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lunedì 20 novembre 2017

MALCOM YOUNG




Amici,
è morto Malcom Young degli AC/DC.
A mio modo di vedere il vero artefice del loro suono, molto più del più popolare fratello Angus.
I canguri elettrici non stanno molto bene.
Malcom morto, Brian Johnson sordo e costretto a smettere di cantare almeno dal vivo, il batterista Phil Rudd indagato per omicidio circa un anno fa.
Insomma, una terza età un po' travagliata.
Però l'energia che ci hanno regalato in tanti anni ormai fa parte di noi, aquisita per sempre.
So long, Malcom.





Ezzelino Da Romano, lunedì 20/11/2017

domenica 22 gennaio 2012

GUITAR HEROES : EDDIE COCHRAN

Eddie è un ragazzino con un carattere forte, uno che non si da mai per vinto. Ama la musica più di ogni altra cosa e il suo sogno è quello di suonare la batteria nell’orchestra della scuola. Ma per poter suonare la batteria, gli impongono di studiare pianoforte. A Eddie il piano proprio non piace, e decide pertanto di cimentarsi con il trombone. Ma dopo un paio di lezioni viene scartato : la conformazione delle sue labbra  non è compatibile con gli strumenti a fiato. Sconsolato, il piccolo Cochran torna a casa e chiede al fratello, che strimpella la chitarra, di insegnargli qualche accordo. In pochi mesi Eddie diventa un chitarrista tanto provetto che a sedici anni fonda, con un altro ragazzino suo omonimo, i “Cochran Brothers”. I due suonano country, hanno un discreto successo locale, incidono qualche 45 giri. Tuttavia Eddie non è soddisfatto : ha un pallino per Elvis The Pelvis,  gli piace il rock’n’roll, non ne può più dei melensi suoni tradizionali, lui si sente nero nell’anima. Molla l’amico e prosegue la carriera in solitaria, arrivando subito al successo con una bella cover di “Twenty Flight Rock “ di Presley. Nel 1957, pubblica il suo unico album, “Singin ‘ To My Baby “, e diventa una stella di prima grandezza, tanto da guadagnarsi anche delle comparsate in qualche pellicola dell’epoca. Ma il meglio deve ancora venire, perchè Eddie nel giro di un paio d’anni ( tra il 1958 e il 1959 ) sforna singoli a ripetizione, tre dei quali diventano veri e propri classici del rock’n’roll : “ C’Mon Everybody “, “Somethin’ Else “ e la micidiale “ Summertime Blues “. La sua figura è ormai leggendaria, tanto che lo vogliono a suonare in ogni angolo del globo. Nel 1960, vola, quindi, in Inghilterra, dove la sua popolarità è alle stelle e dove annovera, fra le numerose schiere di fans, anche giovani musicisti del calibro di Paul Mc Cartney, John Lennon e Pete Townsend. Durante il tour in terra d’Albione, Eddie si accompagna a un altro rocker americano, Gene Vincent, e si esibisce spesso anche con una stella locale, Billy Fury. Il successo è enorme, ogni data registra il tutto esaurito. La turnee  si conclude a metà aprile : Eddie è stanchissimo, logorato dai ritmi frenetici di quel vagabondare da un lato all’altro dell’isola. Decide così di anticipare il ritorno a Londra, dove lo aspetta l’aereo che lo riporterà in patria, e la notte del 16 aprile 1960 sale in auto insieme a Gene Vincent, alla fidanzata Sharon Sheeley, al manager Pat Thompkins e all’autista George Martin.L’auto percorre la strada statale A4 ad una velocità folle.L’autista si accorge all’ultimo momento di aver sbagliato strada, sterza repentinamente per imboccare una laterale, ma perde il controllo del veicolo, che completamente impazzito si schianta contro un lampione. Se la cavano tutti, tranne Eddie, che viene sbalzato fuori dal tettuccio e ricade  sull’asfalto battendo la testa. Morirà alle prime luci dell'albra del 17 aprile, all’età di soli 21 anni. Eppure, nonostante la brevissima carriera, il modo di suonare di Cochran lascerà un’impronta indelebile nella storia del rock. Suonava duro, Eddie, scarno e senza fronzoli, e pur non possedendo una tecnica sopraffina, introdusse alcune novità che parecchi, negli anni a venire, cercarono di copiare : l’uso di linee armoniche equivalenti per il basso e la chitarra, contaminazioni country nei suoni rock’n’roll, l’utilizzo dello slap bass.La sua prima chitarra in assoluto fu una Gibson, ma nell’immaginario collettivo, Cochran se ne sta lì, in mezzo al palco, con a tracolla una Gretsch rossa fiammante.



Blackswan, Domenica 22/01/2012

domenica 20 novembre 2011

GUITAR HEROES : ANGUS YOUNG

A differenza di una consuetudine divenuta quasi uno stereotipo nel mondo della musica rock, Angus Young non ha mai assunto droghe né alcol, e quando vuole andare fuori di testa si fa un tè molto zuccherato.Sarà questo il motivo per cui alla veneranda età di 56 anni il piccolo chitarrista scozzese naturalizzato australiano ( è alto solo 157 cm ,) zompa ancora da una parte all’altra del palco come fosse stato morso da una tarantola.Chi ha avuto la fortuna di vedere un concerto degli Ac/Dc, dal vivo o anche grazie ad un dvd ( sono talmente divertenti che io non me ne perdo uno ), sa esattamente che la performance di Young durante un live act della band australiana è uno spettacolo nello spettacolo: duck walk ( il famoso passo dell’anatra inventato tanti anni fa da Chuck Berry ), spogliarelli innanzi a schiere di fan adoranti e vere e proprie corse da centometrista con assolo incorporato.Uno show nel quale, come ben sapete, il nostro guitar hero si esibisce rigorosamente in tenuta da scolaretto.Proprio lui, che di scuola ne fece  pochina davvero, preferendo agli studi la più remunerativa attività di macellaio ( grazie alla quale potè comprarsi la prima chitarra in grazia di Dio ).Ma non sono solo le sue indubbie doti di show-man a renderlo unico, quanto semmai un suono diventato un marchio di fabbrica con centinaia di aspiranti imitatori.Sarà anche vero che gli Ac/Dc da quasi quarant’anni suonano sempre lo stesso disco di grezzo hard rock da tre accordi in croce, ma il timbro e il vibrato di Angus( nonostante la tecnica non proprio cristallina ) restano un patrimonio unico.Merito della sua Gibson SG, da sempre abbinata a un amplificatore Marshall, con la quale Young ha scritto alcune delle pagine più memorabili del genere.
Qui di seguito il classico dei classici, una canzone contro la quale da ben trentaquattro anni la mia cervicale sta combattendo una battaglia impari.



Blackswan, domenica 20/11/2011


domenica 30 ottobre 2011

GUITAR HEROES : JOHNNY MARR

Una delle poche certezze acquisite nella mia ormai più che trentennale carrriera di appassionato di musica ( ho avuto un’inizio molto precoce ) è il fatto, a mio avviso incontrovertibile, che gli Smiths siano stati uno dei pochi gruppi della scena musicale inglese ad essere davvero seminali. Ad avere inventato cioè un linguaggio universale ( alcuni altri gruppi hanno fatto cose egregie nel sottobosco indie ) dal quale ha attinto, rielaborandolo, un’intera generazione di musicisti ( si pensi agli Stone Roses o ai Suede, ad esempio ).Non solo gli Smiths aprirono le porte al movimento brit pop ( che trovò qualche anno più tardi il proprio manifesto nel primo e unico lavoro dei La’s ) e diedero visibilità a livello sociale al tema dell’omosessualità e della diversità in genere , ma grazie all’estro di Johnny Marr riportarono al centro della canzone lo strumento chitarra. Non però i riff rabbiosi del punk o gli assoli incendiari degli anni ’70 e nemmeno le contorsioni noise di derivazione garage di Thurston Moore e soci .Nossignore. Le canzoni degli Smiths si sviluppano su un chitarrismo colorato, luccicante, a volte addirittura stralunato, giocato tutto su cascate di morbidi arpeggi che vestono alla perfezione, esaltandone la drammaticità, il canto monocorde e dolente di Morrissey.Di chiara derivazione Byrdsiana, la peculiarità del suono di Marr ( che influenzerà in seguito giovani musicisti come Noel Gallagher, Bernard Butler e John Squire ) è determinata dall’utilizzo di una Rickembacker 300 a dodici corde ( un tempo appertenuta a Pete Townshend ) su cui il chitarrista sfoggia un’invidiabile tecnica, sia col plettro che con le dita. Musicista intuitivo e moderno, Marr, a differenza dell’istrionico Morrissey, amava una posizione defilata ( chi trova un suo primo piano in un video ufficiale vince una birra! ), mettendosi al servizio della canzone piutosto che del proprio ego. Ecco perché durante la sua militanza con gli Smiths si cimenta in solo due assoli ( uno in “ Shoplifters Of The World Unite “ e l’altro in “ Paint a Vulgar Picture “ ) preferendo “marchiare a fuoco “ i brani con una vasta gamma di tecniche diverse che vanno dal glissando scintillante di “ How Soon Is Now ? “, al folgorante riff di “ Bigmouth Stikes Again “ fino al wah wah epocale dell’attacco di “ The Queen Is Dead “.



Blackswan, domenica 30/10/2011

mercoledì 19 ottobre 2011

GUITAR HEROES : RORY GALLAGHER

 
Altro che U2 ! Chiedete ad un rocker irlandese di citarvi un eroe nazionale delle sette note e senza tentennamenti vi dirà : Rory Gallagher.Un musicista così amato in terra d'Irlanda che, il giorno della sua morte, il 14 giugno del 1995, l'intera isola rimase chiusa per lutto e le sue esequie furono addirittura trasmesse in televisione a reti unificate. Morì giovane, a soli 47 anni, il povero Rory, vittima delle complicazioni di un trapianto di fegato resosi necessario per una cirrosi cronica dovuta all'abuso di alcol.Eppure, nonostante la grave dipendenza dagli alcolici,  Rory sul palco esprimeva, anche negli ultimi tempi, un'esplosiva vitalità e un'energia che mai avrebbero fatto presagire il drammatico epilogo.Gallagher iniza a suonare la chitarra a soli nove anni e, dopo aver militato in piccole band locali, si trasferisce a cercare fortuna a Londra.Qui, insieme a Eric Kitteringham ( basso ) e Norman Damery ( batteria ) fonda i Taste, combo di muscolare hard-rock-blues ispirato alle sonorità portate al successo dai più celebri Cream di Eric Clapton, in quegli anni ( è del 1969 il primo album dei Taste ) già in fase di scioglimento.Dopo un pugno di dischi ( superbo "On the Boards " del 1970 ) e un discreto successo commerciale, Gallagher scioglie il gruppo, preferendo seguire le ambizioni di una dimensione artistica meno costretta dai clichè del genere. Non che gli fosse venuto a noia il blues, amore che peraltro lo accompagnò per tutta la sua carriera, solo che il proprio eclettismo musicale lo spingeva verso un'idea di musica più contaminata, che prevedesse la possibilità di esplorare anche altri generi quali il jazz, il funk, il r'n'b', e la ballata acustica dal sapore folk.Difficle trovare momenti di stanca in una discografia composta di dodici album in studio ( molti altri saranno poi pubblicati postumi ), tra cui spuntano autentiche gemme, come il mitico " Tatoo " del 1973 ( quello di "Cradle Rock " e "Tatoo'd Lady ", per intenderci ) e "Defender" del 1987, forse il suo disco più marcatamente blues.Tuttavia, la dimensione migliore di Gallagher, come per ogni animale da palcoscenico che si rispetti, fu quella del live act. Ancora oggi il suo "Irish Tour " del 1974 ( ma ottimo è anche " Live in Europe " del 1972 ) è considerato uno dei migliori dischi live della storia del rock, così come sono imperdibili numerosi dvd che riprendono il chitarrista durante celebri performance ( a mio parere, i due migliori sono "Live At Cork Opera House" relativo ad un concerto del 1987, e il doppio "Live At Montreaux " , che raccoglie estratti di concerti tenuti dal chitarrista al noto festival, fin dal lontano 1975   ).
Gallagher, molto apprezzato per la sua particolarissima tecnica slide ( suonava un turbinio di note alla velocità della luce ), utilizzò per quasi tutta la vita una Fender Stratocaster con finitura sunburst, da lui stesso comprata nel lontano 1961, nonostante lo strumento, nel corso degli anni, si logorò tanto da perdere quasi completamente l'aspetto originario.Il suono, però, rimase sempre lo stesso.
 
 

Blackswan, mercoledì 19/10/2011
 

domenica 9 ottobre 2011

GUITAR HEROES : MIKE BLOOMFIELD

Al Kooper e Mike Bloomfield si conoscono durante le sessioni per la registrazione di “Highway 61 Revisited” di Dylan. Il primo, di li a poco fonderà, i Blood Sweat & Tears, gruppo che mastica jazz contaminato da rock e blues; il secondo è il chitarrista di una delle band più rivoluzionarie dei tempi, la Paul Butterfield Blues Band.I due si piacciono immediatamente, visto che condividono una passionaccia per le improvvisazioni e il blues.Così Kooper, un paio d’anni dopo, chiama Bloomfield per realizzare un disco che nelle intenzioni dovrebbe essere una sorta di manifesto del genere. I due iniziano a lavorare con intensità, chitarra elettrica ed hammond si intrecciano in canzoni che incarnano perfettamente lo spirito libero dell’epoca: si parte dal blues per esplorare, poi, senza briglie, i confini del rock psichedelico e quelli dell’improvvisazione jazz. Ma Bloomfield molla presto il colpo: la dipendenza dell’eroina ed un carattere instabile ai limiti della psicopatia lo fanno letteralmente fuggire dalla sala d’incisione.Lascerà solo un laconico bigliettino (“ Non riuscivo a dormire.Torno a casa “ ) per poi sparire nel nulla. Kooper non si perde d’animo e sostituisce Bloomfield con Stephen Stills.Il disco, dal titolo ambizioso di “ Super Session “, nonostante le traversie, sarà un capolavoro.Qualche mese dopo Kooper ci riprova. Richiama Bloomfield per un breve tour da cui dovrà vedere la luce anche un album live. Le serate previste sono tre, tutte al Fillmore Auditorium di San Francisco, con due set previsti per giornata. Le prime due serate filano lisce ed esaltanti.Ma la terza sera Bloomfield sparisce di nuovo. Kooper recluta al volo Steve Miller e un imberbe Carlos Santana ( qui alla sua prima registrazione ufficiale ) e continua concerto e registrazioni.Il disco che nascerà da queste tre serate ( “Live adventures of Mike Bloomfield e Al Kooper “ ), sarà l’ennesima pietra miliare rock-blues. Mike Bloomfield era così, totalmente inaffidabile, prendere o lasciare.Folle e geniale, chitarrista d’avanguardia ma anima fragile in balia delle droghe, Bloomfield ebbe il merito di aprire la strada ai grandi chitarristi bianchi che poi si affermarono col boom del blues inglese datato 1968. Aveva un modo di suonare particolarissimo, perché a differenza di moltissimi bluesman preferiva un suono pulito, con abbondanza di vibrato e scarsissimo uso delle distorsioni.Alternava la Fender Telecaster alla Gibson Les Paul, di cui divenne uno dei migliori interpreti di sempre per la sua innata capacità di trarre dallo strumento suoni prolungati e sostenuti.La dipendenza dall’eroina,che lo accompagnerà per tutta la carriera ( imperdibile “Analine” del 1977 ) e una grave forma di artrite alle mani, lo uccideranno, a soli trentasette anni, nel 1981. 


Blackswan, domenica 09/10/2011 

lunedì 26 settembre 2011

GUITAR HEROES : JACK WHITE



All’inizio di “ It Might Get Loud “, documentario del 2009 su tre generazioni di chitarristi, Jack White ( gli altri due rocker presi in considerazione sono Jimmy Page e The Edge ) costruisce in pochi minuti una chitarra elettrica perfettamente funzionante con una bottiglia di coca cola,un fil di ferro e poche tavolette di legno.In questa piccola opera di artigianato c’è tutta l’essenza della concezione musicale di White : l’amore per le radici, la ricerca di suoni primordiali, la riscoperta del blues del Delta così come era suonato dai grandi padri. Sbaglia chi ritiene che White sia un chitarrista tecnicamente modesto.Di tecnica White ne ha da vendere,ma la nasconde,la mette al servizio di una ricerca filologica volta a far riemergere il blues delle origini,che viene poi attualizzato in un contesto che oggi chiamiamo alternativo.Ed è proprio questo il merito del chitarrista: essere stato uno dei pochi ad aver portato il blues fuori dai circuiti specializzati, trasformandolo in musica che fosse alla portata delle nuove generazioni, senza perciò tradirne lo spirito e l’essenza originari.Eco spiegato il motivo  per cui i suoi White Stripes ( pace all’anima loro ) suonano così spartani, perché al centro del suo rock ci sono i riff e non gli assoli, perché batteria e chitarra, se adeguatamente amalgamati, possono creare un devastante wall of sound.E’ lo stesso Jack a raccontarlo : <<Tutto quello che occorre sono due persone.La musica arriva dalla chitarra o dal piano e il ritmo è dato dall’accompagnamento di Meg ( l’altra metà degli Stripes ).Non serve altro.>>.White inizia ad approciarsi alla musica molto giovane,suonando inizialmente la batteria e passando progressivamente alla sei corde.Il suo retroterra di formazione è composto dai grandi del blues,come Robert Johnson e Son House, ma anche da molto garage rock ( Sonics, Monks ).E’ del 1999 l’esordio discografico con i White Stripes e l’inizio di una decennale carriera che lo porterà a riscrivere le coordinate del rock altenativo statunitense.Oltre alla casa madre dei WS, Jack tiene in piedi altri due notevolissimi progetti paralleli ( i Raconteurs e i Dead Weather ) e ha collaborato con numerosi artisti dai backgrounds più disparati,quali ad esempio Wanda Jackson e Danger Mouse.La chitarra preferita di White è una Airline bianca e rossa, un modello economico da grandi magazzini degli anni sessanta, di cui abbassa l’intonazione per sopperire alla mancanza del basso.Il modo di suonare di Jack è caratterizzato dal frequente uso del dito mignolo per compensare la parziale immobilizzazione dell’indice della mano sinistra,fratturatosi a seguito di un incidente d’auto nel 2003.



Blackswan, lunedì 26/09/2011


domenica 18 settembre 2011

GUITAR HEROES : DJANGO REINHARDT


Nel film “Accordi e disaccordi “ di Woody Allen, Sean Penn interpreta il ruolo del chitarrista jazz,  Emmet Ray, il quale, pur consapevole della propria bravura, è ossessionato dal fatto che, nonostante tutti gli sforzi prodotti, resterà sempre e comunque il secondo chitarrista più bravo al mondo.Il primo, vive dall’altra parte dell’oceano,si chiama Django Reinhardt, è belga di natali e gitano di origine. Reinhardt passa la sua infanzia a girovagare per il mondo,finchè nel 1918 la carovana di cui fa parte la sua famiglia si accampa nei pressi di Parigi.Qui, Django inizia a suonare un banjo regalatogli da un conoscente. Non sa né leggere né scrivere e tanto meno conosce le note.La sua formazione tecnica è esclusivamente visiva: impara tutto guardando suonare gli altri musicisti.A dodici anni è talmente bravo che viene scritturato per suonare nelle sale da ballo.Poco dopo, inizia a registrare i primi pezzi per la casa discografica Ideal Company insieme al fisarmonicista Jean Vaissade.E’ il 1928, e Django è prossimo a diventare una stella del jazz.Ma il destino beffardo gli tende un’imboscata.Una sera,dopo aver suonato in un locale,rientra nella propria roulotte, piena di fiori finti che la moglie aveva preparato per venderli al mercato.Django sente un rumore, pensa sia un topo e cerca di individuarlo reggendo in mano una candela.Basta un pezzo di stoppino incandescente caduto tra i fiori altamente infiammabili, e il caravan, in pochi secondi, è avvolto dalle fiamme. Django riesce a salvare sè stesso e la moglie, ma riporta gravissime ustioni alla mano sinistra e al fianco destro, che lo costringeranno in un letto di ospedale per diciotto mesi. Carriera stroncata ? Nemmeno per sogno. Django riprende la chitarra in mano e ricomincia a suonare, inventando un sistema di diteggiatura completamente nuovo, basato sulle sole due dita della mano sinistra che riusciva a controllare pienamente, l’indice e il medio ( il quarto e il quinto dito si erano arricciati verso la palma per l’accorciamento subito dai tendini a seguito del calore ). Nasce un suono nuovo,mai ascoltato prima, che diventerà il machio di fabbrica del chitarrista.Il quale,nel corso di una vita tormentata dalle persecuzioni naziste, oltre che con il suo alter ego Stephane Grappelli, suonerà con leggendari jazzisti del calibro di Louis Armstrong, Duke Ellington Benny Carter e Coleman Hawkins, prima di morire nel 1953, a soli 43 anni, a causa di una grave emorragia cerebrale.Per comprendere quanto lo stile di Reinhart fosse  innovativo,tanto da essere apprezzato anche fuori dai confini della musica jazz, voglio ricordare la genesi di una celeberrima canzone degli Almann Brothers Band, “Jessica”. E’ il 1973, e Dickie Betts, divenuto chitarrista solista della band dopo la morte di Duane Allman, è ossessionato dal talento di Reinhardt, di cui è un appassionatissimo fan. Betts da giorni sta cercando di comporre una canzone che possa essere suonata con due sole dita, come faceva il grande Django. Nonostante gli sforzi,non riesce a trovare il bandolo della matassa.Poi,nella stanza dove sta provando entra a carponi la figlioletta Jessica, che gli sorride.L’ispirazione è folgorante e in meno di due ore Betts termina la canzone che,ventitre anni dopo,nel 1996, vincerà un Grammy come miglior brano strumentale.Un premio che verrà tributato alla memoria del più grande chitarrista jazz che la storia ricordi.





Blackswan, domenica 18/09/2011

domenica 11 settembre 2011

GUITAR HEROES : ZAKK WYLDE


Se lo incontraste per strada,magari in un vicolo scarsamente illuminato e nelle ore ai malfatti propizie,è molto probabile che ve la fareste sotto dalla paura.Perchè l’aspetto fisico di Zakk Wylde è quanto di meno rassicurante ci possa essere.Massiccio,muscoloso,barba e acconciatura che richiamano l’iconografia vichinga e un’interpretazione particolare del concetto di pulizia,Wylde è quello che si potrebbe definire,senza esagerare,un cavernicolo metal.Se a ciò si aggiunge una passionaccia per la birra Sierra Nevada e per il Johnny Walker Black Label ( da qui anche il nome della sua band,i Black Label Society ) il quadro è completo.Ma al di là di una certa rozzezza nei modi e nell’aspetto,Zakk è un chitarrista con un orecchio musicale finissimo,che non disdegna frequenti incursioni nella melodia,come dimostrato dalle numerose ballate che arricchiscono le scalette dei suoi dischi.Inizia prestissimo a suonare:a quindici anni passa già dodici ore al giorno ad allenarsi su una chitarra classica,a cui alterna gli studi di pianoforte e di canto.Nel 1987,la fidanzata di Wylde,avendo saputo che Ozzy Osbourne è alla ricerca di un chitarrista,manda all’ex leader dei Black Sabbath un nastro con le prodezze di Zakk.Un tentativo fatto quasi per scherzo che ha però un esito inaspettato.Audizione,contratto e Wylde,a soli diciannove anni, diventa il chitarrista del principe della notte,con il quale inciderà la bellezza di nove album.Nel 1996,fonda però un suo gruppo,i Black Label Society,con i quali è attualmente in attività,proponendo un hard rock venato di metal-doom e stoner,che paga i suoi tributi di ispirazione tanto ai Black Sabbath quanto ai Soundgarden.Wylde è considerato fra i più grandi chitarristi metal di sempre,in virtù di una originalissima tecnica abbinata ad una velocità fulmicotonica.La peculiarità dei suoi assoli è costituita dall’utilizzo di armonici artificiali e delle scale pentatoniche ( le stesse che utilizza Angus Young e che vengono considerate robaccia dai metallari ),eseguite però in alternate picking e spesso,e questa è la vera novità,con il chicken picking,tecnica chitarristica utilizzata quasi esclusivamente nel country.La sua chitarra,da sempre,è la Gibson Les Paul,di cui dice,con la consueta eleganza che lo contraddistingue : “ Io sono fedele alla Les Paul e lo sarò per sempre.Io le fottute Gibson le ho nel sangue.Cazzo scegli una chitarra e restale fedele.Non vedrai mai il fottuto Yngwie Malmsteen che suona una Les Paul.Se tu vedessi Angus Young che suona una Les Paul,diresti:ma che cazzo,è arrivata la fottuta cazzo di apocalisse! “.
Gustatevi il video ufficiale di “Stillborn” dei Black Label Society in cui l’assolo di Wylde è di quelli che lasciano a bocca aperta.


Blackswan, domenica 11/09/2011

sabato 3 settembre 2011

GUITAR HEROES : KEITH RICHARDS


Degli Stones e di Keith Richards si conosce tutto o quasi. Ma forse solo in pochi sanno che Richards è morto e quello che vediamo in giro altri non è che un suo ologramma. Lo so, sembra folle, ma solo così riesco a spiegarmi l’esistenza in vita di uno la cui faccia spiega meglio di ogni vocabolario il significato della parola dissolutezza .Una vita, quella del buon Keith, consumata fra riti orgiastici, colossali ed inesauribili bevute, e un’escalation nell’uso di sostanze psicotrope culminata con una surreale sniffata delle ceneri del proprio padre, morto e quindi cremato qualche tempo prima. Se poi ci mettiamo il violentissimo trauma cranico ( e conseguente intervento chirurgico ) procuratosi durante un soggiorno alle isole Figi per un “irrituale “ arrampicata su un albero di noci di cocco, la mia teoria dell’ologramma appare quanto meno plausibile. Ad ogni modo, sia che si tratti di un immagine proiettata o di un uomo in carne e ossa, Richards è da quarant’anni il chitarrista di una delle più grandi rock band del pianeta. Nonostante gli Stones abbiano smesso da tre decenni di comporre buona musica ( l’ultimo disco decente è “ Tattoo you “ del 1981 ), questo ragazzino di sessantasette anni, quando sale sul palco è ancora oggi uno dei motivi per la cui la vita è degna di essere vissuta. Cresciuto musicalmente coi dischi di Chuck Berry e una viscerale passione per il blues ( probabilmente l’unico motivo che lo abbia tenuto legato a Jagger per tutti questi anni ), Richards ha dato vita ad uno stile chitarristico inconfondibile, forse il più imitato di sempre, almeno per quanto riguarda il suono ruvido e grezzo dei riff. Un sound particolarissimo, dunque, che nasce da alcuni accorgimenti tecnici : l’utilizzo di amplificatori specifici per la musica blues, chitarra a cinque corde ( non usa la corda del Mi grave ), accordature diverse da quelle standard. Richards utilizza indifferentemente la Gibson ( agli inizi una Les Paul ) e la Fender Stratocaster. Per capire la grandezza del chitarrista ( sempre ammesso che ve ne sia bisogno ),vi lascio con una bella versione di “ (I can’t get no ) Satisfaction, forse il primo caso della storia in cui una chitarra distorta arriva in cima alle classifiche di vendita. La genesi della canzone è leggenda, ma vale la pena ricordarla. E’ il 1965 e gli Stones sono in tour in Florida.Keith si sveglia nel cuore della notte con un riff in testa e ripetendo in continuazione le parole che daranno il titolo al brano. Si alza, prende un registratore a cassette, incide il riff e torna a dormire, senza nemmeno spegnere il registratore. Più tardi dichiarerà che quel nastro conteneva due minuti di Satisfaction e quaranta di russate. 



Blackswan, sabato 03/09/2011