mercoledì 21 gennaio 2026

Midlake - A Bridge To Far (Bella Union, 2025)

 


Dopo un album d’esordio, Bamnan and Silvercork, pubblicato nel 2004 nell’indifferenza generale, la carriera dei Midlake ha un’improvvisa accelerazione due anni dopo, quando la band texana rilascia The Trials Of Van Occupanther, un disco di cui si fece un gran parlare da parte della critica specializzata e che vendette discretamente, soprattutto in Europa, dove il gruppo, ai tempi misconosciuto, iniziò a farsi un nome, a differenza che sul territorio nazionale.

Quel disco, a cui il passare del tempo ha reso postuma giustizia, tanto che oggi lo si considera unanimemente uno degli album di nicchia più bello del millennio, segnava il passaggio della band da un suono psichedelico a un folk rock di matrice settantiana, declinato però attraverso una suggestiva formula che lo plasmava miscelandolo con un tocco di prog e uno di indie rock.

Il successivo The Courage Of Others si poneva anch’esso a un alto livello d’ispirazione, senza replicare, però, la folgorazione del precedente, ma guadagnandosi maggior attenzione mediatica e importanti numeri di vendite.

Nel 2012, il cantante e leader della band Tim Smith saluta tutti e se ne va, lasciando al chitarrista Eric Pulido il difficile compito di prendere in mano le redini della band, sobbarcandosi sia il peso della scrittura che quello di nuovo vocalist. I due album successivi, Antiphon (2013) e For The Sake of Bethel Woods  (2022) sono appena discreti, la magia di un tempo sembra per sempre svanita e i Midlake condannati all’oblio di chi aveva il mondo in mano ma non ha poi saputo che farsene.

Le mille perplessità sul destino del gruppo americano vengono spazzate via da questo nuovo A Bridge To Far, che non raggiunge i vertici del citato capolavoro (mancano canzoni come Roscoe e Young Bride), ma che rispetto ai lavori precedenti è quello che più si avvicina in termini di ispirazione e di scrittura ai fasti di Van Occupanther.

La fascinosa formula è riproposta al meglio, e, come in passato, l’avvolgente folk rock dei Midlake è quanto di più distante possa esserci dalla canicola del Texas: queste dieci canzone sembrano essere state concepite in un’autunnale campagna inglese, dove una fitta pioggerellina si alterna a rari momenti di sole, oppure nel clima delizioso della west coast, dove il caldo è mitigato dal frizzante soffio del vento.

Non è un caso che il disco si apra con il dolce sfarfallio di "Days Gone By", le cui perfette armonie vocali sembrano figlie di un’epoca d’oro in cui questi suoni erano plasmati dal miracoloso connubio fra le voci di Crosby, Stills e Nash. La magia dei giorni migliori sembra essere ritrovata, e lo si avverte anche nella title track, in cui l’alchimia fra atmosfere rilassate, evanescente psichedelia, arrangiamenti minimal ma raffinati, fa brillare la melodia come gocce di rugiada su una rosa appena sbocciata.

I Midlake sanno anche accelerare il ritmo e aggiungere spezie elettriche per scombinare le carte, come avviene in "The Ghouls" o nella tensione palpabile di "The Calling", uno di quei gioiellini che continuano a farci compagnia ben oltre l’ascolto del disco.

E che l’ispirazione sia tornata a livelli altissimi, lo si capisce anche da una canzone meno ovvia come "Make Haste", che attraverso una splendida linea di basso sposta l’universo etereo della narrazione in affabulanti territori jazzati, tratteggiando una melodia non immediata, ma splendida, mentre in sottofondo si accende l’acido delle chitarre.

La fiabesca "Guardians", intrecciata al filo della voce di Madison Cunningham è di una bellezza complessa, straniante, ipnotica, in cui folk e prog (certi suoni all’acquarello che ricordano i primissimi Genesis) convivono con risultati eccellenti, così come eccellente è l’incedere alla Neil Young di "Eyes Full Of Animals", il cui ritornello mantiene in equilibrio la coerenza poietica di quel messaggio positivo che anima le liriche del disco, opponendo la bellezza delle piccole cose della vita alle brutture di un mondo desolato.

Tra tanto nitore, verso la fine del disco, spunta "Within/Without" un affilato pungolo di pura malinconia dritto nel cuore, che nel suo incedere dimesso e carezzevole si apre a un ritornello che eleva l’emozione a un metro da terra.

Chiude la breve e delicata "The Valley of Roseless Thorns", una carezza d’arrivederci all’ascoltatore, vellutata elegia a sigillo di un disco che ci ha fatto innamorare nuovamente dei Midlake, una band che ha impiegato tempo a ritrovare se stessa, ma che lo ha fatto nel migliore dei modi possibili. 

Voto: 8

Genere: Folk, Rock




Blackswan, giovedì 22/01/2026

martedì 20 gennaio 2026

Antonio Manzini - Sotto Mentite Spoglie (Sellerio, 2025)

 


Una rapina finisce nel peggiore dei modi possibili, coprendo Rocco di ridicolo, fin sui giornali. Un cadavere senza nome viene ritrovato in un lago, incatenato a 150 chili di pesi. Un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciare traccia. Rocco non parla più con Marina. E nevica. Eppure qualcosa si muove. Sandra sta meglio, sta per uscire dall’ospedale. Piccoli spiragli, rari sorrisi, la squadra, come la chiama Rocco con un filo di sarcasmo, sembra crescere, i colleghi migliorano, i superiori comprendono. Schiavone a tratti sembra trovare le energie per affrontare gli eventi che si susseguono, le difficoltà che si porta dentro, e poi quello slancio svanisce e ancora si riforma. Il vicequestore entra ed esce dalla sua oscurità, a volte il sole lo aspetta, quasi sempre il cielo è plumbeo, una promessa di neve e di gelo.

Scrivo da fan sfegatato e non posso farci nulla: quando esce un nuovo romanzo di Antonio Manzini, per il sottoscritto è sempre festa. Perché lo scrittore romano si approccia al thriller senza artifici, ma con quel passo calibrato e quel basso profilo che rendono le storie narrate plausibili e connesse al tessuto reale in cui si sviluppano. Perché amo alla follia il personaggio di Rocco Schiavone e la sua squadra di “underdog”, così famigliare, così accogliente, così verace da vivere in un immaginario che trascende la carta stampata. E perché, da fan completista delle “Schivoneidi”, so che quando esce un nuovo romanzo, prima o poi arriverà anche una nuova stagione, di quella che ritengo una delle migliori serie tv italiane di sempre.

Anche questo nuovo Sotto Mentite Spoglie non tradisce le attese: una rapina, un morto ammazzato e una sparizione improvvisa sembrano tre casi scollegati tra loro, che solo la pertinacia, l’acume e le intuizioni del nostro Rocco saranno in grado di collegare per svelare un’amara verità.

E’ quasi Natale. Freddo e neve accompagnano le indagini della squadra: la location è suggestiva, Aosta sembra una cartolina, luci, colori, cori natalizi, il profumo delle feste nell’aria.  Ciò che per il resto dell’umanità è gioia, calore, condivisione, per Schiavone è un pungolo al cuore che esalta quel dolore interiore che non se ne va.

Marina è sparita, quei dialoghi irreali che erano lenimento, sembrano finiti per sempre. Rocco è solo, consapevolmente solo. Non bastano gli amici di sempre, Furio e Brizio, non basta nemmeno la presenza della squadra scalcinata con cui condivide la fatica e la speranza di risolvere il caso. Schiavone è imprigionato in se stesso, talvolta vede la luce, ma alla fine sceglie sempre il buio.

E poi, c’è Sandra, che è guarita, che ha deciso di andarsene per sempre e che mette Rocco di fronte a un bivio definitivo, quello di un amore che potrebbe essere ma che forse non sarà mai.

Questo e molto altro in un romanzo che, come di consueto, si legge d’un fiato, e che, nelle ultime pagine, introduce un nuovo personaggio, che, si presume, animerà i prossimi capitoli della saga.

 

Blackswan, martedì 20/01/2025

lunedì 19 gennaio 2026

Danko Jones -. Leo Rising (Perception, 2025)

 


Non hanno scritto le regole del gioco, ma i canadesi Danko Jones, nonostante trent’anni di attività, sono ancora tra i migliori giocatori in circolazione. Dodici album all’attivo e sempre molta “ciccia” di cui rallegrarsi. Cucinata, più o meno, sempre nello stesso modo, lontana da ogni raffinata definizione gourmet, eppure cotta e saporita al punto giusto.

I Danko Jones sono l'immagine che vedi quando chiudi gli occhi e immagini la parola “solido”. Disco dopo disco, hanno sfornato una pletora di ruvidi inni rock dai piedi ben piantati per terra, ignorando mode e tendenze del momento, per servire con fedeltà un hard rock che prende a schiaffi l’ascoltatore da più angolazioni.

Il nuovo Leo Rising si apre con "What You Need", partenza in sgommata e un tiro uncinante ad alto numero di ottani intriso di punk. Quello che si dice “mettere subito le cose in chiaro”. Che diventano cristalline con la successiva "Diamonds in the Rough", un’altra scorribanda a propulsione hard rock classico: ritmica tesissima, incedere incalzante e una prova vocale di Jones da giaguaro del palco (occhio, l’assolo di chitarra è di Marty Friedman, ex Megadeth).

Non ci sono pause nei quaranta minuti scarsi di durata del disco, al limite, la potenza si ammorbidisce un pochino come avviene nella festaiola "Everyday is Saturday Night", brano divertito e divertente, trainato da un riff fragoroso e da un ritornello dannatamente orecchiabile.

"I Love It Louder" torna a graffiare, ma lo fa con ancestrali pose punk e abiti clamorosamente innodici, mentre la successiva "I’m Going Blind", che sembra benedetta dall’imprimatur del divino John Fogerty, è un hard rock in salsa southern tutto muscoli e ringhio.

Arrivati a metà disco, i Danko Jones hanno ancora tante cartucce da sparare, e centrano subito il bersaglio con "Hot Fox", che prende in prestito la sfacciataggine punk and roll di band seminali come Hellacopters e Hives, una combinazione che funziona benissimo anche in "It’s a Celebration", che perde qualcosa in potenza ma ne acquista in adrenalina.

Se ce la fate a tenere il passo del disco, preparatevi alla rincorsa finale: la band ha ancora in serbo lo shock rock di "Pretty Stuff", con Jones a vestire i panni vocali di Alice Cooper, il riff sgarbato di "Gotta Let It Go" (ma quanta melodia tra le sciabolate della chitarra!), l’hard rock a stelle e strisce di "I Can’t Stop" e la conclusiva e saltellante "Too Slick for Love", feroce compendio di metal e blues, miccia per un pogo indiavolato sotto il palco, accesa dalla prova vocale di Jones, il cui ringhio usque ad finem chiude il disco con schizzi di sudore e tanfo di zolfo.

Leo Rising è viaggio a velocità supersonica fra varie declinazioni di hard rock, l’ennesima prova di una band che non molla un colpo. Certo, originalità e versatilità vivono in un altro pianeta, ma se cercate un suono verace, autentico e senza compromessi, fatevi un giro da queste parti: Leo Rising afferra alla gola e non molla mai, dalla prima all’ultima canzone.

Voto: 7,5

Genere: Hard Rock

 


 

Blackswan, lunedì 19/01/2025

giovedì 15 gennaio 2026

Ozzy Osbourne - Suicide Solution (Jet Records, 1980)

 


Dopo aver lasciato i Black Sabbath (il cui paroliere era Geezer Butler), Ozzy formò una nuova band con il bassista Bob Daisley e il chitarrista Randy Rhoads, che venne chiamata Blizzard of Ozz. Il trio scrisse la maggior parte delle canzoni dell’omonimo album di debutto prima che si unissero il batterista Lee Kerslake e il tastierista Don Airey.

Il contributo di Ozzy ai brani furono le melodie vocali. Siccome né Osbourne né Roads erano dei parolieri, il compito spettava a Daisley, il quale registrava su cassetta i fraseggi e le melodie vocali inventate dal cantante e su quelle scriveva i testi in base alle indicazioni ricevute.

Quando fu pubblicato, l'album aveva le sembianze di un lavoro solista di Ozzy Osbourne, poiché in copertina veniva ritratto solo il cantante con il suo nome a caratteri cubitali sopra il titolo "Blizzard of Ozz". La casa discografica (la Jet Records di Don Arden) aveva, infatti, deciso di trasformare la band nel progetto solista di Ozzy, e così rimase, anche se i primi materiali promozionali indicavano chiaramente che Blizzard of Ozz fosse il nome del gruppo.

Tra le tante canzoni divenute leggendarie ("Mr. Crowley", "Crazy Train", "Goodbye To Romance"), l’album annoverava anche la controversa "Suicide Solution", un brano che divenne oggetto di svariate polemiche.

Le querelle, ovviamente, nacquero tutte dal titolo. La canzone, infatti, parla dei pericoli derivanti dall’abuso di alcol e “la soluzione al suicidio” indicherebbe la pratica di bere smodatamente fino alla morte. Il brano sarebbe in realtà un monito contro questa dipendenza: “il suicidio è lento con l’alcol…”. La parola "solution", quindi, deve essere intesa come una miscela, ovvero una bevanda contenente alcol. Un'interpretazione alternativa, quella che accese la miccia alle polemiche, invece, è intendere "solution" come la risposta a un problema, anche se la canzone non suggerisce in alcun modo che il suicidio sia la soluzione, ma solo che bere troppo può uccidere.

Ozzy ha dichiarato di aver scritto il testo ispirandosi al cantante degli AC/DC, Bon Scott, trovato morto dopo una notte di bevute. I testi, però, li scriveva il bassista Bob Daisley, il quale sostiene di aver scritto le liriche con riferimento a Ozzy, che all'epoca stava lottando con i suoi problemi di alcol.

"Suicide Solution", come detto, fu mal interpretata, tanto da finire anche nelle aule del tribunale. Il 26 ottobre 1984, infatti, un diciannovenne americano di nome John McCullom si sparò nella sua camera da letto mentre ascoltava in cuffia l'album Speak of the Devil di Osbourne. McCullom, quella stessa sera, aveva ascoltato anche Diary of a Madman e Blizzard of Ozz, e i suoi genitori individuarono in "Suicide Solution" la canzone che lo aveva incoraggiato a suicidarsi.

Nell'ottobre 1985, quindi, fecero causa a Ozzy e alla sua casa discografica per negligenza, responsabilità del prodotto e dolo. Il caso fu archiviato nell'agosto 1986, ma i genitori di McCullom presentarono un ricorso che attirò ancora più attenzione sul caso, trasformandolo in un processo al Primo Emendamento (libertà di stampa e di parola). Nell'appello, i querelanti sostennero che le canzoni di Ozzy contenevano frequentemente riferimenti al diavolo e alla morte, e citavano il verso "suicide is the only way out" di "Suicide Solution" come prova del fatto che avesse contribuito alla morte del figlio. Inoltre, sostenevano che la canzone contenesse un testo subliminale che non era indicato nel booklet: "perché provare, perché provare, prendi la pistola e provaci, spara, spara, spara".

La corte analizzò attentamente il caso prima di archiviarlo nel 1988, stabilendo che il testo non incoraggiava esplicitamente il suicidio e che la musica era protetta dal Primo Emendamento. L'analisi acustica, inoltre, dimostrò la presenza di alcune parole sottotraccia, ma non era chiaro quali fossero.

Come una canzone sui pericoli dell'abuso di alcol potesse essere processata era sconcertante e spaventoso per molti musicisti, che temevano conseguenze legali per interpretazioni errate dei loro brani. A metà degli anni '80, infatti, le liriche delle canzoni divennero una questione politica, poiché i sostenitori della censura spingevano per un sistema di classificazione degli album, che successivamente portò all'introduzione di adesivi di avvertimento per le liriche dai contenuti espliciti. Il caso fu particolarmente sconcertante in Inghilterra, patria di Ozzy, dove l'idea di incolpare una canzone per la morte di qualcuno era ridicola, anche perché il testo di Suicide Solution lascia poco spazio alla fantasia interpretativa: 

 

"Il vino va bene, ma il whisky è più veloce

Il suicidio è lento con il liquore

Prendi una bottiglia, affoga i tuoi dispiaceri "

 

Curiosità. Ozzy avrebbe dovuto apparire in un episodio di Miami Vice, ma la sua partecipazione fu cancellata proprio a causa delle polemiche e dei processi scaturiti da "Suicide Solution".

 


 

 

Blackswan, giovedì 15/01/2026

martedì 13 gennaio 2026

Hog - Blackhole (RidingEasy Records, 2025)

 



La storia degli americani Hog ha inizio nel 2018, quando Daniel Robinson, frontman, cantante e chitarrista, si trasferisce dalla Central Valley, in California, a Portland, in Oregon, alla ricerca di nuovi stimoli musicali. Qui, suona in un paio di band come batterista, ma nessuna delle esperienze è soddisfacente. Decide, allora, di fondare una band tutta sua, cambiando ruolo, provando diversi musicisti, fino a concepire una formazione a quattro. Il secondo chitarrista, però, se ne va quasi subito, la ricerca di un nuovo membro risulta infruttuosa, e la band, che intanto ha cambiato nome in Hog, resta quella classica del power trio.

Blackhole, un titolo che riflette l’atmosfera cupa di Portland e la rabbia e la frustrazione di vivere nell’attuale panorama politico e sociale, è un esordio coi fiocchi, che rimescola nel torbido della scena metal degli anni ’70, attraverso un suono cupo, pesante, saturo e il più grezzo possibile. Mentre la maggior parte dei gruppi che si ispirano agli anni '70 abbracciano pigramente sonorità prese dal repertorio dei Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath (non mancano certo le influenze sabbathiane anche in questa uscita), riconoscendo solo sporadicamente gli altri titani dell'epoca, gli Hög hanno realizzato un album davvero unico nel suo genere, piluccando a destra e a manca nel panorama dell’epoca, per creare una scaletta che, per quanto compatta, suoni meno prevedibile del solito.

A dominare l’intero album un suono che non conosce compromessi melodici, una sorta di ringhio da strada, tutto riff distorti e jam psichedeliche, spinto all’estremo da un'aggressività mutuata dal punk, che non può non richiamare alla mente gli iconici Blue Cheer e i leggendari Motorhead.

La suddetta influenza della band di Lemmy è evidente in brani come l'hard boogie di "Life Too Late", la velocissima "City Witch" e la spavalda "Bring You Down" (con qualche eco Led Zeppelin). Un tiro pazzesco, che paga però anche debito ai primi anni ’70, evocando ombre delle band rock n' roll più sporche come The Stooges, Pink Fairies e i citati Blue Cheer.

Oltre alla loro generale cupezza e all’attitudine a suonare il più pesante possibile, fanno bella mostra di sé le jam psichedeliche in brani heavy rock selvaggi come "Don't Need You, My Mind (Is Getting Heavy)" e la title track. In questi brani, il power trio vanta un micidiale senso di coesione e i loro passaggi strumentali sono strumenti contundenti di aggressione proto-metal, che non lasciano indenni i timpani.

L’album si chiude con il doom cavernicolo di "Shallow Earth", che porta nel suo DNA catacombale la sequenza genetica dei Black Sabbath, e la conclusiva "Free", che eleva una devastante jam psichedelica ai livelli stellari dei Grand Funk Railroad.

Figli di un revivalismo che vuole essere sporco, primordiale, maleducato e irrimediabilmente rozzo, gli Hog sono un vero e proprio incubo acido che prende vita per trentacinque minuti, spingendo l’ascoltatore sull’orlo di quel buco nero, di quel frullatore elettrico, nel quale è un attimo venir risucchiati.

Voto: 7,5

Genere: Proto Metal, Doom, Punk

 


 

 

Blackswan, martedì 13/01/2026

lunedì 12 gennaio 2026

Depeche Mode - Memento Mori: Mexico City (Columbia, 2025)

 


Solo band con un pedigree eccelso come quello dei Depeche Mode possono pubblicare un numero così cospicuo di album, riuscendo comunque ad attirare l’attenzione delle numerose e fedeli schiere di fan. Con Memento Mori: Mexico City, doppio album che riprende il meglio di tre concerti suonati davanti al pubblico della capitale del Mexico, i dischi dal vivo diventano ben otto in quarantaquattro anni di carriera.

Questa nuova pubblicazione, tuttavia, si fa apprezzare sia per la qualità dell’esecuzione, tra le migliori ascoltate fino ad oggi, che per la presenza di quattro inediti, forse non memorabili, ma comunque abbastanza buoni da far la felicità di tanti adepti completisti.

Di queste canzoni alcuni non hanno parlato in termini non proprio lusinghieri, partendo dal presupposto errato che si trattasse di nuovo materiale, mentre invece si tratta di brani che vennero registrati durante le sessioni di Memento Mori e poi scartati. Il motivo è che non sembravano in linea con il suono dell’album o non altezza di quelle poi confluite in scaletta. Materiale che un tempo sarebbe stato pubblicato come b side di un singolo e che oggi, invece, trovano posto come bonus track.

La prima, "Survive", è a firma Gahan/Gore, un brano tutt’altro che mediocre, non inserito perché lontano dal mood del disco (avrebbe fatto ottima impressione in Ultra), e i cui intenti appaiono consolatori e ottimistici, soprattutto alla luce della recente perdita (2022) di Andy Fletcher. "Life 2.0" è un brano a firma Gore decisamente valido, che vede sperimentare con il vocoder e possiede delle interessanti progressioni vocali. "Give Yourself To Me" nasce dalla collaborazione tra Richard Butler e Gore (che aveva visto la luce in Memento Mori), è un brano lento ma di grande intensità, costruito su splendide trame di synth ed un crescendo da brividi. Stessi autori anche per la conclusiva "In The End", forse il migliore fra gli inediti, ritmica sensuale e accattivante, e una melodia di avvolgente malinconia.

Per quanto concerne il live vero e proprio, il parere non può che essere positivo, visto il materiale a disposizione della band. Alcuni brani, ovviamente, sono stati presi da Memento Mori: "My Cosmos Is Mine" apre il disco con la sua atmosfera cupa e profonda, "Wagging Tongue" rende come in studio, mentre le versioni di "Ghosts Again" e "Soul To Me" sono anche migliori di quelle partorite originariamente.

"Speak To Me", poi, è bellissima e gronda struggimenti, grazie a un’interpretazione vocale di Gahan che non fa prigionieri, creando con la successiva "Home" (non compare in scaletta dal live del 2010), forse il momento più intenso dell’album.

Non mancano, quindi, i grandi classici, a partire dal rito collettivo di "Enjoy The Silence", che apre a un gran finale che vede il suo apice in "Never Let Me Down Again" e si chiude con una "Personal Jesus", a cui però non rende onore il suono di chitarra un po’ tamarro di Peter Gordeno.

Da applausi una "Sister Of The Night" che lascia senza fiato, la sempre splendida "Walking In My Shoes", traboccante di malinconia, la miglior riproposizione possibile di "John The Revelator" e la versione attualizzata di "Everything Counts", un evergreen che non smetterà mai di eccitare il pubblico.

E a proposito di pubblico: la nota dolente del live è la pulizia in fase di post produzione. Se 101 è stato criticato per anni perché il volume del pubblico era esagerato e troppo alto, qui è l'esatto opposto. Si riesce a malapena a percepire la gente cantare "Everything Counts" o "It's No Good", e anche tra una canzone e l'altra prevale il silenzio. Tutto ciò rende molto difficile immergersi completamente nel concerto: ma questo ormai è il trend prevalente dei live album odierni.

Voto: 8

Genere: Post Punk, Synth Pop

 


 


Blackswan, lunedì 12/01/2026

venerdì 9 gennaio 2026

Chrissie Hynde - Duets Special (Parlophone, 2025)

 


Non solo Pretenders. La carriera musicale di Chrissie Hynde si è sviluppata parallelamente al suo amore per i dischi, con cui è cresciuta e che l’hanno ispirata, e alla sua passione per le cover di alcune delle canzoni a lei più care, che hanno avuto un ruolo importante nella sua vita quasi quanto le sue composizioni.

Gli esempi si sprecano: da "Stop Your Sobbing" dei Kinks ripresa nell’omonimo album di debutto dei Pretenders, alla la hit degli anni '60 di Sonny & Cher, "I Got You Babe", riportata al successo con gli UB40, per concludere con i suoi due ultimi album da solista, Valve Bone Woe, del 2019 e Standing In The Doorway: Chrissie Hynde Sings Bob Dylan del 2021. Un’attrazione fatale, quindi, che ha portato la settantaquattrenne rocker, nel corso degli anni, a far proprie grandi canzoni del passato plasmandole attraverso la sua voce vellutata e orgogliosamente cool.

Questo nuovo Duets Special, quindi, non è certo una sorpresa, ma una logica conseguenza di un’attitudine dura a morire. E per fortuna. Perché la Hynde prende le cose sul serio, ci mette cuore e passione, nobilitando il materiale reinterpretato, qui composto prevalentemente da vecchi classici più o meno famosi.

Un disco morbido e rilassato, in cui la Hynde e i suoi amici/ospiti cantano su arrangiamenti sontuosi con tocchi di pedal steel e chitarre acustiche. Ci sono alcune canzoni nell'album che sollevano un po' di polvere, ma per la maggior parte si tratta di canzoni d'amore da ascoltare a tarda notte, con un buon bicchiere di whisky a riscaldare il corpo, mentre la musica accarezza l’anima.

L'album inizia con il botto, con K.D. Lang che si unisce alla Hynde per una cover sensuale e swing di "Me And Mrs Jones", racconto di una relazione extraconiugale portata al successo da Billy Paul nel 1972, e coverizzata nel tempo dall’aristocrazia soul (Marvin Gaye e Al Green, fra gli altri).

Elvis è omaggiato due volte: la prima, con "Always On My Mind" cantata insieme a Rufus Wainright, la cui voce acuta e vagamente melò si pone in delizioso contrasto con il tono caldo della Hynde; la seconda, con l’immarcescibile "I Can't Help Falling In Love With You", rivisitata insieme al compianto Mark Lanegan. Una collaborazione ripresa dal passato (Lanegan ci ha lasciati nel 2022) e vissuta a distanza, dal momento che i due non si sono mai conosciuti di persona. Il duetto è comunque magico, scarno e dolente, avvolto da languori malinconici sommessi che lo rendono una delle vette dell’album.

Se "I’m Non In Love" dei 10 CC, affrontata insieme al leader dei Killers, Brandon Flowers, risulta un po’ troppo fedele all’originale per creare veri palpiti, audace e inusuale risulta la scelta di riprendere "First Of The Gang To Die" di Morrissey, che dà alla scaletta un tocco rock vivace grazie al contributo di Cat Power, con cui la sintonia è assoluta.

Altri momenti salienti includono una cover blues di "Sway" degli Stones, con la meravigliosa Lucinda Williams, "It's Only Love" dei Beatles (brano detestato da John Lennon) e qui resa dolcemente sbarazzina dall’interplay con Julian Lennon, un’ipnotica "Try To Sleep" degli Slow, con la complicità di Debbie Harry, e una malinconica e leggermente psichedelica "Dolphins" di Fred Neil, interpretata con il contributo di Dave Gahan.

L’andamento di Duets Special è prevalentemente lento e avvolgente, un disco che sceglie la strada della semplicità per mettere al centro dell’esecuzioni la voce di chi è stato chiamato a far parte del progetto. Siamo lontani anni luce dai fasti alt rock dei Pretenders, ma ascoltare una delle grandi voci rock della sua epoca mentre condivide la musica che ama con musicisti che rispetta e apprezza, è una gioia che fa bene al cuore e alla memoria.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Pop

 


 


Blackswan, venerdì 09/01/2026

mercoledì 7 gennaio 2026

Robert Plant With Suzi Dian - Saving Grace (Nonesuch, 2025)

 


Robert Plant ha scritto pagine importanti di storia, ma ha saputo prenderne le distanze, con intelligenza e coraggio, reinventandosi completamente. Con la lucidità di un’artista consapevole dei propri mezzi, ha evitato di scimmiottare i giorni magici a capo dei Led Zeppelin, ha capito presto che quell’ugola inarrivabile avrebbe ceduto qualche ottava alle angherie del tempo, e ha trovato una nuova dimensione, scontentando, probabilmente, parte dei suoi fan, ma acquisendo una diversa rilevanza, tra il pubblico e la critica.

L’arrivo del nuovo millennio ha visto la maggior parte di vecchi rocker che negli anni ’70 spaccavano il mondo, cercare di restare a galla, spingendo forte sul tasto della nostalgia o alimentati da una boria vanagloriosa, per replicare il successo di una stagione leggendaria. Lui, no: ha alzato le mani in segno di resa e si è ricostruito come musicista. A partire da Raising Sand del 2007, la collaborazione vincitrice di un Grammy con l'artista bluegrass americana Alison Krauss, la voce degli Zep si è allontanata dalle sonorità hard-rock della sua giovinezza, per esplorare la musica roots in ogni sua sfaccettatura.

Per quasi due decenni, ha proseguito questo percorso, dall'americana (Band of Joy del 2010) alla world music (Lullaby and ... the Ceaseless Roar, 2014) al folk tout court (Carry Fire del 2017), fino al più recente, Raise the Roof del 2021, che ha suggellato il proficuo ritorno sulle scene con la Krauss. Sono stati tutti viaggi musicali straordinari, condivisi con musicisti prestigiosi, che hanno dato vita a canzoni di una bellezza più dimessa, ma altrettanto emozionante.

Il suo nuovo album da solista prende il nome dalla sua ultima band, i Saving Grace, con cui Plant si accompagna in concerto da ormai sei anni: la cantante Suzi Dian, il batterista Oli Jefferson, il chitarrista Tony Kelsey, il banjoista Matt Worley e il violoncellista Barney Morse-Brown.

Con il suo calibrato mix di folk e blues dagli umori tipicamente americani, Saving Grace ricorda le sonorità di Band of Joy, quando c’era Patty Griffin a ricoprire il ruolo che oggi è di Suzi Dian. Il nuovo gruppo, nella rilettura delle radici americane, tuttavia, apporta alle canzoni un'estetica più europea, con cui il settantasettenne cantante dimostra di trovarsi a proprio agio, fornendo l’ennesima prova emotivamente appagante.

Come Raising Sand, Band of Joy e Raise the Roof, Saving Grace è un album di interpretazioni, che vede in scaletta, oltre a una manciata di brani tradizionali, cover di Moby Grape ("It's a Beautiful Day Today"), Blind Willie Johnson ("Soul of a Man") e Low ("Everybody’Song"), band che aveva già reinterpretato in Band Of Joy.  "Everybody's Song" (2005) è uno degli high light del disco, un brano profondo e dolente, che Plant affronta scavando negli angoli oscuri della musica per affrontare da grande interprete il tema della mortalità contenuto nelle liriche. Così i versi "All your dreams are waking up... You can't live forever" risuonano ancora più toccanti dopo la prematura morte della batterista e cantante della band, Mimi Parker, avvenuta nel 2022.

Altri momenti di livello sono rappresentati dai sei lenti minuti della tradizionale "As I Roved Out", rivisitata in chiave moderna, dal cupo gospel rurale di Gospel Plough, dal blues polveroso che apre il disco, "Chevrolet", che rielabora "Hey Gyp (Dig the Slowness)" di Donovan (1965) e dall'armonica di Plant che ruggisce in "Higher Rock" della cantautrice Martha Scanlan.

Saving Grace è un disco che recupera la tradizione, la tira a lucido, togliendo la polvere, per dimostrare come sia possibile darle un futuro. Lo stesso che ha di fronte Plant, che ha saputo rigenerarsi, consolidando la sua eredità in continua evoluzione.

Voto: 7,5

Genere: Americana, Rock

 


 

Blackswan, mercoledì 07/01/2026

lunedì 5 gennaio 2026

Tainted Love - Soft Cell (Some Bizzarre Records, 1981)

 


E’ il 1964, quando la cantante soul americana Gloria Jones pubblica la prima versione di "Tainted Love" come lato B del suo singolo "My Bad Boy's Comin' Home". 

Nel 1973, un dj di nome Richard Searling ne acquistò una copia in un negozio di Philadelphia e iniziò a suonarla nei suoi set al Va Va's, un popolare club di Bolton, in Inghilterra, molto influente nel circuito soul del nord del Regno Unito.

Il brano trovò, quindi, nuova vita e la Jones ne registrò un’altra versione nel 1976, pubblicata nel suo album Vixen. Questa versione fu prodotta dal suo fidanzato, il leggendario Marc Bolan dei T-Rex (Jones si unì al gruppo come corista e tastierista nel 1974), che morì l’anno successivo in un sinistro stradale. Il fato volle che fosse proprio la Jones alla guida dell'auto (una Mini) al momento dell'incidente in cui Bolan perse la vita, a Barnes Common, nel sud di Londra, nel 1977. Un episodio, questo, talmente devastante per la cantante, sia a livello personale che professionale, che la sua carriera non si riprese mai più (in seguito fondò la Marc Bolan School of Music in Sierra Leone).

La canzone, doveroso ricordarlo, era stata scritta da Ed Cobb, manager degli Standells e dei Chocolate Watchband, e membro dei Four Preps, eparla di una relazione tossica, il cui protagonista si rende conto di dover lasciare l’amata ("Ti amo anche se mi hai ferito così tanto"), e lotta per andare avanti nonostante tutto. 

A tal proposito, durante un’intervista, lo stesso Cobb raccontò: "Avevo un'amante di cui si potrebbe dire che non era una brava persona. Ho cercato di entrare nella sua testa e di scrivere una canzone dal suo punto di vista. Una volta che la parola “tainted” (contaminato) mi è venuta in mente, la canzone è stata scritta molto velocemente, probabilmente in 15 minuti".

La versione più nota del brano, quella che tutti ricordano, la si deve ai Soft Cell, un duo formato da Marc Almond (voce) e David Ball (polistrumentista), che si incontrarono nel 1979 quando erano studenti al Leeds Art College. Il loro progetto musicale era quello di abbracciare la musica elettronica, impegnandosi però a conferirle un suono meno robotico e più caldo, idea che si rivelò vincente.

Il duo iniziò a registrare questo brano come una "cover usa e getta”, buona per i bis dei loro show. Un brano marginale rispetto al loro songbook, tanto che Marc Almond la definì “un mix di fredda elettronica con una voce troppo passionale, troppo esuberante e leggermente stonata".  

Ball, però, amava la musica nera, e Almond non volle scontentarlo, anche perchè era una vera e propria novità ascoltare una band di synth pop che eseguiva un brano soul. E di elettronica in "Tainted Love" se ne trova parecchia: il basso è stato generato con un Korg Synthe-Bass che David Ball usava nei concerti (i B-52 usavano lo stesso strumento per creare il basso in "Rock Lobster"), i colpi di frusta sono stati prodotti con una batteria sintetizzata portatile, mentre il suono del pianoforte proveniva da un Synclavier.

La voce di Marc Almond è quella della prima take che il duo ha registrato. Quella take era in realtà una prova generale per poter modificare le impostazioni del microfono, ma aveva l'emozione giusta, quindi è stata quella prescelta per la pubblicazione.

Se è vero che la canzone parla di un amore tossico, ma etero, con l'inizio della diffusione dell'AIDS, "Tainted Love" ha assunto un nuovo significato. Marc Almond ha dichiarato: "Era la prima volta che sentivamo parlare di questa malattia, allora senza nome, che colpiva gli uomini gay in America. Non era un collegamento intenzionale, ma man mano che il disco raggiungeva le classifiche americane, assumeva un altro significato". Una conseguenza quasi inevitabile. 




 

Blackswan, lunedì 05/01/2026

venerdì 2 gennaio 2026

Cheap Trick - All Washed Up (BMG, 2025)

 


Dall’Illinois con furore, tornano a ben cinquantadue anni dalla loro fondazione e a quarantotto dal loro omonimo album di debutto, i leggendari Cheap Trick. A conferma che l’età è solo un mero dato anagrafico, la band capitanata dal chitarrista Rick Nielsen e dal cantante Robin Zandler, entrambi immarcescibili componenti della line up storica, inanella undici canzoni di rock pop di manifattura artigianale, capace di emozionare per la varietà di riferimenti musicali che chiama in causa e per un approccio che, nonostante i decenni sul groppone, trasuda ancora giovanile entusiasmo e voglia di divertirsi.

In scaletta, nulla che non si sia già ascoltato prima, ma la resa definitiva è tutt’altro che slavata, le canzoni sono suonate con il mestiere di califfi che sanno ancora scalciare e che omaggiano il grande rock con passione, ma senza prendersi troppo sul serio.

All Washed Up parte in derapata con la title track, trascinata da un riff rabbioso e primordiale, una canzone diretta e senza fronzoli che dimostra come i Cheap Trick siano tornati semplicemente per fare ciò che sanno fare meglio. Aggressivi e chiassosi, ma senza mai perdere il controllo, questi settantenni sono ancora immersi nella miniera d'oro del rock, dopo quasi mezzo secolo dal loro debutto, e sono ancora delle bestie tutt’altro che ammansite, che del rock ne comprendono l'essenza e la possiedono. Il loro power pop turbocompresso e il loro hard rock nazional popolare continuano a mantenere dritta la barra per quelle nuove generazioni di musicisti che da dischi così hanno solo da imparare.

La successiva All Wrong Lone Gone li vede vestire i panni che da tempo vanno stretti agli Ac/Dc, ritornello impeccabile e Zandler che sprizza scintille da un ugola che non ha patito in alcun modo le ingiurie del tempo.

Un inizio bello sudato, quello di All Wahed Up, che sgomma ancora schizzando stille di adrenalina nel riff spacca tutto di The Riff That Won’t Quit (Dio Nielsen sugli scudi con la sua eccitante sei corde), per poi rallentare il passo nella pece di Bet It All, che evoca il tanfo sulfureo che fu dei Black Sabbath.

I “vecchietti”, poi, ci sanno fare anche quando si tratta di intagliare melodie luccicanti, come accade nella chincaglieria beatlesiana, ma di pregio, di The Best Thing o nel singolone Twelve Gates. E se in Dancing With The Band i Cheap Trick alzano il volume per far festa insieme al proprio pubblico, Love Gone indossa gli abiti di una ballata un po’ sghemba, ma affascinante e decisamente lontana da triti luoghi comuni.

Chiudono il disco A Long Way To Worchester (a parere di scrive la migliore del lotto), un mid tempo un po’ ombroso e un po’ malinconico, ma dalla melodia irresistibile, e la stravaganza swing di Wham Boom Bang, poco in linea con il resto dell’album, ma sintomo di quella libertà espressiva propria di chi suona con l’unico intento di divertirsi.

All Washed Up non è certo il tentativo di reinventare la ruota, ma è semmai l’affermazione orgogliosa di una band capace ancora di scrivere canzoni rilevanti. Petto in fuori, sorriso sulle labbra e voglia di far casino, per dimostrare che la loro elettricità è e sarà sempre un evergreen. Eternamente giovani, i Cheap Trick vivono e lottano a fianco a noi, fedeli servitori di un genere che è stato capace di sopravvivere a tutto e che, a dispetto dei detrattori, non manca mai di proiettarsi verso il futuro.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Pop

 


 


Blackswan, venerdì 02/01/2026