venerdì 10 settembre 2021

IN THE END - LINKIN PARK (Warner, 2001)

 


Chester Bennington si è tolto la vita Il 20 luglio 2017 nella sua residenza di Palos Verdes Estates in California. Difficile, se non impossibile, come spesso in questi casi, ricostruire i motivi di un gesto tanto estremo, anche se forse, per il cantante dei Linkin Park, è possibile intravvedere le cause in una vita non facile, segnata da gravi eventi accaduti in gioventù. Il divorzio dei genitori, la mancanza di rifermenti affettivi, il girovagare tra una città e l’altra dell’Arizona, la precoce dipendenza da sostanze psicotrope pesanti e la turbolenta vita amorosa sono senz’altro elementi che hanno contribuito a minare la stabilità psichica di un ragazzo troppo sensibile. Tuttavia, l’evento che probabilmente ha maggiormente segnato la vita di Bennington avvenne nei primi anni ’80, quando il cantante fu vittima per sei anni delle molestie sessuali da parte di un amico adolescente. Una ferita mai rimarginata e un dolore invasivo con cui Chester ha dovuto convivere per tutta la sua breve esistenza, fino a quella tragica giornata d’estate, in cui probabilmente il peso del fardello doveva essere parso insopportabile.

Un tormento interiore che, in qualche modo, Bennington aveva raccontato in In The End una delle canzoni più famose dei Linkin Park, il cui testo cupo e ambiguo sembra proprio far riferimento a quei tragici giorni d’infanzia o quantomeno a qualcosa che ha fatto mutare il corso dell’esistenza, trasformatasi per Chester solo in un arido spreco di tempo.

Un testo nichilista, quello di In The End, che sottolinea l’insensatezza del tutto: “Guardalo fare il conto alla rovescia fino alla fine del giorno, L’orologio ticchetta il trascorrere della vita, Non ero attento, Guardo il tempo volare fuori dalla finestra, Tentando di fermarlo, non sapendo nemmeno, Tentando di fermarlo, non sapendo nemmeno”. La vita scorre veloce, è tempo che passa inesorabile, ma c’è una profonda disarmonia tra lo scandire delle ore e l’immobilismo di Bannington, incapace di rielaborare, di prendere il coraggio fra le mani e reagire. Perché il giovane Chester ci ha provato, ha tentato di venirne a capo, ma ha fallito, e ormai tutto è inutile: “Ho tenuto tutto dentro, E anche se ho provato, tutto è scomparso…Ho provato così tanto e sono arrivato così lontano, Ma alla fine, nemmeno importa”. E’il ricordo di ciò che è stato a cannibalizzare la speranza: “…Nonostante il modo in cui mi stavi ingannando, Agivi come fossi di tua proprietà”.

Forse un affetto, amico o donna, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi, ma così non è stato: “Ho riposto la mia fiducia in te, Ho spinto per quanto potessi, Per tutto questo, C’è solo una cosa che dovresti sapere, Ho riposto la mia fiducia in te”. A nulla è valso riporre fiducia negli altri, il nichilismo è imperante, la fine, in alcuni versi dolorosamente profetici, è lì che aspetta: “Guardalo fare il conto alla rovescia fino alla fine del giorno, L’orologio ticchetta il passare la vita…Quello che significava per me sarà alla fine”.

Questo potrebbe essere il significato più plausibile di una canzone coinvolgente da cantare ma terribilmente depressa nel mood, un grido di aiuto rimasto inascoltato, di un uomo gravemente ferito dalla vita.

La canzone, originariamente, fu scritta dall’altra voce dei Linkin Park, Mike Shinoda, e solo in seguito Bennington ci mise mano, scrivendone le liriche. Il brano compare in alcuni demo risalenti agli albori della band ed è presente nella sua veste definitiva sul best seller Hybrid Theory, esordio da trenta milioni di copie vendute.

Bennington, che riteneva la canzone troppo triste e intima, non voleva nemmeno inserirla nella scaletta del disco, ma alla fine prevalse il parere degli altri membri. Non è un caso, comunque, che, inizialmente, In The End, non fosse stata presa in considerazione come singolo, salvo poi, una volta pubblicata, mangiarsi le chart di mezzo mondo, vendere un botto (è stata disco di platino anche in Italia) e consacrare i Linkin Park come la band nu metal più celebrata del nuovo millennio.

 


 

Blackswan, venerdì 10/09/2021

 

 


giovedì 9 settembre 2021

BUCKCHERRY - HELLBOUND (Round Hill Records, 2021)

 


I Buckcherry sono una di quelle band di cui non si sente la mancanza fino a quando non pubblicano un nuovo album. Poi, a causa di uno strano sortilegio, appena inserito il cd nel lettore, si crea una sorta di dipendenza. Perché se è vero che la band losangelina fa da sempre, più o meno, lo stesso disco, è quasi impossibile resistere a tanta baldanza e a una carica energetica che, in poche note, si trasforma in puro divertimento. Una formula immutabile nel tempo, che plasma un sanguigno hard rock sporcandolo con scorie sleaze, ma al contempo rendendolo appetibile con un tiro melodico di facile presa, e che cita i grandi campioni del genere (Motley Crue e Aerosmith su tutti) senza però perdere quel marchio di fabbrica impresso dalla voce roca e aggressiva del frontman Josh Todd. Ulteriore linfa vitale, poi, è arrivata dal nuovo chitarrista Billy Rowe (Jetboy) che ha sostituito, senza farlo rimpiangere, l’ottimo Kevin Roentgen.

Prodotto da Marti Frederiksen (già al lavoro con Aerosmith, Def Leppard, Jonny Lang e Sheryl Crow) Hellbound propone dieci tracce fresche e vibranti che surfano sulla cresta di un’onda rock ad alto contenuto di testosterone, che riesce a divertire senza prendersi troppo sul serio, e che spinge sulla velocità senza dimenticarsi il gusto melodico per la ballata virile.

54321 è una partenza a razzo, una tirata punk rock ruvida e senza compromessi, a cui fa seguito So Hott, altro rovente hard rock, sostenuto da una ritmica martellante presa in prestito dai Led Zeppelin. Clima torrido e citazione dotta anche per la successiva title track, che pesca dal cilindro un riff targato AC/DC, mentre l’armonica in apertura e l’incedere saltellante di Gun aprono ai Buckcherry più festaioli, quelli che pescano a piene mani dal suono Aerosmith, felici di far casino per il solo gusto di farlo.

Se Here I Come è un’altra sventagliata punk ad alto tasso di adrenalina e la successiva Junk ringhia un feroce rock blues corroborato da uno splendido assolo centrale di Rowe, l’ultima parte del disco si ammorbidisce, mettendo in luce anche la capacità della band di comporre brani dal luminoso impianto melodico: Wasting No More Time è un midtempo che acchiappa fin dal primo ascolto, The Way è una power ballad per rocker dal cuore tenero, mentre la conclusiva Barricade sviluppa trame più cupe che confluiscono in uno splendido ritornello. 

Non c’è nulla che sorprenda in Hellbound, che è l’ennesimo disco di una band che fa al meglio ciò che ha sempre fatto e che ci si aspetta che faccia. Eppure, nonostante siano passati ben ventidue anni dal loro debutto, Josh Todd e soci riescono ancora a trasmettere vivida passione, avvampano di fuoco sacro e toccano il cuore con antico ardore. Davvero difficile non amare una rock band come questa.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, giovedì 09/09/2021