lunedì 13 luglio 2020

A.A. WILLIAMS - FOREVER BLUE (Bella Union, 2020)

Gli studi classici da bambina, l’innamoramento per i Deftones e il metal più estremo, una chitarra trovata per strada, le prime composizioni, un omonimo Ep e, poi, il salto di qualità, con un vinile 10” intitolato Exit In Darkness e composto in collaborazione con la band giapponese di post rock dei Mono.  Sono queste le tappe della breve carriera di A.A. Williams, giovane londinese che con Forever Blue, esordio pubblicato via Bella Union, si cimenta finalmente sulla lunga di stanza.
Otto canzoni per quaranta tre minuti di lunghezza, in cui la giovane songwriter mette a frutto i suoi studi e la passione per il rock più sperimentale. Fin dal primo ascolto del disco, infatti, si colgono influssi di band quali i citati Mono, i Rachel’s, gli Explosions In The Sky, i Sigur Ros e i Cult Of Luna, ricollocati in un contesto sonoro in cui emergono anche tessiture di classica contemporanea e aperture a un folk livido e crepuscolare. Sarebbe però assai riduttivo inquadrare questo esordio attraverso le sue fonti d’ispirazione: nel disco, infatti, emerge tutto il talento di una giovane artista che scrive grandi canzoni e ha tante cose da dire attraverso la propria originale visione artistica.
Forever Blue è in primo luogo la rappresentazione perfetta della drammatica liturgia dei nostri tempi, la spettrale fotografia di un mondo alla deriva e senza speranza, un epicedio sulle macerie di un’umanità destinata a un lento viaggio verso la profondità degli inferi. Su tutto regnano tanatos e un senso incombente di afflizione e di resa, le atmosfere sono cupe e sprofondate nell’ombra, e i rari momenti di estasi sono un fugace sguardo che tende all’assoluto.
La struttura dei brani è quella classica del post rock: trame melodiche intrecciate lentamente, una fase centrale di stasi contemplativa e quindi il ricorso al climax per creare un effetto di progressione che enfatizzi il tema melodico suggerito all’inizio.
Il disco si apre con All I Asked For (Was It To End), ballata per piano e voce dall’impianto molto classico, che lentamente acquisisce maggior respiro attraverso un arrangiamento d’archi, il raddoppio della voce e il tetro metronomo della batteria. Un brano malinconico e pregno di afflizione, come evidenziato dallo splendido video che accompagna la canzone: la morte come dissolvimento materiale e ritorno all’humus della terra, la carne che torna a essere parte del tutto, in una rappresentazione sonora che evoca i versi di Sylvia Plath di Io Sono Verticale. Una canzone che è il punto di partenza per tracciare la perfetta circonferenza di un cerchio che si chiude con la delicatezza vaporosa della conclusiva I’m Fine, ballata per pianoforte e voce, accarezzata da un languido violoncello e attraversata da un esile raggio di sole evocato nel cinguettio finale degli uccelli.
All’interno di questo percorso circolare, aperto e chiosato dai due momenti più “leggeri” del disco, si sostanzia una parte centrale in cui si raggrumano tensione e drammaticità. Il basso che apre Melt sono passi nel cuore della notte maligna e dissonante, la voce della Williams è una corda tesa nell’abisso tremante, che si spezza poi, nel battente sconquasso che chiosa il brano in un crescendo di pathos tanto caro ai Sigur Ros. Il lamento e la lentezza esasperata di Dirt, cantata in duetto con Tom Fleming dei One True Pairing, sanno di terra brulla e riarsa, di sogni spezzati e di desolazione senza fine. La stessa desolazione che attraversa Fearless, sprofondo definitivo nelle viscere della terra, che suona come un’illustrazione dell’inferno dantesco fatta da Gustave Dorè. Una canzone di una mestizia infinita, romantica rappresentazione di un mondo ultraterreno che altro non è se non la fotocopia della realtà, qui enfatizzata dal tocco orrorifico del growl di Johannes Persson dei Cult Of Luna, presente come ospite.
Suona grave e disperata anche Glimmer, la cui melodia di bellezza spettrale è schiacciata dal peso di un cielo plumbeo e senza stelle, mentre il cantato austero, quasi ieratico della Williams in Love And Pain, imprigionato dai magli di un basso metallico e arcigno, trova sfogo in un crescendo a volute che vibra di ascensione mistica.
Prima del finale c’è spazio per la malinconia senza appello di Wait, extrasistole di un cuore sul punto di spezzarsi in un’ipnotica spirale discendente che trasfigura la speranza in una pallida chimera. Su tutto incombe, pervasivo, un senso di imminente e devastante tragedia.
Forever Blue è al momento il miglior esordio dell’anno, un disco complesso e fascinoso, contornato da una tristezza che non evapora nemmeno di fronte ai rilucenti colori e alla frivolezza che accompagnano l’estate. Un ascolto che, proprio per questo, si fa straniante, un po' come ascoltare Pornography dei Cure sotto l’ombrellone a Riccione: la pece nera di un dolore interiore e tangibile prende forma sotto l’azzurro cristallino del cielo. Ciò non toglie nulla alla bellezza di un disco destinato a essere annoverato fra le cose migliori di questo 2020. E sarà bello riascoltarlo quando fuori tutto sarà pioggia, nebbia e oscurità, e l’autunno saprà regalare nuove sfumature a queste otto, bellissime e disperate canzoni.

VOTO: 9





Blackswan, lunedì 13/07/2020

sabato 11 luglio 2020

BLACK CAT BONE - TRUTH (Chameleon Records/Elektra, 1992)

Anno magico, il 1992, con tante uscite discografiche importanti ed emblematiche del suono allora in voga e di quello che, da lì a poco, prendere consolidata forma. E’, infatti, l’anno della techno ambient ipnotica di Selected Ambient Works 85-92 degli Aphex Twin, dell’alternative lo-fi sporco e grezzo dei Pavement di Slanted And Enchanted, del militante metal rap dei Rage Against The Machine e del loro infuocato esordio, del capolavoro grunge a tinte metalliche del leggendario Dirt degli Alice In Chains.
Decisamente contro tendenza rispetto alle mode del momento è, invece, l’esordio dei Black Cat Bone, power trio americano, proveniente dal Kentucky. Composta dal chitarrista e cantante David Angstrom, dal bassista Mark Hendricks e dal batterista Jon McGee, la band, che visse una stagione brevissima, fu oggetto di culto di una ristrettissima cerchia di fan, nonostante quel nome, Black Cat Bone, evocasse immediatamente i ben più famosi Black Cat Bones di Paul Kossoff, band londinese di blues rock operativa a Londra alla fine degli anni sessanta e dalla cui costola, poi, nasceranno i Free.
Truth fu un esordio, come si diceva, controcorrente rispetto all’allora panorama musicale, dal momento che i tre ragazzi del Kentucky andavano a rendere omaggio all’hard rock blues degli anni d’oro, citando a manetta veri e propri miti come Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Thin Lizzy, Free e ZZ Top. Da questi ultimi, i Black Cat Bone, ereditarono come surplus torridi accenti sudisti, ma la proposta rispetto alle fonti d’ispirazione era decisamente più dura, rumorosa, sferragliante, accelerata da un’urgenza quasi punk.
Riff trucidi, assoli letali come un lanciafiamme in un campo di grano, e una sezione ritmica vibrante, inesausta e martellante, con il basso talvolta slappato, rendevano le dodici canzoni in scaletta un assalto sonoro selvaggio e senza compromessi. Un suono classico, certo, ma non frusto o anacronistico, dal momento che sotto l’armatura metal della band batteva un cuore in extrasistole funky, vero segno distintivo della proposta dei Black Cat Bone (emergono qui e là collegamenti con i coevi Living Colour).
Un disco lungo (un’ora secca di durata), sferragliante e votato al corpo a corpo, in cui i pochi attimi di sospensione vengono utilizzati come blocchi di partenza per impetuose e devastanti accelerazioni. Il riff zeppeliniano dell’iniziale The Epic Continues (con quel ritornello che è più Zep degli stessi Zep), la derapata funky di Dynamic (che incorpora citazioni sabbathiane), la ritmica furente e in levare di Be Like Me, i deragliamenti jammistici di Dream e della title track, l’hard blues micidiale di Too Cool/Shoe Shine sono sventagliate ad alzo zero che feriscono a morte e non lasciano scampo.
Un esordio fulminante e gagliardo, che apriva le porte a un futuro luminoso per un gruppo che andava, si, controcorrente, ma che sarebbe potuto arrivare ovunque, grazie alla potenza di tiro e a qualità tecniche di alto prospetto. Peccato che la storia della band finisca qui: David Angstrom, anima dei Black Cat Bone, molla il colpo e più tardi andrà a fondare un altro killer trio, i Supafuzz. Ma questa, come si suol dire, è tutta un’altra storia.





Blackswan, sabato 11/07/2020

giovedì 9 luglio 2020

TANA FRENCH - IL RIFUGIO (Einaudi, 2020)

Patrick Spain e i suoi due bambini vengono ritrovati morti in un complesso residenziale mezzo abbandonato per colpa della crisi. Jenny, la madre, è in fin di vita. All'inizio Mick «Scorcher» Kennedy, incaricato delle indagini, pensa alla soluzione più scontata: un padre sommerso dai debiti, travolto dalla recessione, ha tentato di uccidere i propri cari e si è tolto la vita. Ma ci sono troppi elementi che non quadrano: le telecamere nascoste nell'appartamento, i file cancellati su uno dei computer e il fatto che Jenny temesse che qualcuno fosse entrato in casa loro per spiarli. A complicare il quadro, c'è il quartiere in cui vivevano gli Spain - un tempo noto come Broken Harbour - che riporta a galla ricordi dolorosi del passato di Scorcher.

Broken Harbour, località costiera a più di un’ora di strada da Dublino, doveva essere il sito di una zona residenziale da favola, un complesso di villette per famiglie attrezzato di negozi, scuole, centro fitness, biblioteca. La promessa di un futuro radioso di fronte a un panorama da favola. Invece, la crisi, ha spazzato via i sogni di gloria e di benessere: il sito è in stato di abbandono, l’incuria le erbacce e la salsedine dominano incontrastate, e delle tante ville che si dovevano costruire ne sono state completate poche e con materiali scadenti.
In una di queste, vengono ritrovati i corpi di Patrick Spain e dei suoi due bambini. Assassinati. Jenny, la madre, viene tratta in salvo per il rotto della cuffia, ed è in ospedale a lottare tra la vita e la morte. L’indagine viene messa in mano a Mike Kennedy, detective irreprensibile, ma con un passato (e un presente) doloroso e ancora tutto da rielaborare, e alla giovane recluta Richie Currant, ragazzo dai modi dimessi e gentili.
I due, con uno strattagemma, arrestano subito un sospettato, il quale, messo alle strette, confessa l’efferato crimine. Tutto troppo semplice, però, così semplice che è evidente che qualcosa non quadri. Perché dietro l’apparente perfezione di una famiglia felice, dietro l’amore idilliaco che lega i coniugi Spain, emerge qualcosa di oscuro e poco chiaro: un fantomatico animale che si aggira rumorosamente nella soffitta di casa, strani buchi nei muri, del tutto inconciliabili con la perfetta pulizia dell’abitazione. Così, anche se il caso potrebbe essere immediatamente archiviato, i due detective continuano a indagare. Cosa è successo davvero agli Spain?
Tana French, pluripremiata scrittrice americana di origini irlandesi, costruisce con maestria un romanzo giallo dall’andamento molto classico, in cui all’azione, praticamente inesistente, sostituisce la pura indagine, la testimonianza delle persone informate dei fatti, il lavoro della polizia scientifica, il ragionamento deduttivo. Eppure, nonostante i ritmi compassati, il libro funziona alla meraviglia e il romanzo avvince dalla prima e ultima pagina, in un finale che forse non sorprende, ma che riesce a essere plausibile e sconvolgente.
Nelle seicentocinquanta pagine che compongo Il Rifugio, però, non è solo il delitto a essere protagonista: il detective Kennedy rivive il proprio passato (Broken Harbour era il luogo in cui la sua famiglia si receva in vacanza) e affronta i propri sensi di colpa, e la French si abbandona a riflessioni acute su giustizia, verità e funzione dell’indagine poliziesca. Un thriller scritto bene, lontano dalle banalità del genere, che vi terrà compagnia sotto l’ombrellone, e vi conquisterà senza mandare in vacanza anche i vostri neuroni.

VOTO: 7,5

Blackswan, giovedì 09/07/2020
 

mercoledì 8 luglio 2020

PREVIEW



Josiah Johnson – ex membro e fondatore dei The Head and the Heart – annuncia oggi il suo album di debutto solista Every Feeling On A Loop, in uscita il 04 settembre su ANTI-, distribuzione Self.
Nel nuovo singolo estratto “Nobody Knows”, Johnson canta perché le persone trovino il coraggio di condividere e ricevere le verità presenti nei loro cuori. I messaggi che canta, così come la sua essenza, sono una gradita boccata d’aria. “Buona parte della crescita documentata in questo album riguarda l'assumermi la responsabilità di come mi mostro al mondo e questa canzone parla proprio dell'assumermi la responsabilità di come mi prendo cura di me stesso", afferma Johnson. “Un parte della mia esperienza con la dipendenza è ben rappresentata dal fatto che nonostante stessi vivendo un brutto periodo, non stavo chiedendo l’aiuto di cui avrei avuto bisogno.”





Blackswan, mercoledì 08/07/2020

martedì 7 luglio 2020

NICOLE ATKINS - ITALIAN ICE (Single Lock, 2020)

Se il seducente Goodnight Rhonda Lee del 2017 è stato per Nicole Atkins una sorta di ritorno alla vita (non solo artistica), dopo un lungo e difficile periodo di dipendenze, questo nuovo Italian Ice aggiunge un ulteriore e fondamentale tassello alla crescita di una delle songwriter tra le più interessanti dell’ultimo decennio.
Registrato ai Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, in Alabama, uno dei luoghi della memoria e patrimonio storico del rock statunitense, Italian Ice ha visto la Atkins fare le cose in grande, contornandosi di un nutrito gruppo di musicisti fuoriclasse (il tastierista Spooner Oldham e dal bassista David Hood, militanti nella Muscle Shoals Rhythm Section, il chitarrista Binky Griptite dei Dap-Kings, Jim Sclavunos e Dave Sherman dei Bad Seeds di Nick Cave e il batterista dei Midlake, McKenzie Smith) e di qualche ospite di lusso (Seth Avett degli Avett Brothers, Erin Rae e John Paul White), che hanno contribuito a definire ulteriormente uno stile già ben marcato nel capitolo precedente.
Sono undici le canzoni in scaletta, con cui la Atkins intesse, con eleganza e rigoglio di arrangiamenti, un coloratissimo melange di pop, soul, blues, funky e psichedelia: i piedi ben piantati nel presente, ma lo sguardo rivolto agli amati anni ’60 (che già erano la cifra stilistica che informava Goodnight Rhonda Lee) e in parte agli anni ’70. Modernità e vintage, dunque, per un disco che possiede un’ottima resa soprattutto se ascoltato in cuffia, in modo da cogliere sfumature, intuizioni e suoni che, arricchiscono un già di per sè intrigante paesaggio melodico.
Apre Am Gold, numero da vera fuoriclasse: un sognante drive di pianoforte (che evoca The Great Gig In The Sky dei Pink Floyd) conduce a un irresistibile groove funky soul che prende letteralmente il volo sulle ali della potente voce della Atkins e su quei coretti che fanno da giocoso contrappunto. Splendido incipit per un disco che prosegue giocando con la psichedelia nella trasognata Captain e nella baldanzosa Mind Eraser, che invita alla spensieratezza con il pop in chiave FM di Forever, che spinge sul dancefloor con la disco funk di Domino e che replica sornione un modulo r’n’b che sembra rubato a Mama Told Me Not To Come di Randy Newman (Never Going Home Again).
E poi, ci sono gli anni ’60, habitat naturale per la Atkins: l’intrigante melodia di St. Dymphna (il santo patrono delle sofferenze da afflizioni nervose e mentali), la languida svenevolezza di Far From Home, l’appassionata cover di Road To Nowhere, brano datato 1966 e preso dal repertorio di Carole King, e la breve ma splendida These Old Roses, con cui Nicole rende omaggio nuovamente a Roy Orbison, nume tutelare che aveva già ispirato alcuni dei momenti migliori di Rhonda Lee.
Di quel disco, Italian Ice è quasi una sorta di secondo capitolo, poiché attinge alle stesse influenze, allargandone però i confini. E’ egualmente potente, eppure meglio organizzato, meglio suonato e, in qualche modo più calibrato e consapevole. Cosa manchi a questa ragazza per diventare una stella di prima grandezza, non è dato sapere. La strada è comunque intrapresa e se, come ritengo, questa nuova fatica comparirà molto in alto nelle classifiche di fine anno, per la Atkins sarà forse il momento del definitivo grande salto. Non certo qualitativo (quello è già in atto), ma mediatico e commerciale.

VOTO: 8





Blackswan, martedì 07/07/2020