martedì 18 febbraio 2025

Larkin Poe - Bloom (Tricki - Woo Records, 2025)

 


Sono passati ben undici anni dal loro debutto, e le sorelle Lovell, al secolo meglio conosciute come Larkin Poe, si sono costruite una reputazione e una solida base di fan, a colpi di ottimi dischi, grandi canzoni e di un suono, che seppur riconducibile a territori già abbondantemente battuti, ha saputo, nel tempo, vestirsi di una propria immediata riconoscibilità.

Oggi, il duo è maturo e consapevole, esperto al punto da poter viaggiare con il pilota automatico, senza sforzo apparente e senza rischiare disastri. Così, quando il disco inizia con "Mockingbird", si capisce che siamo di fronte a due ragazze esperte, che sanno esattamente come trattare la materia rock blues, forse senza stupire più, ma con la consapevolezza di chi è arrivato e fa le cose in grazia di Dio.

Il focus come sempre è puntato sul rock’n’roll, mentre, in questo disco, il blues trova meno spazio, a favore di una sempre maggiore attenzione per le melodie. I punti di forza, quindi non mancano, e quando parte "Easy Love Part 1", un grintoso southern rock sporco abbastanza per fare invidia ai migliori interpreti del genere, si capisce che le ragazze sanno graffiare a fondo, senza dimenticarsi di piazzare un ritornello irresistibile.

Con "Little Bit" l’atmosfera cambia, la canzone vibra di contentezza, è rilassata senza tuttavia perdere la sua anima rock, e tutto funziona benissimo, dal turbinio dell’organo, al riff harrisoniano fino al favoloso assolo di Rebecca.

Coprodotto dalle due ragazze insieme al chitarrista texano Tyler Bryant (Tyler Bryant & the Shakedown), che è anche il marito di Rebecca, Bloom dispiega tutto l’armamentario delle sorelle, così come l’abbiamo conosciuto nel tempo: dal rock blues granitico e dagli echi zeppeliniani di "Bluephoria", alla ballata in chiave soul di "Easy Love Part 2", forse risaputa ma traboccante di sentimento, dalle sciabolate slide della viscerale "Nowhere Fast", fino alla polvere blues che soffia sulla cadenzata "If God Was a Woman", in cui Rebecca Lowell sogghigna “se Dio era una donna, allora lo è anche il Diavolo”.

E c’è spazio anche per una ballata intensa, "Bloom Again", che chiude delicatamente il disco, con tanto di arrangiamento d’archi e la languida lap steel di Megan come protagonista.

Bloom è, in definitiva, un disco riuscito, l’ennesimo di una discografia sempre all’altezza della fama che le due sorelle si sono costruite. L’impressione, ma forse è proprio solo un’impressione, è che queste nuove canzoni siano più figlie del mestiere che di quell’urgenza espressiva che animava i lavori precedenti, e che il reiterarsi di certi clichè, che funzionano perfettamente, tolgano un po’ di profondità alle composizioni. Il disco, però, è abbastanza vario per conquistare svariati ascolti, e qualche episodio, le citate "Easy Love Part 1", "If God Was A Woman" e "Little Bit", testimoniano che le sorelle Lovell non hanno perso il vizio di scrivere gran belle canzoni.

Voto: 7

Genere: Rock, Blues




Blackswan, martedì 18/02/2025

lunedì 17 febbraio 2025

Don't Look Back In Anger - Oasis (Creation, 1995)

 


Due ladri d’auto di Manchester con gli spartiti dei Beatles”, afferma ironicamente, a proposito degli Oasis, il protagonista di Kill Your Friends, pungente e mordace pellicola del 2015, diretta da Owen Harris e ispirata all’omonimo romanzo dello scrittore John Niven.

Una battuta salace e volutamente cattiva, a cui dobbiamo dar credito almeno nella parte in cui vengono citati i Fab Four. E’ abbastanza evidente, infatti, che i Beatles, e soprattutto John Lennon, hanno avuto un'enorme influenza sugli Oasis, e quell'influenza è forse più evidente che mai in Don't Look Back in Anger, quarta traccia del secondo album pubblicato dalla band, intitolato (What’s The Story) Morning Glory?

L'introduzione al pianoforte, infatti, è stata presa da Imagine di Lennon, il verso "So I start a revolution from my bed" è un riferimento al cantante, che ha messo in scena un famoso "bed-in" per promuovere la pace, così come il verso “Cause you said the brains I had went to my head” è estrapolato dagli appunti registrati da Lennon, per un libro di memorie che aveva intenzione di scrivere prima della sua morte.

A prescindere dagli evidenti riferimenti al quartetto di Liverpool, il brano, scritto da Noel Gallagher, è d’ispirazione autobiografica. Ogni anno, infatti, il giorno di San Patrizio, la madre dei fratelli Gallagher scattava una foto ai suoi figli e la mandava alla nonna che viveva in Irlanda. La famiglia viveva in una piccola casa popolare, e l’angolo più accogliente era quello dove si trovava un piccolo fuoco a gas che chiamavano “camino”.  La frase: "Alzati accanto al caminetto, togli quello sguardo dalla faccia" ricorda proprio questo momento, e siccome Noel, aveva sempre lo sguardo scocciato di chi viene obbligato a mettersi in posa contro la sua volontà, la madre lo apostrofava, dicendogli di togliersi quello sguardo dalla faccia.

La canzone nacque per caso quando gli Oasis erano a Parigi per suonare con i Verve e, durante un soundcheck, Noel stava strimpellando alla chitarra acustica le prime note di Don’t Look Back In Anger. Liam gli si avvicinò chiedendogli cosa stesse cantando, e Noel rispose che stava semplicemente inventando delle parole senza senso su alcuni accordi di chitarra. “Strano” rispose Liam “mi sembrava di aver sentito chiaramente che cantavi un verso, So Sally Can Wait”. Lampo di genio, pensò Noel, che entrò nello spogliatoio dell’arena insieme al fratello e in poche ore compose la canzone, che poi, quella sera, lui stesso cantò davanti al pubblico, in acustico, seduto su uno sgabello. La canzone rimase, successivamente, appannaggio di Noel, che inizialmente avrebbe dovuto cantare Wonderwall, altro grande successo dal secondo album in studio, ma che, successivamente, Liam pretese di tenere per sé stesso.

Don't Look Back In Anger segnò anche l’allontanamento dagli Oasis del batterista Tony McCarroll, il quale, pur essendo uno dei membri fondatori della band, fu cacciato in malo modo perché incapace, nonostante svariati tentativi, di suonare correttamente il brano.

La canzone, anni dopo, balzò nuovamente agli onori della cronaca, per una circostanza tristissima. Il 22 maggio 2017, un attacco suicida alla Manchester Arena, avvenuto al termine del concerto Ariana Grande, provocò 23 morti e 250 feriti.  Tre giorni dopo l’orribile attentato, le gente si radunò nel centro della città per osservare un minuto di silenzio in onore delle vittime. Dopo il silenzio, le persone presenti iniziarono a cantare spontaneamente Don’t Look Back In Anger, come fosse un abbraccio collettivo, una risposta d’amore e di speranza all’insensata violenza dell’estremismo. 

 

Esci perché l'estate è in fiore

Alzati accanto al camino

Togli quello sguardo dalla tua faccia

Perché non brucerai mai il mio cuore..

Non guardare indietro con rabbia” 




Blackswan, lunedì 17/02/2025

venerdì 14 febbraio 2025

Avatarium - Between You, God, The Devil And The Dead (AFM Records, 2025)


 

Un disco ogni due anni, pubblicato con metodica precisione. Gli svedesi Avatarium, spin off dei Candlemass, il cui membro, Leif Edling, è l’artefice e fondatore del progetto insieme alla moglie Jennie-Ann Smith, tornano con il loro sesto album in studio, probabilmente il migliore di una carriera fin qui assolutamente impeccabile.

Un disco, questo Between You, God, The Devil and The Dead, che si allontana sempre più dalle alchimie doom degli esordi (pur senza rinnegarle completamente), per abbracciare, come già nel precedente Death, Where is Your Sting, un suono meno roccioso, che fonde hard rock, psichedelia e progressive in un connubio che paga debito alla gloriosa stagione anni ’70.

Solo un filo più spigoloso del suo predecessore, il nuovo lavoro degli Avatarium condensa in otto canzoni, per circa tre quarti d’ora di musica, una scrittura profonda, elegante e complessa, che dà vita ad atmosfere capaci di fondere dolcezza e sensualità (merito della grande performance di Jennie-Ann Smith) a momenti più cupi e drammatici, carichi di pathos e forieri di un retrogusto spesso malinconico. La band funziona a meraviglia, abbinando tecnica a trasporto emotivo, ma è evidente che la parte del leone la fanno i due coniugi: Edling è un vero califfo della sei corde, ricama atmosfere, sfodera riff aggressivi, si abbandona a soli lussureggianti, mentre l’istrionica Jennie-Ann Smith seduce con il proprio timbro versatile e sensuale, intessendo passaggi di teatrale drammaticità.

Il retroterra doom non è stato abbandonato completamente, prova ne è l’opener "Long Black Waves", che evoca il passo tenebroso dei Black Sabbath pur contornandolo di rock blues di matrice settantiana. Una canzone fantastica, che come l’onda evocata dal titolo, si schianta furiosa sulla risacca e poi si ritira, per continuare il suo movimento ipnotico, tra un suono d’organo retrò e uno straordinario lavoro di cesello da parte di Edling.

"I See You Better In The Dark", pubblicata come singolo qualche mese fa, cambia registro, è meno cupa e più aggressiva, innesta le proprie radici nel rock anni ’70 e sfodera un ritornello trascinante che evoca i Jefferson Airplane con un piglio quasi radiofonico, mentre Edling giganteggia nuovamente alla chitarra, piazzando a metà brano un solo devastante.

La Smith è protagonista di una prova magistrale per tutta la durata del disco, ha un approccio al canto assolutamente teatrale, è impostata, ma sa trasmettere autentiche vibrazioni, sia quando veste i panni della sofferenza nella cupa e drammatica "My Hair Is On Fire (But I’ll Take Your Hand)" sia quando intride di sensuale inquietudine il passo lento e minaccioso di "Until Forever And Again".

Il disco si chiude con la strumentale "Notes From The Underground", brano che, nel suo incedere sinuoso e ipnotico (salvo la chiosa decisamente doom), mostra nuovamente la grande abilità di Edling nel far convivere tecnica e fantasia, e con la title track, ballata malinconica, che spegne la tensione elettrica accumulata precedentemente e in cui la Smith dà vita a una languida performance, tutta palpiti e brividi.

Una chiosa da applausi, che sigilla l’ennesimo grande disco di una band che, pur senza rinnegare il proprio passato, ha saputo metterlo al servizio di una musica più ariosa e complessa, che guarda agli anni ’70 e li rilegge con idee, pathos e grande consapevolezza.

Voto: 8

Genere: Rock, Classic Rock

 


 


Blackswan, venerdì 14/02/2025

mercoledì 12 febbraio 2025

Talkin' 'bout a Revolution - Tracy Chapman (Elektra, 1988)

 


Scrivo canzoni da quando avevo otto anni ed è tutta una questione di amore per la musica. Poi gli argomenti di cui parlano le mie canzoni, derivano davvero da qualunque cosa mi ispira."

Con queste semplici parole, a fine anni ’80, una giovane Tracy Chapman spiegava ai microfoni della BBC la sua passione per la musica, e quel talento precoce che la portò, inaspettatamente, poco più che ventenne, a essere considerata la stella più luminosa del firmamento folk rock di quel decennio.

Quando nel 1988 la Chapman pubblica il suo omonimo album d’esordio, il mondo della musica guarda altrove: dominano dance, synth pop e new wave, e già si colgono i prodromi di quel fenomeno, il grunge, che dalla piovosa Seattle si appresta a conquistare le classifiche americane ed europee. Eppure, quasi in punta di piedi, si affaccia sulle scene una piccola ragazzina di colore, che con la chitarra a tracolla, canta di diseredati e amori impossibili, riaccendendo negli ascoltatori la passione vissuta per altre due grandi artiste, quali Joni Mitchell e Joan Baez.

Ad aprire la scaletta del disco è Talkin’ ‘bout a Revolution, quella che può essere considerata la signature song dell’oggi sessantenne cantautrice statunitense.

Il brano fu scritto dalla Chapman quando aveva sedici anni ed era una studentessa a Wooster, un collegio a Danbury, nel Connecticut. Lei, cresciuta in un quartiere operaio di Cleveland, dove aveva mangiato il pane duro di una vita travagliata, era finita in una scuola d’elite, grazie a una borsa di studio. Quell’ambiente, però, era davvero lontanissimo da ciò che era stata fino ad allora l’esistenza dell’adolescente Tracy.

Nelle aule e nei dormitori studenteschi, infatti, si respirava il privilegio di famiglie abbienti e la superficialità di ragazzi che godevano delle loro prerogative, disinteressandosi di tutto ciò che avveniva fuori dalla ristretta cerchia scolastica. Questi suoi coetanei non pensavano mai, e probabilmente nemmeno sapevano, che oltre quelle mura vi fossero persone che non avevano soldi o che facevano fatica a sbarcare il lunario, e nemmeno concepivano la necessità di un cambiamento né la possibilità di lottare e manifestare perché quel cambiamento avvenisse. Talkin’ ‘bout a Revolution nacque, dunque, come reazione a questo universo inconsapevole, che viveva in un liquido amniotico impenetrabile da ogni fermento politico e sociale.

 

“…Mentre stanno in fila per il welfare

Piangere alle soglie di quegli eserciti di salvezza

Perdere tempo nelle code alla disoccupazione

Seduto in attesa di una promozione…

I poveri si ribelleranno

E otterranno la loro parte” 

 

Quando, poi, la Chapman iniziò a frequentare la Tufts University, si trovò a vivere in un ambiente diverso, in cui giovani si impegnavano fattivamente per quel cambiamento che lei aveva sempre sognato, fin da ragazzina. In particolare, all’epoca, i campus universitari negli Stati Uniti stavano davvero aprendo la strada alla sensibilizzazione delle persone su ciò che stava accadendo in Sud Africa e alla lotta contro l’apartheid. Ecco, allora, che quelle risolute parole si accesero di nuova luce e abbracciarono un nuovo ideale. La Chapman, quindi, registrò una scarnissima demo presso la stazione radio del campus, che finì poi nelle mani di un altro studente, Brian Koppelman, un’attivista dei diritti umani, il cui padre Charles era il co-proprietario di una piccola etichetta, la SBK. Charles si innamorò perdutamente della musica della giovane Tracy, l’aiutò a realizzare un vero demo, ottenendole, poi, un contratto con una major, l’Elektra Records.

Chapman ottenne molta visibilità quando eseguì questa canzone solamente con la sua chitarra acustica per chiudere il suo set al concerto gratuito in onore di Nelson Mandela, svoltosi nello stadio di Wembley, l'11 giugno 1988, due mesi dopo l'uscita del suo album di debutto. Il concerto è stato trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo, dando a molte persone la possibilità di vedere all’opera per la prima volta la giovane songwriter americana. Dal momento che la Chapman era un’esordiente, la sua performance era posta all'inizio del concerto, ma ore dopo, quando Stevie Wonder ebbe un problema tecnico, Tracy venne richiamata sul palco, dove eseguì altre due canzoni, inclusa Fast Car, che era il suo primo singolo. Questa ulteriore esposizione accese ancor di più l'interesse per la Chapman, e in seguito, il suo album, insieme al singolo Fast Car, ha scalato le classifiche di tutto il mondo. Nella sua nativa America, il disco arrivò al numero 1 il 27 agosto, mentre Fast Car raggiunse la posizione numero 6 di Billboard. Quel che si dice una vera e propria epifania.

 


 

 

Blackswan, martedì 12/02/2025

martedì 11 febbraio 2025

Vega4 - Satellites (Taste Media, 2002)

 


Strano destino quello dei Vega4, talentuosa band nata durante la seconda ondata brit pop, sparita dai radar in un batter d’occhio e finita nel mare magnum dell’oblio musicale, dopo solo due album. Strano, perchè la proposta musicale del gruppo, che si affiancava a quella dei coevi Starsailor, Coldplay, Keane, solo per citare alcune delle band più in voga del momento, era di assoluto valore dal punto di vista della scrittura, che seppur in linea le sonorità imperanti nel momento storico, si distingueva per guizzi di cristallina bellezza.

Formatisi a Londra nel 1999, i Vega4 erano composti da Johnny McDaid (cantante e mente pensante del gruppo), Bruce Gainsford (chitarra), Gavin Fox (bassista) e Bryan McLellan (batterista), nessuno dei quali, strano a dirsi, di nazionalità britannica (McDaid e Fox erano irlandesi, McLellan canadese e Gainsford neozelandese). All’alba del nuovo millennio, i quattro firmano un contratto con l'etichetta indipendente Taste Media, e successivamente con due major, la Columbia Records per il Regno Unito e la Epic Records per gli Stati Uniti, a testimonianza del valore di un progetto che, invece, si concretizzò in solo due dischi, Satellites (2002) prodotto da John Cornfield e Ron Aniello, e You and Others (2006), prodotto da Jacknife Lee.

Se il primo disco fu un completo flop, il secondo ebbe un discreto successo negli Stati Uniti, trainato dal singolo "Life Is Beautiful", che finì anche nella colonna sonora di Grey’s Anatomy, e dai reiterati gossip sulla liaison fra il chitarrista Bruce Gainsford e Scarlett Johansson. Nonostante i numerosi concerti tenutisi nel periodo, la piccola stella Vega4 smise di brillare in poco tempo, e la band, nel 2008, si sciolse nell’indifferenza generale.

Eppure, i due album pubblicati fino ad allora erano dannatamente buoni, soprattutto l’esordio, di cui non si accorse nessuno e che oggi è stato quasi del tutto dimenticato, anche da coloro che a quella seconda ondata di brit pop avevano guardato con interesse.

Satellites è un viaggio sonoro di circa cinquanta minuti in territori le cui coordinate erano state abbondantemente tracciate, che evoca paragoni con le band più illustri del periodo, ma che denota anche la forte volontà di dare un connotato personale al suono. In tal senso, se le belle melodie richiamano gli anni d’oro del brit pop, i brani sono innervati da un surplus di elettricità, con la chitarra di Gainsford sempre in bell’evidenza, sia che traini il brano, sia come sottofondo disturbante o aggregante.

L’opener "Drifting Away Violently" è, in tal senso, un ottimo esempio di come i Vega4 concepivano i brani: riff grintosissimo, melodia cristallina nella sua immediatezza, e la chitarra che sotto traccia scartavetra con piglio psichedelico, accompagna accattivante, e sferra rumorose bordate elettriche, che ricordano un po’ i Radiohead dei primi anni. La stessa cosa avviene nella struggente e infuocata "Shoot Up Hill", in cui le scorribande elettriche di Gainsford imperversano per tutto il brano, distorte e malevole, nonostante il tema melodico malinconicissimo (un approccio che ai tempi era marchio di fabbrica anche degli scozzesi Idlewild).

La bravura dei Vega4, tuttavia, si concentrava soprattutto nella scrittura di midtempo dall’appeal radiofonico, come l’irresistibile "Radio Song" (titolo azzeccatissimo) o "Sing", più spigolosa ma confezionata (vedi la coda del brano) per un divertente singalong da stadio, e per l’indubbia capacità di ricamare dolci ballate agrodolci, cariche di struggente malinconia. E’ il caso della splendida "Loves Breaks Down", una specie di "Sonnet" dei Verve con una bustina di zucchero in più, della delicata "Burn And Fade Away", ballata per pianoforte e groppo in gola, o della conclusiva e lunga "Halleluja", anche questa in quota Radiohead, il cui drive melodico s’infrange contro il muro di una coda elettrica distorta e sferragliante.

Come questo disco sia riuscito a perdersi nell’oblio resta un mistero. Forse, era troppa l’offerta brit pop del periodo, e forse gli ascoltatori ne avevano fin sopra i capelli di una formula rimasticata per un decennio. Eppure, le undici canzoni in scaletta, pur non inventando nulla di nuovo, avrebbero meritato ben altra sorte, grazie a una scrittura consapevole e alla bravura della band di mettere fremente elettricità al servizio di melodie, non dissimili per brillantezza, a quelle di tante band coeve, che ebbero maggior successo.

 


 

 

Blackswan, martedì 11/02/2025