in fin dei conti questo cd rappresenta l'occasione buona per smettere di lamentarsi che di dischi come quelli oggi non se ne fanno più.Un pò come trovare una trattoria casalinga che sforna teglie di lasagne secondo la ricetta di un tempo:non hanno lo stesso sapore di quelle che faceva nonna,però quanto sono buone...

Blackswan, lunedì 05/09/2011

 

Auguri in ordine sparso

Ciao killers,
torno oggi a spalare merda dopo ottime vacanze e vorrei riprendere contatto con il blog mediante un po' di auguri da diffondere ai quattro venti.
Parto dal presupposto che ormai la nostra vita è scandita dall'anno lavorativo (o sportivo) più che da quello solare, ragion per cui il momento degli auguri è (anche) questo.
Ed allora auguri al nostro sgangherato paese, senza denaro, senza prospettive, certo di Berlusconi almeno fino al 2013 e mortificato da un'opposizione "real estate", nel senso della compravendita di immobili.
Auguri ai popoli in lotta per la loro libertà, sperando che si liberino veramente e che non si limitino a cambiare padrone.
Auguri alla mia amata Inter, che mi sembra felicemente ripiombata nel caos dei tempi che furono.
Auguri al rock 'n roll, che non morirà mai, e a tutti quelli che si perdono con gioia nelle classifiche del miglior cantante, chitarrista etc.
Auguri ai tanti poveri vecchi ridotti in giro per le strade ad elemosinare, perchè guai al paese che umilia i suoi vecchi con pensioni da fame mentre altrove impera la crapula.
Auguri, ovviamente, al nostro piccolo babykiller madrileno.
Beati la sua mamma ed il suo papà che gli morderanno il culetto.
E non negate, perchè so che lo farete, è impossibile non farlo.
Auguri a tutti voi per una stagione serena e, se possibile, felice.
Sono andato in vacanza anche dal blog e quindi ho evitato di postare anche se avrei potuto farlo.
Però confesso che un po' mi è mancato.
Ciao a tutti.

Ezzelino da Romano

domenica 4 settembre 2011

RED HOT CHILI PEPPERS – I’M WITH YOU


Mala tempora currunt, anzi cu-currunt, rafforzativo.Già, perchè ci sono stati anni,quelli del sanguezuccherosessomagia,che i Red Hot Chili Peppers sapevano infiammare i cuori con il loro crossover forse un po’ tazorro ma carico di energia e freschezza.Oggi, invece, a causa della ormai celebre sindrome della rockstar imborghesita,Kiedis e compagni hanno perso la strada della creatività e continuano a fare lo stesso disco di pop solare celato dietro le mentite spoglie di un funky indolore.Ed è un peccato,perché ad ascoltare “ I’m with you”si provano subito delle belle sensazioni: la produzione sorniona di Rick Rubin che calibra il suono su una coinvolgente sensazione di “ presa diretta”,l’affiatamento e la perizia tecnica di Smith e Flea che non perdono un colpo e infine la scintillante chitarra di Josh Klinghoffer,che non solo non fa rimpiangere Frusciante ( cosa per niente facile ),ma cuce e ricama con coloratissime e misurate note.Quel che invece manca al disco sono le canzoni.La sensazione dominante infatti è quella di ascoltare da dieci anni sempre lo stesso pezzo,come se questi brani fossero stati partoriti da una penna ormai logora,che cerca sciattamente di rivitalizzare una formula vincente, buona solo per la hit parade.E nonostante ciò," I'm with you" è carente persino da un punto di vista commerciale,dal momento che manca una canzone trainante, un singolo spacca-classifica,o una qualsivoglia impennata, se non proprio di creatività,quanto meno d’orgoglio.Basta ascoltare la performance vocale di Kiedis per rendersi conto di quanto detto:se un tempo era impossibile non riconoscergli la capacità di ipnotizzare l’ascoltatore con il suo rap dalla scansione altalenante e sghemba,oggi il cantato del buon Anthony  ricorda per carattere il compitino di un impiegato di banca,che tira le cinque dopo otto ore di monocorde grigiore.A tirare le somme,quello che si ricorda di queste quattordici canzoni è davvero pochino:il campanaccio furbetto di “ The adventures of Rain Dance Maggie “,l’incipit adrenalinico di “ Goodbye Hooray “,il brano  migliore del lotto, peraltro nobilitato da un intenso assolo di Flea al basso, e qui e là qualche pregevole intuizione di Klinghoffer. Alla fine,però, resta anche il tempo per deprimersi quando partono le note di “ Dance,dance,dance “,la cui presenza in scaletta riesco a giustificare solo come un refuso in fase di stampa del cd.Davvero pochino per quella che è definita la più famosa rock band del pianeta.

VOTO : 5,5

Blackswan,domenica 04/09/2011

sabato 3 settembre 2011

GUITAR HEROES : KEITH RICHARDS


Degli Stones e di Keith Richards si conosce tutto o quasi. Ma forse solo in pochi sanno che Richards è morto e quello che vediamo in giro altri non è che un suo ologramma. Lo so, sembra folle, ma solo così riesco a spiegarmi l’esistenza in vita di uno la cui faccia spiega meglio di ogni vocabolario il significato della parola dissolutezza .Una vita, quella del buon Keith, consumata fra riti orgiastici, colossali ed inesauribili bevute, e un’escalation nell’uso di sostanze psicotrope culminata con una surreale sniffata delle ceneri del proprio padre, morto e quindi cremato qualche tempo prima. Se poi ci mettiamo il violentissimo trauma cranico ( e conseguente intervento chirurgico ) procuratosi durante un soggiorno alle isole Figi per un “irrituale “ arrampicata su un albero di noci di cocco, la mia teoria dell’ologramma appare quanto meno plausibile. Ad ogni modo, sia che si tratti di un immagine proiettata o di un uomo in carne e ossa, Richards è da quarant’anni il chitarrista di una delle più grandi rock band del pianeta. Nonostante gli Stones abbiano smesso da tre decenni di comporre buona musica ( l’ultimo disco decente è “ Tattoo you “ del 1981 ), questo ragazzino di sessantasette anni, quando sale sul palco è ancora oggi uno dei motivi per la cui la vita è degna di essere vissuta. Cresciuto musicalmente coi dischi di Chuck Berry e una viscerale passione per il blues ( probabilmente l’unico motivo che lo abbia tenuto legato a Jagger per tutti questi anni ), Richards ha dato vita ad uno stile chitarristico inconfondibile, forse il più imitato di sempre, almeno per quanto riguarda il suono ruvido e grezzo dei riff. Un sound particolarissimo, dunque, che nasce da alcuni accorgimenti tecnici : l’utilizzo di amplificatori specifici per la musica blues, chitarra a cinque corde ( non usa la corda del Mi grave ), accordature diverse da quelle standard. Richards utilizza indifferentemente la Gibson ( agli inizi una Les Paul ) e la Fender Stratocaster. Per capire la grandezza del chitarrista ( sempre ammesso che ve ne sia bisogno ),vi lascio con una bella versione di “ (I can’t get no ) Satisfaction, forse il primo caso della storia in cui una chitarra distorta arriva in cima alle classifiche di vendita. La genesi della canzone è leggenda, ma vale la pena ricordarla. E’ il 1965 e gli Stones sono in tour in Florida.Keith si sveglia nel cuore della notte con un riff in testa e ripetendo in continuazione le parole che daranno il titolo al brano. Si alza, prende un registratore a cassette, incide il riff e torna a dormire, senza nemmeno spegnere il registratore. Più tardi dichiarerà che quel nastro conteneva due minuti di Satisfaction e quaranta di russate. 



Blackswan, sabato 03/09/2011