giovedì 19 novembre 2020

SONGHOY BLUES - OPTIMISME (Fat Possum Records, 2020)

 


Il vento del deserto ha portato fino alle nostre orecchie occidentali il suggestivo e polveroso blues di realtà straordinarie come quelle di Tinariwen e Tamikrest, band apripista di un movimento che ormai da un lustro annovera fra le sue fila anche i Songhoy Blues.

Anche loro arrivano dal Mali, e per la precisione da Timbuktu, ma in realtà si sono formati a Bamako, perché costretti a scappare dalla loro città a causa della guerra civile e dell’imposizione della sharia. La storia, dunque, è simile a quasi tutte le band provenienti da quei territori flagellati, una storia di fuga e di paura, di resistenza attraverso la forza universale della musica, una sorta di carboneria in note, che ha dato speranza a tanti che si sono visti privare delle libertà più elementari.

Una musica, quella di queste band, che ha il senso di una rinascita, che possiede la forza di un riscatto, e che è intrinsecamente politica perché, a prescindere dalle liriche, veicola verso i paesi occidentali un grido d’aiuto, che chiede con forza non solo apprezzamento artistico ma anche attenzione mediatica verso una cronaca spesso e volentieri dimenticata.

Già due dischi all’attivo, i cui titoli esplicitano molto bene quanto sopra affermato, Music In Exile (2015) e Résistance (2017), la partecipazione a diversi festival in giro per l’Europa e l’America, che ne hanno consolidato la fama, e ora un terzo disco, questo Optimisme, che conferma quanto di buono fatto dal quartetto finora.

I Songhoy Blues, però, pur esibendo con orgoglio le proprie radici ed evocando le sonorità tradizionali della propria terra, forgiano undici canzoni affamate di grinta e di rock: non il blues fascinoso ed elusivo dei Tinariwen, non quelle sonorità che evocano accecanti stellate e fuochi berberi nella notte del deserto, ma un tiro più diretto, gagliardo, trafitto da un impeto chitarristico che sembra nascere da bassofondi metropolitani e non dalla contemplazione di suggestivi spazi aperti.

Ci sono sentori d’Africa, certo, ma c’è anche il rock blues plasmato dagli occidentali, c’è l’urgenza espressiva che spinge verso minutaggi quasi punk, con canzoni che al massimo superano di poco i tre minuti, c’è un fremente impeto che sostituisce l’affabulazione di trame ipnotiche.

Così, quando parte l’opener Badala, una sventagliata di elettricità urticante e nervosa, sembra quasi di immergersi in territori hard garage alla Hellacopters, tanto per fare una citazione volante; e non sono da meno altre dardeggianti derapate come Worry, intersecata dai fendenti letali di una chitarra in acido, o Assadja, sconquassata dalle extrasistole di un drumming ansiogeno.

Solo trentacinque minuti di durata per un filotto di canzoni che arrivano alle orecchie vigorose, fiere e appassionate (solo nella conclusiva Kouma viene tirato il freno a mano), e che forse hanno come limite solo quello di girare intorno alla stessa idea di riff, riuscitissimi e accattivanti, ma reiterati in loop su ritmiche saltellanti. Il pelo nell’uovo di un disco vibrante, che si gode dalla prima all’ultima canzone.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, giovedì 19/11/2020

 

mercoledì 18 novembre 2020

SANDMAN - AMERICA (Warner, 1971)

 


Quello degli America è un nome che viene spesso bistrattato ben oltre i demeriti della band. Che si, è vero, è sempre stata incline a melodie zuccherine e ad ammiccamenti pop, e che si, è vero anche questo, in carriera, già a partire dalla seconda metà degli anni ’70, non è più stata in grado di replicare il livello d’ispirazione di inizio decennio. Spesso, però, ci si dimentica che i primi due album della band composta da Dewey Bunnell, Gerry Beckley e Dan Peek sono autentici gioiellini del suono West Coast, contengono canzoni a dir poco memorabili (A Horse With No Name, per citarne una tratta dall’esordio), splendidi intrecci vocali, melodie di facile presa e sonorità deliziosamente acustiche. Il primo disco, soprattutto, è un fulmine a ciel sereno: trainato dalla citata A Horse With No Name, l’album arriva al primo posto sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.

In una scaletta di brani straordinari (tra i quali spicca un’altra hit da top ten, la romantica I Need You), viene inserita anche una canzone dalle tinte cupe, un brano vibrante, complesso e oscuro, attraversato da un’inaspettata tensione drammatica. Quella canzone s’intitola Sandman, è scritta e cantata da Dewey Bunnell, e non fu mai pubblicata come singolo. Una canzone che, pur allineandosi allo stile inconfondibile della band, non contiene zuccheri né parole d’amore, ma parla di Vietnam, di morte e di paura.

I tre membri degli America, infatti, erano figli di membri del servizio militare americano di stanza in Inghilterra e spesso avevano l’occasione di intrattenersi con soldati di ritorno dalle zone di guerra, che erano stati, quindi, in Vietman e avevano combattuto quella terribile guerra lontano da casa. Bunnell scrisse Sandman proprio ispirandosi ai racconti di alcuni reduci, che nelle lunghe notti in prima linea, erano tutti terrorizzati da una delle cose più piacevoli al mondo, cioè dormire.

Il terrore di attacchi nel cuore della notte, spingeva, infatti, i soldati a fare uso di droghe per restare svegli: avevano paura di dormire, paura del sonno, che chiamavano “sandman”, e che poteva significare morte, nel caso di un improvviso blitz del nemico (I understand you've been running from the man That goes by the name of the Sandman, canta Bunnell nella canzone).

Come spesso succede, però, il brano fu oggetto anche di altre interpretazioni. Gli amanti dei fumetti hanno voluto vedere come protagonista del pezzo degli America il personaggio dei fumetti creato dalla DC Comics, che in realtà uscì nel 1974, anche se ispirato a un fumetto per bambini, che fece la sua prima apparizione nel 1947. Altri, invece, dal momento che gli America erano tutti figli di militari, ritengono che la canzone fosse un omaggio allo squadrone aereo VQ-2 della Marina degli Stati Uniti, che ai tempi aveva la sua base a Rota, in Spagna.

Quale che sia la verità, Sandman resta una canzone bellissima e niente affatto accomodante, ben lontana, quindi, dall’immagine negativa che spesso, aprioristicamente, si vuole dare alla musica del terzetto.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 18/11/2020

martedì 17 novembre 2020

SHEMEKIA COPELAND - UNCIVIL WAR (Alligator,2020)

 


Avevamo lasciato Shemekia Copeland due anni fa, all’uscita del bellissimo e militante America’s Child, album che successivamente le è valso la nomina a Living Blues Female Artist Of The Year. Dal 2018 a oggi, le cose non sono migliorate, anzi: non solo la pandemia, ma la cronaca quotidiana di un’America flagellata da scontri razziali e violenze gratuite della polizia nei confronti di gente di colore. La Copeland, che non ha mai fatto mistero delle proprie posizioni anti Trump, rimette in piedi la struttura che ci aveva fatto amare alla follia l’album precedente: testi diretti e inequivocabili, appassionata militanza, e uno straordinario bagaglio blues, riletto con impeto rock, con quella voce straordinaria capace di stenderti al primo colpo, e con la consapevolezza filologica di chi ama e conosce a fondo le proprie radici.

Uncivil War, dunque, riprende il filo del discorso esattamente dove si era interrotto con America’s Child del 2018, anche a livello di ospitate, visto che questo nuovo lavoro vede la presenza in scaletta di artisti del calibro Jason Isbell, Steve Cropper, Christone “Kingfish” Ingram, Webb Wilder, Duane Eddy, il mandolinista Sam Bush, il dobro di Jerry Douglas e i cori degli Orphan Brigade. La Copeland, come dicevamo poco sopra, continua a esprimere uno stile unico e un suono distintivo, che guarda alle radici (lei è la figlia del grande blues del Texas Johnny Copeland), e che trae ispirazione da molte influenze blues, provenienti dal sud degli States, anche se poi, l’impianto politico e sociologico delle liriche è clamorosamente nordista.

Questa dicotomia suono/testi si avverte molte volte nel corso dell'album, e l'esempio lampante arriva dalla splendida cover di Under My Thumb dei Rolling Stones. L'originale degli Stones è un brano machista che invita a tenere a freno una donna. È grande musica, ma veicola un messaggio frusto e sessista, che appartiene a un’altra epoca. La Copeland, invece, capovolge tutto, compresi i pronomi, in modo che la canzone parli di una donna di colore che supera l'oppressione, ribaltando la situazione in un modo che, oggi, risulta non solo politicamente corretto, ma anche più appropriato rispetto alla nostra visione della società.

Il blues è il perno prevalente su cui ruotano tutte le canzoni del disco (anche se poi ogni brano acquisisce sfumature diverse): Clotilda’s On Fire, canzone che racconta un fatto storico vero e ed è chiara presa di posizione contro il razzismo, vede la presenza alla chitarra di Jason Isbell, che concede una serie di assoli arroventati e dal sapore antico, Apple Pie and a .45 sfodera un’incredibile energia che frulla rock, blues e alt country, mentre il chitarrista blues di Wunderkind Christone "Kingfish" Ingram strapazza la sua sei corde, soffiando drammaticità e tensione nel graffiante rock blues di Money Makes You Ugly.

La Copeland, però, sa muoversi con straordinaria armonia anche nelle spirituali acque del gospel, attraverso l’appassionata Walk Until I Ride e la morbida title track, con Jerry Douglas ospite alla resofonica.

Produce il disco il cantante, compositore e chitarrista Will Kimbrough, e credo ci si debba levare tanto di cappello di fronte allo straordinario lavoro fatto dietro la consolle: qui ci sono brani tirati e ballate, c’è impeto e melodia, ci sono diversi generi che convivono, eppure la coerenza nei suoni è eccezionale. Merito anche della Copeland, la cui voce straordinaria si mette al servizio delle canzoni, cogliendone alla perfezione l’anima, il significato e l’essenza. Se avete amato America’s Child, troverete in questo nuovo Uncivil War ulteriori motivi per godere, dato che il disco, oltre a essere splendido, suona già come un instant classic di genere.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, martedì 17/11/2020

lunedì 16 novembre 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO

 


Cialtroni si nasce. E Cotticelli modestamente lo nacque.
Saverio Cotticelli, commissario alla Sanità della Calabria, nel corso di una surreale intervista, di fronte all’incalzare delle domande del giornalista della trasmissione “Titolo V” su chi sia competente in tema di Covid in regione, scopre in quel momento di essere stato investito dal governo anche del programma operativo per la gestione dell’emergenza sanitaria. 

Lo stralunato commissario, colto con il sorcio in bocca, legge l’atto ritrovato nell’archivio come se fosse caduto dal pero. “Sono io”, ammette stupefatto. Avendo realizzato di trovarsi nella palta, cerca maldestramente di correggere il tiro: “La prossima settimana è pronto”. Ma il circo non è finito. Due giorni dopo, il coupe de theatre: il cottarello Cotticelli con gli occhi sbarrati dichiara in un’altra intervista: “Non ero io. Non so in quel momento cosa mi sia successo. Sembrava la mia controfigura...Ero in uno stato confusionale su cui sto indagando...Poi ho vomitato e passato una notte terribile...Non lo so se mi hanno drogato, non ero lucido”. Il povero Cottarelli viene rimosso con effetto immediato dal Premier ma subentra un altro gigante della farsa, tal Giuseppe Zuccatelli. Pare di assistere a una staffetta tra cialtroni. 

Ebbene, il neo eletto addirittura già a maggio, quindi in piena pandemia, dispensava perle di saggezza alla faccia dei Crisanti e dei Galli:”Ve lo dico in inglese stretto: le mascherine non servono a un cazzo!”. Verrebbe da ridere se non fosse che stiamo vivendo una tragedia epocale. Personaggi macchiettistici come questi dovrebbero essere destinati al varietà di bassa lega, ai b movie per capirci. Senza dubbio non meritano neppure di zappare, arte peraltro nobilissima per gente di tal fatta. Individui come lor signori, inadeguati persino a fare un cerchio con un bicchiere, oltraggiano il merito, la competenza di chi è realmente capace. Il Covid come ho già scritto finirà prima o poi, ma fino a quando la meritocrazia sarà svilita, mortificata e vilipesa, per il virus della cialtroneria non saranno sufficienti neppure gli anticorpi.

Cleopatra, lunedì 16/11/2020

venerdì 13 novembre 2020

ACE OF CUPS - SING YOUR DREAMS (High Moon Records, 2020)

 


In queste righe, troverete una recensione, ma troverete anche una storia, di quelle che vi faranno esclamare: “ma pensa te!”. E’ la storia di Mary Gannon (basso), Marla Hunt (organo, pianoforte), Denise Kaufman (chitarra, armonica), Mary Ellen Simpson (chitarra solista) e Diane Vitalich (batteria), ovvero le Ace Of Cups, probabilmente la prima rock band tutta al femminile della storia. Siamo nel 1967, in piena Summer Of Love era, e siamo a San Francisco, che in quegli anni è l’ombelico del mondo musicale, crogiolo di fricchetoni e visionari, terra dell’amore libero e di passioni antimilitariste, avamposto di nuove droghe e della novelle vauge del rock, che vede in band come Jefferson Airplane e Grateful Dead i suoi alfieri.

A Frisco, arrivano, quasi tutte dalla California, cinque ragazze che hanno già fatto un po' di gavetta (la Simpson, addirittura, aveva suonato una volta con Bill Haley And The Comets) e hanno in testa il sogno di creare una band che faccia rima con donna. Esordiscono nella primavera del 1967 e, già a fine giugno, Jimi Hendrix le vuole sul palco ad aprire un suo concerto, perché stravede per la furia debordante con cui la Simpson suona la chitarra ed è ammaliato dal groove che le ragazze esprimono dal vivo.

Nella Bay Area, in poco tempo, le Ace Of Cups diventano vere e proprie icone, suonano ovunque, diventano le band di casa del Matrix e aprono concerti a molti colleghi che in quegli anni fanno sfracelli. Hanno lo stesso manager dei Quicksilver Messenger Service, Ron Polte, il quale rifiuta vari contrati discografici, perché ritenuti non all’altezza della bravura delle ragazze; le quali, peraltro, alla sola idea di partire per un tour che le allontani da casa, fanno retromarcia davanti a qualsiasi proposta (all'Altamont Speedway Free Festival la Kaufman, divenuta moglie del sassofonista Noel Jewkes, di cui era incinta, fu colpita alla testa da una lattina di birra piena lanciata dagli Hell's Angels e fu operata d'urgenza per rimuovere un pezzo di osso che le aveva lesionato l'occhio).

L’ostinazione a non voler sottoscrivere contratti, però, non paga e porta, quindi, a inizio degli anni ’70 allo scioglimento della band, le cui componenti spariscono dalla circolazione per quarant’anni, salvo poi tornare a fare musica dopo il 2010 e a pubblicare finalmente il primo omonimo album in studio, che vede la luce il 9 novembre del 2018.

Evidentemente, le ragazze, che oggi sono delle arzille vecchiette che hanno superato la settantina, ci hanno preso gusto, e questo Sing Your Dreams è il nuovo capitolo di un’avventura musicale a scoppio ritardato. Ora, immagino che qualcuno di voi sia perplesso e tema di trovarsi di fronte un album buono come sottofondo per l’area ricreativa di un ospizio di provincia. Un cazzo. Le cinque anzianette stanno sul pezzo con un vigore che farebbe invidia a un ventenne.

Certo, questa musica è clamorosamente vintage, si porta dietro il suono e le atmosfere dei giorni gloriosi della band; chi, però, si aspettasse una replica frusta di cose morte e sepolte, sarebbe completamente fuori strada. Sing Your Dreams è un lavoro vario, e quando dico vario intendo che abbraccia generi diversi, e divertentissimo, tanto che si ascolta più volte con rinnovata piacevolezza. Perché, lo si coglie da subito, è palpabile la voglia di recuperare il tempo perduto e di fare grande musica.

Dressed in Black apre il disco con piglio funky blues e si capisce cosa provasse Hendrix ascoltando il groove e il tiro delle Ace of Cups. Jai Ma gioca con ritmi caraibici e schiera come ospiti Sheila E., Steve Kimock (Grateful Dead) e la Escovedo Family, Put A Woman In Charge è un rockettone cazzuto alla Joan Jett, Sister Ruth una splendida ballata americana con Jack Casady (Jefferson Airplaine) al basso, Basic Human Needs è morbida psichedelia dagli accenti africani, Boy, What ‘ll You Do Then possiede un tiro garage inaspettato, Little White Lies è uno sculettante r’n’b, mentre la suntuosa ballata Slowest River/Made For Love sigilla la scaletta tra profumi west coast e con le voci di Jackson Browne, Bob Weir (Grateful Dead) e David Freiberg (Quicksilver Messenger Service), presenti come ospiti. Una corale nostalgica in ricordo dei bei tempi andati, che chiosa un album dal sapore antico e al contempo fresco di indomita passione.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, venerdì 13/11/2020